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La donna nella Lipara greca

donna lipara greca

di Michele Giacomantonio

A partire dal periodo in cui Atene viveva il glorioso secolo di Pericle , Lipari, a parte qualche breve parentesi, avendo assunto il controllo del Tirreno combattendo i pirati e gli Etruschi, visse la più felice stagione della sua storia anche forte di quell’organizzazione sociale che probabilmente ispirò Platone nel suo De Repubblica. E questo fino a quando, nel 251 a.C., essendosi alleata con Cartagine non venne sconfitta da Roma che, occupandola, si abbatté su di essa con forza distruttrice per farle pagare la lunga resistenza alle incursioni delle sue flotte.
Negli anni che vanno dal V alla metà del III secolo a.C. essa era una superba cittadina di almeno tre mila abitanti con imponenti edifici come il Pritaneo, cioè il cuore della città dove veniva conservato il fuoco sacro, e ricchi tempi votivi dedicati ad Efesto ed Eolo sulla rocca ed i templi dedicati a Demetra e Dioniso nella città bassa dove era stato eretto uno splendido teatro all’aperto con strutture di legno praticamente al termine della zona chiamata oggi “il Timparozzo”, in cui si rappresentavano le migliori commedie e tragedie del mondo antico, da Eschilo a Menandro, da Aristofane ad Astidamante. E oltre le mura, si aprivano i campi coltivati e la necropoli entrambe realtà care alla dea dei misteri eleusini.

Probabilmente la via principale – lungo la quale, soprattutto nelle ore serali, amavano passeggiare i liparesi di tutte le età mettendo in mostra abiti lussuosi e i gioielli di famiglia – si stendeva da quella che oggi è piazza Mazzini fino al teatro dedicato a Dioniso. Erano i tempi in cui si potevano incontrare per le vie della Città, intenti a disputare con altri comuni mortali, Menandro e Senofane di Colofone che non disdegnava di risiedere a Lipari malgrado avesse paura dei vulcani; o come ci riferisce Diogene Laerzio, Aristippo, il fondatore della Scuola Cirenaica, che decisero entrambi di avere qui sepoltura; e ancora Zenone di Elea, il filosofo che rispose a Dionisio che il maggior vantaggio che se ne ricava dalla filosofia è il disprezzo della morte e che proprio a Lipari, stando sempre a Laerzio, organizzò la congiura contro il tiranno di Elea, Nearco, partendo da qui, verso la fine del V secolo a.C. con una spedizione armata di aristocratici; per non parlare di Ebro di Lipari, a cui dedicò Neobule e i suoi amori, come ci tramanda Orazio.

Ed era sempre su questa via che si aprivano – per la curiosità e la gioia soprattutto delle signore e delle giovani – vere e proprie botteghe d’arte di artigiani che lavoravano l’oro e gioielli facendone anelli, monili, diademi, collane . Di anelli a Lipari ne sono stati trovati parecchi nei corredi funerari: dall’anello-sigillo a castone aureo con la Nike in volo, ad anelli con la figura di una giovane donna incedente con passo di danza, ad anelli con scarabei, solo per fare alcuni esempi. E dopo gli anelli gli orecchini sia quelli a sistema rigido costituiti da un elemento unico molto semplice, a quello più complicato con pendente mobile, dall’orecchino a navicella a quello cosiddetto a Helix, a quelli con teste di animale. Quindi i pendagli, le collane, i braccialetti.

E sempre sulla via principale, a fianco alle botteghe artigiane che lavoravano l’oro e i gioielli, vi erano i laboratori nei quali tenevano scuola eminenti maestri di pittura, scultura e decorazione, soprattutto vascolare.
“Rimasta fuori dalle guerre che devastarono la Sicilia e la Magna Grecia del V e del IV secolo a.C. Lipari potè godere – scrivono Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier.[1] – di una notevolissima prosperità e raggiungere, soprattutto nel IV e nella prima metà del III secolo a. C. un livello economico molto elevato di cui sicura ed appariscente documentazione è la ricchezza e la qualità degli oggetti che costituiscono i corredi delle quasi 3000 tombe messe in luce dagli scavi dell’ultimo cinquantennio. In quell’ambiente di agiatezza e diffuso benessere fiorirono la cultura e le arti. Abbiamo notizia di due scrittori liparesi Pisistrato e Pyron di cui non ci sono pervenute le opere. Prosperarono gli artigianati locali come quello della ceramica dipinta figurata che nella prima metà del III sec. a. C. sviluppò, con l’uso del caolino locale, una vivacissima policromia ad opera di una serie di maestri anonimi, il principale dei quali è conosciuto con il nome convenzionale di ‘il Pittore di Lipari’”.

