( Il brano racconta la legenda di San Calogero, un santo proveniente da Costantinopoli (o da Calcedonia, secondo altre versioni), che si distinse per la sua santità e virtù. Inizialmente giunse a Roma, dove attirò l’attenzione del Papa Giovanni I, che lo fece diventare eremita. Il Papa lo esortò a continuare con zelo la sua vita di preghiera e dedizione a Dio. Tuttavia, San Calogero era destinato a compiere una missione speciale: quella di purificare la Sicilia da presenze maligne e in particolare l’isola di Lipari, dove il santo trovò un territorio devastato e popolato da mostri infernali. La leggenda si conclude con l’immagine di questi mostri precipitati nella voragine sotto il monte di Vulcano, vicino a Lipari, un luogo noto per la sua attività vulcanica. Il brano è tratto da una versione del 1694 di Pietro Campis, storico di Lipari, e pur essendo una sintesi, mantiene la sostanza di altre versioni precedenti della leggenda).
Giuseppe Iacolino
Gente delle Eolie – Aldo Natoli editore
Quando le Eolie diventarono colonia dell’inferno
Calogero, un uomo solo
contro mille diavoli
«Nacque egli a Costantinopoli o, come altri vogliono, in Calcedonia, Citta vicina a Costantinopoli. Salito per caso sopra una nave, se ne andò a Roma dove con santità de’ costumi s’acquistò grandi applausi. Sedeva sulla sedia di San Pietro Giovanni, primo di questo nome, I’anno di Christo 524, ed essendo giunti alla di lui notitia i meriti di Calogero, lo chiamò a sé et lo vesti dell’abito eremitico. Né mancò il Sommo Pontefice di esortarlo a prendere ogni giorno nuova lena nella carriera del divino servitio e nella vita d’un perfetto anacoreta.
Ma perché dal Cielo era destinato domatore de’ mostri infernali e santificatore de’ popoli, fu dal Sommo Pontefice inviato nella Sicilia a purgarla dalle schiere di quei Maligni Spiriti che visibilmente la infestavano.
Ubidiente Calogero velegiò verso la Sicilia e, giunto all’Isola di Lipari, la ritrovò ripiena di mostri tartarei che a stuoli la passeggiavano e di essa tenevano come assoluto il dominio: hor diroccando l’edificii seppellivano tra quelle rovi ne gl’uomini, hora sterpando le piante rendevano deserto il paese, hora facendo strage dell’armenti impoverivano i padroni, et hora entrando nelli corpi humani travagliavano in cento e mille guise l’ossessi.
Qui stimò bene fermarsi Calogero, e sopra d’un monte tagliato a precipitio ebbe fortuna trovare tutto approposito per i suoi disegni, lontano dalla Città di Lipari tre miglia in circa verso ponente. Direi che questa sua orrida abitatione era la fortezza dove assicurava se stesso dall’eserciti infernali quando l’assaltavano a schiere quei mostri sotto varu et orribile figure: rugivano come leoni, sibillavano cone serpenti, urlavano come
lupi, scridavano tal volta come per dirli: Vattene, Calogero, da Lipari: questa è la casa nostra. Che hai tu da fare in queste grotte? E il valoroso capitano, nulla temendo, usciva bene spesso con una croce alla mano, che era l’arma
fatale contro li Spiriti rubelli, e andando ad investirli mentre a schiera passegiavano e scorrevano per l’Isola, li poneva in fuga constringendoli a preciptarsi affollatamente in quella vasta voragine dalla quale il monte di Vulcano, che è vicino a Lipari, tramanda fumo e fuoco».
Questa che abbiamo riportato è parte di una più ampia leggenda di S. Calogero narrata nel 1694 da Pietro Campis, il classico storico di Lipari: una versione che nella sostanza non si discosta dalle tante altre elaborate in precedenti epoche. Per ovvi motivi di spazio il brano I’abbiam dovuto dare a spizzichi, strondato qua e là. Purtuttavia non ci pare che per questo la carica narrativa dello scrittore ne abbia negativamente risentito.
……..
