Vulcano finalmente aperta al turismo. L’isola era stata lanciata nel 1950 dal film di Anna Magnani – Ora ha dichiarato guerra alla capitale Lipari: vuole essere Comune a sé, affrontare direttamente i suoi problemi – Gli ospiti d’agosto però non s’accorgono di questa tensione (Dal nostro inviato speciale) Isole Eolie, agosto.
Navigando da Milazzo, l’isola di Vulcano è la prima delle sette Eolie che s’incontra. Più indietro c’è Lipari, Salina resta nascosta da Lipari; Alicudi e Filicudi, a manca, sono invisibili, e solo nelle giornate di sereno si profila a dritta la piccola Panarea e più in là la nera sagoma triangolare di Stromboli fumante. Vulcano, dunque, è la più vicina alla costa siciliana, non dista che una ventina di chilometri. Eppure è stata, delle sette, l’unica disabitata per secoli e secoli. « Orrida, caldissima, deserta » la definì il geografo Strabone nell’anno 10 dopo Cristo. Nel 1340 il generale borbonico Nunziante vi impiantò un’industria per l’estrazione dell’allume e dello zolfo. Furono fabbricate case per i minatori e sulla sommità dell’isola si stabilirono famiglie di contadini. Più tardi l’industria fu rilevata dallo scozzese Stevenson che nell’isola si costruì un bizzarro castello merlato (del quale oggi re¬ stano gli ultimi avanzi). Ma nel 1888 una nuova violenta esplosione provocò gravi danni, mandò in rovina la miniera e fece fuggire lo scozzese. L’isola ripiombò nella solitudine. Il suo destino pareva segnato: frazione di Lipari, dalla quale è separata dal canale Bocche di Vulcano largo un chilometro, sarebbe servita come nel passato all’approdo per le barche da pesca e, nella parte più alta, a pascolo per capre e vacche. Invece il destino di Vulcano ha subito in questi ultimi anni un cambiamento radica e vertiginoso.
Abbiamo già avuto occasione di dire che nel 1950 Anna Magnani girò qui il film Vulcano per fare concorrenza a Stromboli di Rossellini e della Bergman; e che da allora l’isola fu conosciuta e si aprì al turismo. I visitatori poterono constatare che — col cratere ben tappato e in riposo da sessant’anni — la definizione di Strabone non era più valida: orrida no, perché i suoi colori, i suoi scogli, la costa frastagliata e forata di caverne, le baie incantevoli, i fondali, la presenza di Vulcanello (piccolo vulcano emerso dai mare nel 183 avanti Cristo) ne fanno un luogo di bellezza aggressiva e straordinaria; caldissima no, perché anche in piena estate dolci brezze ne mitigano la temperatura; e deserta men che meno in quanto ha una popolazione di residenti e, in stagione, centinaia e centinaia di villeggianti. A questo punto parrà strano, ma in un ambiente così meraviglioso, così distensivo e idilliaco, dobbiamo parlare di guerra. Da mesi la popolazione residente (413 unità) ha dichiarato guerra alla capitale dell’arcipelago, Lipari. Vulcano non vuole più dipendere da Lipari, vuole essere comune a sé, amministrarsi da sola, affrontare direttamente i molti problemi interni e risolverli a modo suo, con i suoi soldi e con rapidità. Accusa Lipari di essere lente, burocratica, accentratrice, egoista, e di ostacolarle lo sviluppo economico. Esige un porto che sia un porto, un molo solido e definitivo, la posta e il telegrafo non al Piano (sette chilometri a monte) ma sulla costa; una pompa di benzina che serva ai motoscafi (i quali sono costretti ad andare a Lipari per non restare all’asciutto); un forno per il pane (che deve essere trasportato da Lipari); e, trascurando altre richieste minori, un più razionale e pronto e abbondante approvvigionamento dell’acqua, bene raro e prezioso nelle Eolie; e infine l’esigenza più importante, l’elettricità di cui Vulcano al pari di Stromboli, Panarea, Filicudi e Alicudi è sprovvista (mentre hanno la luce Lipari e l’altro comune autonomo dell’arcipelago, l’isola di Salina). Abbiamo detto guerra.
Colpi di colubrina — come ai tempi dei pirati, qui sino al XVII secolo attivissimi — non ne sono ancora stati sparati. Ma le proteste hanno assunto proporzioni rilevanti, quasi clamorose. Alle elezioni di maggio i vulcanesi (salvo 21, che hanno mutato proposito o che sono stati obbligati a mutar proposito negli ultimi cinque minuti) non hanno votato: con solennità è stato confezionato un grosso pacco pieno di schede bianche che è stato inviato in segno di protesta a Roma, direttamente al Presidente della Repubblica. Il 23 giugno, alla presenza del dott. Guido Monforte notaio in Messina, rappresentanti di Vulcano hanno stilato una focosa istanza rivolta all’Assessorato Enti Locali della Regione siciliana con cui si chiede ufficialmente l’autonomia comunale. Nell’istanza si leggono frasi come « Tra Vulcano e Lipari esistono diversità di consuetudini, dl tradizioni e persino dl cadenze dialettali ». Evidentemente quel chilometro di distanza fra un’isola e l’altra è un vero oceano in quanto si precisa che « la popolazione di Vulcano non ha alcun legame spirituale né affettivo con la popolazione di Lipari»; e si conclude lanciando una specie di grido di dolore, affermando cioè che « oggi Vulcano è oppressa e sfruttata quasi fosse una colonia; e oppressi e sfruttati si sentono i suoi abitanti ».
A Lipari si sorride o si cerca di minimizzare. I problemi delle singole isole — dicono a Lipari — vanno esaminati e risolti nel quadro generale dei problemi delle Eolie, afflitte dai cosiddetti « mali di crescenza »: le autonomie comunali non provocherebbero che disordini, contrasti, maggiori spese, maggiore burocrazia. I punti di vista sono diametralmente opposti. La guerra è appena cominciata e non è da escludere che coinvolga anche le altre isole « soggette » a Lipari. Tuttavia di questa atmosfera di ostilità e di offensive a base di carta bollata e di atti notarili è difficile, se non impossibile, accorgersi. Il turista, poi, la ignora del tutto. E gli stessi vulcanesi e liparesi vivono in ottima armonia dandosi pacche sulle spalle e andando a bere assieme. La questione è che siamo d’agosto. Dopo il vuoto di giugno e l’assai limitata floridezza turistica di luglio, l’agosto sta segnando il massimo dell’attività; e si prospetta dalle prenotazioni un buon settembre, quel settembre che qui forse è il mese migliore, il mese del mare piatto come una tavola, dei colori più teneri, delle stellate più splendenti. Ora c’è l’armistizio. Se mai, la guerra riprenderà nel tardo autunno.