L’archeologa che da oltre 35 anni studia le Isole Eolie racconta l’ossidiana, Filo Braccio, il Museo Bernabò Brea, la ricerca scientifica e la responsabilità di consegnare il patrimonio alle nuove generazioni
di Alessio Cioni
Prima delle fotografie, dei porti affollati d’estate e della fama internazionale, le Isole Eolie erano già al centro di una storia mediterranea fatta di navigazioni, commerci, migrazioni e incontri tra culture. Una storia che affonda le proprie radici nel 5500 a.C. e che continua, senza interruzioni, fino al presente.
A ricostruirne da oltre trentacinque anni le tracce è Maria Clara Martinelli, archeologa e studiosa di riferimento della preistoria eoliana, protagonista di campagne di scavo, ricerche e pubblicazioni che hanno contribuito a restituire profondità storica all’arcipelago. Il suo percorso è legato soprattutto al Museo Archeologico Regionale “Luigi Bernabò Brea” di Lipari, ma si estende ai principali siti archeologici delle isole.
Il recente Premio Liparos 2026 ha riconosciuto proprio questo lungo impegno. Martinelli lo considera «un riconoscimento al lavoro che svolgo nelle Isole Eolie da almeno 35 anni» e, nello stesso tempo, «un traguardo personale».
L’intervista esclusiva per Il Giornale di Lipari parte però da una domanda essenziale: perché un giovane dovrebbe ancora interessarsi a un passato così lontano?
La risposta è racchiusa in tre parole: «Conoscenza, sapienza, identità».
Per Martinelli la conoscenza del passato non è un esercizio riservato agli specialisti. È il presupposto per comprendere il territorio, riconoscere il valore del patrimonio e costruire una consapevolezza capace di guardare al futuro.
Il suo rapporto con Lipari nasce nel 1990, ma l’incontro con le Eolie era cominciato già qualche anno prima.
«Nel momento in cui ho scelto di rimanere. Era giugno 1990 e avevo accettato un incarico per catalogare anfore greche e romane da parte del Museo. In realtà non ero convinta perché studio la preistoria, ma l’attrazione verso questi luoghi è stata molto forte e ha vinto. Mi sembrava di vivere in un paesaggio immaginario circondato dal mare dove la natura dominava».
Martinelli era arrivata a Lipari già nel 1988, seguendo la via dell’ossidiana. Una borsa di studio del Ministero degli Esteri l’aveva portata a studiare l’ossidiana di Lipari nei siti neolitici dell’Adriatico, dalla Puglia alla Dalmazia, fino a Croazia e Montenegro.
Quella pietra nera sarebbe diventata uno dei fili conduttori della sua ricerca.
Tra le sue scoperte, Filo Braccio occupa un posto particolare.
Il villaggio costiero di Filo Braccio, a Filicudi, era stato scoperto nel 1959 e non era più stato indagato fino alla ripresa degli scavi nel 2009.
«Quel luogo aveva suscitato in me una grande emozione fin da quando lo avevo visitato insieme ai due grandi archeologi, Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier, che hanno fatto conoscere al mondo l’archeologia di questi luoghi».
Dalla capanna F, appartenente all’Età del Bronzo antico e datata indicativamente tra il 2200 e il 1700 a.C., proviene un manufatto straordinario: una semplice tazza realizzata localmente, ma decorata con una scena incisa che non trova confronti soltanto nelle Eolie, bensì nell’intero Mediterraneo.
«Il mare, le barche e una figura umana stilizzata con attributi forse divini compongono la scena divisa in due registri dalla linea dell’orizzonte».
Quell’immagine racconta comunità che avevano trasformato il mare in parte integrante del proprio territorio e della propria identità. È il principio alla base del concetto di “seascape”, attraverso il quale l’archeologia contemporanea studia le interazioni culturali che hanno costruito il paesaggio insulare.
La storia delle Eolie, dunque, è molto più antica del turismo.
Martinelli considera prioritario far comprendere ai visitatori la straordinaria importanza archeologica dell’arcipelago. Il riferimento è a Creta e Santorini, dove il patrimonio archeologico è ormai parte essenziale dell’esperienza turistica.
«Qui abbiamo a Lipari, Salina, Filicudi, Panarea e Stromboli i villaggi dell’Età del Bronzo rimasti incontaminati fino ai nostri giorni. Rappresentano un patrimonio unico nel Mediterraneo».