Potrebbe piuttosto apparire anacronistico che qui si voglia tirare in ballo un mito polveroso e fors’anche tramontato. Anzi – perché non confessarlo? Tanto tramontato che gran parte dei Liparoti non sanno neppure che sia esistito codesto mito di S. Calogero e che per oltre un millennio esso fu parte cospicua della tradizione religiosa e civile della nostra gente. Proprio perché riteniamo imperdonabile che il cittadino della Lipari d’oggi
consideri S. Calogero soltanto un toponimo quello delle terme, per l’appunto e non piuttosto un personaggio autentico legato alle tenebrose vicende dell’alto medioevo isolano, noi ci permettiamo riproporlo questo santo eccezionale con l’esclusivo scopo di esaminare quel tanto di sedimentazione storica che sta alla base del suo meraviglioso racconto e gli dà giustificazione.
Diciamo subito che la figura di Calogero, che il più consistente filone della tradizione sicula vuole sia vissuto stabilmente a Lipari e a Sciacca tra il 525 e il 561, ha destato, e desta tuttavia, una vasta gamma di interrogativi. Di risposte ne sono state fornite a iosa, sempre vaghe e necessariamente insicure, ma pur sempre apprezzabili; mentre apprezzabile non è la pretesa di taluni che troppo semplicisticamente negano l’esistenza di questo nostro taumaturgo senza tener conto che, anche quando lo si voglia rifiutare come personaggio, non si può non accettarlo almeno come simbolo e memoria di un’epoca tribolatissima, di un pauroso e interminabile sconquasso storico che, coinvolgendo l’intera Europa occidentale, in pieno investì anche la Sicilia e l’isola di Lipari.
I primi sintomi di sbandamento si ebbero nel III secolo, nel secolo dell’anarchia militare. Da allora sino alla caduta dell’ Impero romano d’Occidente (a. 476) corrono circa duecentocinquant’anni: è la lunga agonia del mondo latino alla quale tentano in diversa guisa di reagire, ma invano, gli imperatori Decio, Valeriano, Diocleziano, Costantino e Teodosio. Erano tante e cosi improvvise le tempeste politiche, tanti e cosi tumultuosi i mutamenti sociali e di costume che, nel disorientamento dell’ora, non si riusciva a dare un sicuro e coerente giudizio neppure di quel vistoso fenomeno emergente che era il Cristianesimo: ci furono di quelli che in esso riconobbero la causa prima del generale malessere, e l’avversarono; altri ravvisarono nel Cristianesimo una forza giovane e innovatrice di cui sarebbe stato profittevole avvalersi ai fini di una decisiva ripresa. E il Cristianesimo fu infine recepito tra le strutture dell’Impero.
Ma la ripresa non ci fu. La crisi del sistema fermentava oramai in ogni settore della compagine romana e, per di più, la pressione delle genti barbare ai Confini urgeva paurosamente. All’inizio il nostro Sud sembrò quasi immune da quel processo di dissolvimento sia perché i primi impeti dell’aggressione barbarica s’abbatterono sulle regioni settentrionali, sia anche perché il vuoto di potere che s’andava via via profilando al vertice favoriva una certa indipendenza d’iniziativa nelle estreme regioni meridionali e soprattutto nelle città rivierasche.
Si può ragionevolmente ritenere che la prosperità dell’isola di Lipari tenesse ancora bene agli inizi del secolo V per via dei suoi piccoli traffici, dei suoi commerci dell’allume, nonché della sua consolidata fama di stazione curativo termale. Non abbiamo, tutto sommato, motivo di credere che la realtà economica di Lipari, in quello scorcio di tempo, sia stata assai diversa da quella descrittaci qualche secolo prima da Diodoro Siculo: «gli ammalati da ogni parte ci concorrevano», e dal complesso dei commerci «grandi guadagni ricavavano i nativi e
lo stesso fisco di Roma». C’è anzi da aggiungere che a mezzo del III secolo in Linari s’era costituita una ecclesia cristiana autonoma la quale dall’Asia Minore si era fatto giungere nientemeno che il sacro corpo d’un apostolo. Il che è indice di larga apertura di contatti e di indubbio benessere.
Dicevamo dunque che i giorni della furia cominciano ad avvertirsi al Nord e precisamente quando nell’anno 401 Alarico, capo dei Visigoti, invade il Veneto. Sconfitto e scacciato dall’Italia, vi ritorna, e per opera di lui nel 410 Roma conosce l’orrore e l’umiliazione del saccheggio. L’universale catastrofe si prevede allora imminente, tanto che S. Girolamo cosi sottolinea quell’evento sciagurato: «dacché fu spento il lume più splendido del mondo, anzi troncato il capo dell’impero romano, e, a dire il vero, dacché con una sola città tutto il mondo
peri, divenni muto, mi umiliai e tacqui».
