Il parere degli esperti. Mentre il prof. Mulder lancia l’allarme sulla carica energetica di un mare sempre più caldo, il prof. Randazzo invita a ripensare l’urbanistica costiera: meno muri rigidi e più strutture permeabili per convivere con la forza della natura. Non si può più perdere tempo, corsie preferenziali per i progetti.
Il Mediterraneo non è più lo specchio d’acqua mite che abbiamo conosciuto per secoli, ma una “pentola che bolle” carica di un’energia pronta a esplodere. Il monito del professor Christian Mulder (riportato da messinatoday.it) , climatologo dell’Università di Catania, è netto: la febbre del Pianeta ha già colpito duramente il sud Italia, con un aumento termico di un grado e mezzo registrato negli ultimi trent’anni tra Catania e Palermo. Questa enorme carica energetica trasforma le stagioni, portando fenomeni tipicamente autunnali come i “Medicane” nel pieno dell’inverno. Il calore accumulato nell’acqua anche a gennaio è tale da generare eventi atmosferici estremi che si abbattono con violenza inaudita sui nostri territori, costringendoci a una convivenza forzata con un clima sempre più ostile e imprevedibile.
Davanti a questo scenario, la parola d’ordine non può più essere “ricostruire”, ma deve diventare “riconsiderare”. È questa la tesi del professor Giovanni Randazzo, esperto di dinamica dei litorali dell’Ateneo di Messina,(interpellato sempre da messinatoday.it) che punta il dito contro un modello di sviluppo che ha ignorato la natura. Confrontando le immagini storiche delle nostre coste, emerge come aree che un tempo erano protette da dune e spiagge libere siano oggi soffocate dal cemento. Per Randazzo è necessario un cambio di paradigma urbanistico: bisogna smettere di opporre muri rigidi alla forza del mare e progettare lungomare sommergibili e strutture permeabili che lascino defluire l’acqua senza essere abbattute. Solo attraverso studi specifici e interventi meticolosi come il ripascimento artificiale o l’autotrapianto di sedimenti si può sperare di salvare ciò che resta del nostro litorale.
Tuttavia, la visione degli scienziati si scontra quotidianamente con un ostacolo invisibile ma paralizzante: la palude burocratica italiana. Non basta infatti la consapevolezza ecologica se la macchina amministrativa viaggia a una velocità incompatibile con l’emergenza climatica. Oggi, la definizione di un progetto e l’iter degli appalti richiedono tempi biblici, tra visti, autorizzazioni e passaggi di competenze che bruciano anni preziosi. Il paradosso è che, quando finalmente si giunge alla fase operativa, i fondi stanziati in precedenza risultano spesso insufficienti a causa dell’aumento dei costi delle materie prime e dell’inflazione, rendendo i progetti obsoleti ancora prima di posare la prima pietra.
Rivedere le norme e snellire le procedure non è più solo una questione di efficienza amministrativa, ma una priorità di sicurezza pubblica. Se il mare continua a caricarsi di energia e il clima non aspetta i tempi delle carte bollate, lo Stato deve garantire corsie preferenziali per la messa in sicurezza del territorio. Senza una riforma profonda che permetta di trasformare rapidamente le idee dei tecnici in cantieri reali, la battaglia contro la “febbre del pianeta” rischia di essere persa tra i faldoni degli uffici, mentre le onde continuano inesorabilmente a riprendersi i nostri spazi.