Una ricchezza che trova nell’ossidiana il proprio punto di partenza.
Martinelli ha curato la mostra “Ossidiana nel Mediterraneo”, proprio per raccontare il ruolo di questa materia nella storia dell’umanità.
«Essa è ancora un simbolo per Lipari e rappresenta un filo della storia millenaria dell’arcipelago dal Neolitico in poi perché tutto è cominciato per l’ossidiana. Le Eolie sono state popolate perché c’era l’ossidiana a Lipari».
La pietra diventa così la chiave per comprendere l’inserimento precoce delle isole nelle reti di scambio mediterranee.
Il luogo nel quale questa storia viene conservata e raccontata è il Museo Archeologico Regionale “Luigi Bernabò Brea”.
Per Martinelli il museo contemporaneo deve essere dinamico: esposizioni, pannelli didattici e strumenti digitali devono essere costantemente aggiornati. La sua funzione non è soltanto conservativa, ma anche pedagogica.
«I giovani visitatori possono ricevere dal percorso cronologico la dimensione del tempo, la bellezza dei prodotti delle comunità umane, la creatività, la fantasia e soprattutto l’arricchimento della conoscenza».
Anche la scuola ha una responsabilità precisa. Martinelli ritiene necessario programmare le visite in piccoli gruppi, concentrandosi su temi specifici, anziché limitarsi a portare grandi numeri di studenti.
«La mediazione culturale nei Musei è un tema attuale che avrebbe bisogno di personale specializzato».
Le tecnologie digitali possono ampliare enormemente le possibilità della ricerca: la fotografia è oggi immediata, i droni permettono rilievi più efficaci. Ma nessuno strumento può sostituire la competenza dell’archeologo.
«Rimane la capacità degli archeologi di raccogliere informazioni, di porre attenzione alla metodologia di scavo, di catalogare e documentare i manufatti, di interpretare attraverso i documenti che la terra ha conservato la storia di quel sito, di quella casa».
E rimane soprattutto la necessità di studiare e pubblicare. Martinelli richiama ancora una volta l’insegnamento di Bernabò Brea e Cavalier, per i quali la divulgazione scientifica rappresentava un obbligo.
«Spesso non accade e i documenti dello scavo rimangono conservati nei magazzini. Io stessa ho pubblicato tutte le ricerche che ho effettuato contribuendo ad arricchire la storia più antica».
La storia delle Eolie contiene anche una lezione sorprendentemente attuale sulla convivenza.
Le isole sono state abitate «in continuità dal 5500 a.C. fino ad oggi», nonostante una difficoltà fondamentale: «non hanno acqua».
Eppure sono arrivate nuove popolazioni, migranti e influenze culturali che hanno trasformato progressivamente la cultura locale.
«Il valore della convivenza e dell’adattabilità alle risorse naturali del territorio è un importante insegnamento per l’umanità».
La stessa consapevolezza può aiutare a leggere le sfide ambientali del presente. «La storia e la geografia sono fondamentali per conoscere la nostra vita futura». Sapere che il territorio cambia e che l’umanità ha attraversato un percorso lunghissimo significa imparare a guardare con maggiore rispetto al patrimonio culturale e ambientale.
Il Premio Liparos 2026 arriva dunque al termine di una lunga stagione di lavoro e di ricerca. Ma Martinelli guarda soprattutto a ciò che verrà.
«Spero che le nuove generazioni proteggano veramente il patrimonio culturale conservandolo e continuando il suo studio».
Non sarà semplice. «Per farlo bisogna accettare di mettersi alla prova anche con sacrifici nella vita personale».
La frase finale restituisce il senso più profondo di una professione spesso raccontata attraverso le scoperte, ma costruita quotidianamente sulla pazienza e sulla responsabilità.
Per oltre settemila anni gli uomini hanno attraversato queste isole, lasciando dietro di sé villaggi, strumenti, ceramiche, incisioni e tracce di vita. Il compito della nostra generazione non è soltanto conservarli: è impedire che smettano di parlare. Perché una pietra, una tazza incisa, una casa antica possono sopravvivere ai secoli, ma la memoria ha bisogno di qualcuno disposto ad ascoltarla. E finché qualcuno continuerà a scavare, studiare e raccontare, le Eolie non saranno soltanto un luogo dove il passato è rimasto: saranno un luogo nel quale il passato continua a parlare al futuro.