Poi è di scena Attila, il flagello di Dio, che nel 452 appare come un incubo tra le popolazioni dell’Italia continentale. Nel contempo in Gallia, in Spagna e nell’Africa mediterranea, previa un’orgia di devastazione, si vanno costituendo i nuovi regni romano-barbarici mentre ad uno ad uno crollano tutti i valori maturati in seno alla romanità e persino si affievoliscono gli entusiasmi del giovane Cristianesimo.
Per la Sicilia l’ora tragica dell’insidia scocca quando la mobile e irriquieta tribù dei Vandali, da poco insediatasi in Africa, appare come la potenza marinara più formidabile e rapace che si sia mai vista nel Mediterraneo: dal tempo delle guerre puniche le coste d’Italia non temevano le aggressioni piratesche, ma cominciare dal 429 i Vandali con improvvisi sbarchi non danno tregua ai litorali della Sicilia, della Calabria, della Sardegna e della Corsica. Roma stessa, nel 455, per due settimane viene da essi sottoposta a durissimo saccheggio. Per i Vandali il controllo militare della Sicilia come base di ulteriori operazioni di razzía e di conquista diviene un obiettivo irrinunciabile che nel 468 essi raggiungono pienamente.
Otto anni dopo, deposto l’ultimo imperatore romano Romolo Augustolo, nella penisola di afferma il primo governo barbarico con Odoacre, capo degli Eruli. Costui, valutando l’importanza strategica della Sicilia e ancor fidando nel suo ruolo mai interrotto di nutrice delle plebi italiche, ottiene quella regione dai Vandali pagando loro un forte compenso (a. 477). Ma in realtà, per la sua posizione nettamente periferica, ridotta com’è a colonia di sfruttamento, l’isola resta emarginata dal contesto politico-amministrativo del continente e neanche risente dei positivi effetti di certe buone leggi del regno italico quale, ad esempio, la ripartizione delle terre tra vincitori e vinti; chè anzi qui dalle nostre parti il latifondo prospera e si dilata. I proprietari terrieri, persone fisiche ed enti pubblici (tra questi lo Stato, la Chiesa Romana e persino la Diocesi di Ravenna) se ne stanno tutti lontani, e i servi della gleba, finchè ce ne saranno disponibili, sudano sotto la sorveglianza dei rectores negli immensi fundi e nelle massae assolate.
Rozzi e di fede ariana, prima gli Eruli e poi i Goti di Teodorico che si insediano nella penisola nell’anno 493 i dominatori di turno tengono in stato di Segregazione e guardano con dispregio tuta la popolazione italica, romana e cattolica, rendendo precarie le condizioni di quella già forzata convivenza in cui i barbari sono gli armati vincitori avvezzi da sempre a consuetudini di violenza e di sopraffazione.
…..
In Sicilia c’è di peggio: qui l’insicurezza dominante, l’assenza di ogni pur minima garanzia da parte della lontana autorità dello Stato e le violente incursioni dei Vandali hanno come effetto I’abbandono di vaste aree coltivabili, il
regredire dei pochi traffici superstiti, la scomparsa di ogni forma di attività economica, il repentino calo demografico. In Europa, del resto, i 67 milioni di abitanti che vi si contavano tre secoli avanti sono ora ridotti ad appena 27 milioni.
Orbene, se l’Europa era tutta un’area depressa, non fa meraviglia che corresse fama che in Sicilia, nelle condizioni in cui trovavasi, ci passeggiassero i diavoli e che nelle Eolie ci fosse il vestibolo del regno della dannazione.
Quando infatti nell’anno 526 morì il re Teodorico e i cristiani italici impietosamente lo condannarono alla pena eterna, fu nel cielo di Lipari che si fece giungere la sua anima disperata. Poi il tonfo nel gran pentolone di Vulcano. «ln hanc vicinam Vulcani ollan iactatus est» dice papa San Gregorio, il quale precisa che di quella deiezione fu spettatore oculare, da Lipari, un eremita di grande santità («Illic vir solitarius magnae virtutis habitabat»). Probabilmente costui altri non era che il nostro S. Calogero. Ë un’opinione dello storico Francesco
Maurolico, che noi ci sentiamo di condividere.

……
Ma la situazione, già allora avvilente, è destinata a subire ulteriori guasti a causa della guerra goto-bizantina. Giustiniano, imperatore del solido Impero d’Oriente, sottratta l’Africa ai Vandali, un bel giorno accarezza il sogno di strappare ai Goti l’Italia e vuole utilizzare la Sicilia come base dell’operazione, Cosi dal 535 al 553, in un ossessionante andirivieni di eserciti ostili, goti e bizantini susseguono diciotto anni di guerra micidiale. «Fu per l’Italia una calamità senza scampo-commenta il Fisher; grandi crudeltà furon commesse dall’una e dall’altra parte.
Possediamo descrizioni dell’indicibile miseria delle campagne di popolazioni distrutte, di contadini costretti a vivere di castagne e di erbe ed in certi casi spinti addirittura ad atti di cannibalismo. Per la città di Roma, cinque volte assediata, i risultati di questa lotta calamitosa furono decisivi. Alla fine della guerra la popolosa capitale era scomparsa: poche migliaia di esseri impoveriti si aggiravano tra i monumenti dell’ antica grandezza. Mestieri e commercio erano estinti, e lo squallore medievale si estese senza incontrare resistenza in tutto il mondo occidentale».
Quale nube di tristizia sia scesa in codesti tempi sulla piccola e indifesa isola di Lipari è facile immaginarlo. Di riflesso, s’intende, poiché non disponiamo di fonti dirette di documentazione. Ma il fatto che la serie dei suoi vescovi risulti da quel momento lacunosa fino ad interrompersi del tutto costituisce sufficiente motivo per credere che l’isola è decisamente avviata per la china di un decadimento miserevole che durante la successiva dominazione araba toccherà il fondo: anche le sacre ossa di S. Bartolomeo andranno allora perdute per sempre.
Al cospetto della raccapricciante visione del presente persino il ricordo del la prosperità del passato è, nell’agghiacciante deformazione mentale del popolo, irrimediabilmente svanita, e tutto l’arcipelago nostro vien considerato inferno permanente, colonia di Satana ove i demoni operano aggressioni e malignità d’ogni sorta. I vulcani di Lipari, poi, e quelli della isole minori son visti come fauci della Gehenna, e si ha certezza che essi vomitino, insieme con le lave e lo zolfo, valanghe di diavoli sghignazzanti.
Si, per l’appunto, i vulcani dell’isola maggiore. La leggenda di S. Calogero è legata anche all’estinzione dei fuochi di Forgia Vecchia di Pirrera che tanto danno arrecavano alla popolazione di Lipari, ed è sorprendente che a livello scientifico di vulcanologia e di archeologia si dà per certa, nella Lipari del VI Secolo, la presenza di imponenti crateri. Quello di Monte Pelato era il più esuberante, e spettacolari dovevano essere i suoi sfoghi eruttivi.
Di una esplosione, avvenuta in Lipari nell’ anno 787 (secolo più secolo meno contano poco nella vita dei vulcani) abbiamo la testimonianza di un tal Gregorio il quale, tornando in quell’anno dal secondo Sinodo di Nicea, ebbe modo di vedere Lipari sconvolta da fenomeni vulcanici assai cospicui, cui l’osservatore, com’era d’uso allora, puntualmente associò Pidea dei fuochi e dei supplizi internali: «Perciò vi facciamo testimonianza del futuro giudizio che lddio farà col fuooco per il suo Verbo. Se alcuno poi non vi presti fede, consideri l’isola di Lipari che tanto va soggetta al fuoco, in guisa da far ribollire il mare e da ingoiare le navi che ivi si trovano, mentre ne scorre liquefatta la picea lava e si producono tremendi tuoni da quell’isoletta. Ed allora tutta Lipari è scossa e
trema; l’arena del mare si alza tutta infuocata fin dal profondo e sollevasi ad infinite altezze, e viene trasportata da gualunque vento per sorte spiri e va qua e la a cadere. Alcuni dicono ancor questo, che quando si ha notizia che qualche empio ed iniquo trapassò di vita, allora quei luoghi soffrono di eruzioni di fuoco e tuoni, quasi che ivi sian condannati a punizione quelle anime. Per questi luoghi ancor io, Gregorio, trapassando dopo che fu celebrata la seconda sacra Sinodo di Nicea, ascoltai e vidi quelle cose meravigliose»’.
Non riteniamo che sia necessario aggiungere altro. Era un quadro di desolazione e di morte quello che offriva la Lipari di mille e quattrocento anni fa: la realtà storico-ambientale vi era cosi orribilmente cruda che da tutti gli abitatori dell’area mediterranea si preferiva concepirla come un paesaggio da tregenda; per i nativi la stessa religione cristiana, più che di fede in un Dio d’amore e di consolazione, si alimentava della paura dei demoni infernali e dell’onnipresente mistero del male. E in questa allucinante realtà che vive e opera, eroe del bene e protagonista di giustizia, Calogero di Costantinopoli.
Avversario del male che va facendosi sempre più cronico e diffuso nella storia del tempo, Calogero s’innesta nella linea di sviluppo del monachesimo occidentale che, specie in Sicilia, acquista con lui suggestivi connotati di santa crociata. Già nel 363 con Sant’Ilarione s’era introdotto in Sicilia un monachesimo primitivo poggiante su elementari regole di vita comunitaria. Ben presto la prospettiva di tempi incerti favorisce la proliferazione di simili accolte di mistici le cui precipue finalità sono la fuga dal mondo e la vita di contemplazione. Quando, poi, i Visigoti (401) e successivamente i Vandali (429) mettono a soqquadro gli uni l’Italia continentale e gli altri l’Africa romana, da codesti territori numerosi sono i monaci fuggitivi che cercano scampo in Sicilia. Qui nel contempo
fanno capo altre correnti migratorie di monaci provenienti dall’area bizantina ove il governo imperiale si lascia andare a sporadiche persecuzioni contro i cattolici di schietta obbidienza romana.
Moltissimi dei sopravvenuti si inseriscono nelle comunità religiose preesistenti o ne impiantano di nuove; altri invece specie quando qui da noi si affacciano i giorni della tribolazione – preferiscono praticare un monachesimo
individualistico, indipendente e itinerante, talvolta anche bizzarro ed esaltato. Di questi solo qualcuno è passato alla storia col suo proprio nome (S. Filippo d’Agira, ad esempio, S. Rufiniano e S. Onofrio), ma parecchi altri son rimasti noti col generico appellativo di calogero, voce greca che significa buon vecchio o vecchio benefico. E senza dubbio fu questa la cagione del confuso fiorire e del disordinato sovrapporsi di tante e tante leggende calogeriane: le gesta, l’età storica e le dimore di un “calogero'” venivano ingenuamente attribuite ad un
altro, e nella fantasia popolare, in alcuni lembi di Sicilia beneficati dalla presenza di uno di codesti eremiti, il “Calogero” locale fu concepito come unico protagonista delle gesta degli altri. Per questo a molti critici Calogero appare come un personaggio “molteplice”.
Ma la leggenda più accreditata, quella raccolta dall’antico breviario gallicano, ci dà ad intendere chiaramente che Lipari e Sciacca ne ebbero uno in comune, ben distinto dagli altri, carico di senso e di significato, indizio di uno dei pochi solchi di bontà che nel VI secolo attraversarono quel fitto campo di miseria e di disperazione, simbolo di una cocente quanto vana ansia di rigenerazione e di giustizia in un mondo che pareva non fosse più adatto a viverci dentro. Si trascuri per un solo istante il profilo ascetico di Calogero, e dalla veste del penitente emergerà vivissima la figura dell’atleta temibile: “Guai, guai, guai a tutti i soci di Satana, perché è venuto il nostro nemico a scacciarci dal luogo della nostra abitazione !” . Sono i diavoli di Lipari e di Vulcano che cosi si lamentano: è il grido delle forze del male che retrocedono dinanzi all’incalzare di Calogero. E, si badi, non si tratta tanto delle forze del male astratte e meta fisiche quanto della somma corposa di tutti i malanni provocati dagli uomini e dalla
natura, nei quali, secondo la teologia cristiana, Satana ha comunque il potere di interferire: sopraffazione, violenza, carestie, pestilenze, eruzioni e terremoti, libidini, incubi della superstizione, infermità del corpo e deviazioni dello spirito.
Tra tanta marea di sciagure, cui particolarmente era allora soggetta la sparuta comunità dei Liparèi, Calogero si fa taumaturgo e opera “plurima et diversa miracula’” esplicando cosi la sua immensa pietà che è il tratto dominante del suo carattere. Si pensi alle terme di ponente che da lui presero il nome, settore precipuo, ma non esclusivo, del suo apostolato: «Or Calogero, tutto sollecito di giovare il prossimo, ottenne da Dio colle sue orationi che di nuovo comparissero quell’acque per beneficio commune. Anzi si tiene per fermo da’ Liparoti havervi esso medesimo fabricato quella stanza a volta che vi si vede dentro una gran conca incavata nella viva pietra, nella quale vi si raccolgono l’acque fumanti. L’apertura di questi bagni diede grande occasione di merito al devoto
Anacoreta, il quale in quel tempo in cui vi concorrevano i cagionevoli era tutto occupato in opere di carità Christiana con servirli. Ma la sua principale cura era verso i più poveri overo impiagati assistendo loro con sviscerato affetto sino a nettare le loro urceli e su le proprie braccia portarli nel bagno ed indi estrarre
quelli che, più degli altri fiacchi, non potevano né pur regersi in piedi».
Una pietà, dunque, che non è vana tenerezza o sterile compassione; ché, anzi, al contrario, Calogero si rivela deciso e forte, tenace e pratico: I’avere egli rivalutato e riproposto le terapie termali, l’essere stato un guaritore («morbos insanabiles curavit» sostiene il breviario gallicano) non soltanto dimostra che nella sua azione di lotta al male rientrava una carità altamente operativa, ma lascia sostanzialmente supporre che per il suo chiaro intuito, per il suo prestigio e fors’anche per la sua preparazione culturale egli dovette essere in grado d’imporre ai Liparèi la sua autorità, di dare ad essi moniti e suggerimenti ora a sventare un’insidia, ora a resistere ad un attacco piratesco, ora a dirimere atti una controversia intestina , ora a prevenire calamitosi eventi naturali. Spirito contemplativo e consolatore degli afflitti, Calogero tiene alternativamente il deserto e l’abitato: d’ordinario dimora nel ponente di Lipari, ma di tempo in tempo si porta qui a levante tra i derelitti abitatori della semivuota città. L’aria mistica del penitente gli giova non poco a renderlo, agli occhi delle plebi, più temuto e venerando, mentre egli non disdegna di assumere la stessa forma mentis del popolo mutuando da esso persino il rude senso di superstiziosa interpretazione delle cose.
Per questa sua disponibilità ad intendere il travaglio del prossimo, pur nella impetuosa primitività del suo impegno e nei ristretti limiti spazio-temporali della Sua azione, Calogero va considerato come esponente di un tipo di monachesimo che, come fascia intermedia, s’insinua tra quello di vecchio stampo, incistidato nella solitudine della vita contemplativa, e il monachesimo nuovo, quello benedettino, che si va già affermando e che propone ampie aperture alle esigenze religiose, sociali e culturali del tempo e opera in vista di una ripresa globale della immiserita società europea.
…….
Quando, infatti, nel 561, come vuole la tradizione, Calogero si spegne sul monte delle Giummarre a Sciacca, il suo ideale di carità sociale non scende con lui nella tomba. Quattordici anni prima aveva chiuso gli occhi S. Benedetto da Norcia lasciando ai suoi fratelli di Subiaco e di Montecassino la regola della preghiera e del lavoro, efficace strumento di perfezione per i singoli e, insieme, garanzia di riscatto e di promozione a vantaggio di tutti i fratelli che vivono nel mondo.
A tal proposito non va dimenticato che tra le tante attività differenziate e specialistiche, che Benedetto prescrisse ai monaci d’ogni cenobio, una da lui particolarmente raccomandata fu quella del frater infirmarius, del frate, cioè, che doveva votarsi all’assistenza dei malati all’interno e fuori del convento. Cosi, mentre ovunque nell’Occidente gravava la notte della barbarie, entro il recinto delle comunità benedettine prendeva il sommesso avvío la scienza medica, forma nobilissima di carità di cui il nostro S. Calogero era stato, a modo Suo, un precursore.
Un precursore, vogliamo dire, che operò proteso nell’ansia di anticipare i tempi ma che dovette pur vivere e pensare entro le dimensioni dell’età che fu sua quando persino i virus e i batterii e ogn’altra causa di corporale infermità se li figuravano come altrettanti diavoletti capricciosi muniti anch’essi, come i diavoli adulti, di corna caprine, di coda a tortiglione e di ali fuligginose e spennate di pipistrello.