Anzi possiamo dire che per merito del Pittore di Lipari e della sua scuola, Lipari ci apparirebbe oggi come il massimo centro artigianale – in quell’epoca – di questa ceramica. Forse il centro dove questa tecnica sarebbe stata creata e perfezionata”[2].
L’innovazione tecnica del pittore di Lipari e della sua scuola può essere indicata principalmente – oltre che nel materiale adoperato per i vasi formato da una miscela fra l’argilla importata a Lipari dalla Sicilia con il caolino locale – dall’aggiunta di una vasta gamma di colori applicati a tempera e non sottoposti a cottura alle figure rosse su fondo nero con ritocchi di colore bianco e giallo. Ed il fatto che i colori fossero applicati a tempera senza cottura diceva chiaramente che questo vasellame non era destinato ad un uso pratico quotidiano perché i lavaggi li avrebbero cancellati, ma al decoro delle abitazioni o ad un uso sacrale e funerario.

Oltre ai crateri di cui se ne conservano alcuni molto belli nel Museo Archeologico di Lipari si sviluppò l’artigianato delle piccole terrecotte figurate che in un primo tempo produsse splendidi modellini di maschere dei personaggi della tragedia, della commedia e dei drammi satireschi che erano più in voga, poi si specializzò nella produzione di vivacissimi statuette di attori della commedia nei più diversi atteggiamenti; infine – negli ultimi decenni del IV secolo – si cominciarono a produrre anche statuette di belle ragazze che con il teatro non avevano nulla a che vedere ma certo volevano sottolineare come la bellezza e la grazia muliebre facessero parte della quotidianità di questa cittadina. Sono statuette alte poco più di 10 cm. modellate con grande freschezza ed abilità che qualche volta risentivano forse un poco dell’influenza dei modelli della grande statuaria greca a cui si ispirarono, ma che in generale rispecchiano piuttosto i costumi, le mode, le pettinature, gli atteggiamenti che erano in voga in quel tempo.
“Ci danno cioè – commentano i due archeologi – un ritratto immediato delle belle ragazze che si potevano ammirare nelle strade e nell’agorà di Lipari all’inizio dell’età ellenistica” [4] . A cominciare dal loro abbigliamento e dalle loro pettinature.

L’abbigliamento femminile in Grecia e, quindi anche nella Lipari di allora, non subì mai grandi cambiamenti ed era in realtà molto semplice. Si componeva di due soli pezzi: il chitone e il himation. Il chitone era una specie di tunica semplicissima che scendeva unita fino alle caviglie, fatta da una pezza di tela di lino ripiegata su se stessa e cucita ai due lati che lasciava in alto due aperture per le braccia e nella quale era praticata superiormente un’apertura per il capo. Questa tunica di tela sottile poteva essere assai ampia e quindi, stretta alla vita da una cintura, anziché scendere unita poteva formare delle pieghine verticali a più ampi fasci di pieghe. Non mancano chitoni forniti di mezze maniche.
La donna stava in chitone solo nell’intimità delle pareti domestiche. Quando usciva ravvolgeva intorno ad esso un himation. L’himation era una specie di grande scialle e cioè un drappo di forma rettangolare allungata che poteva venire ravvolta intorno al corpo nelle maniere più varie, più stretto o più ampiamente drappeggiato. Poteva essere portato anche al di sopra del capo, e rifasciarlo e dinnanzi al volto lasciando scoperti gli occhi. Poteva invece essere gettato sulle spalle a guisa di mantello.

Naturalmente l’ himation, come anche il chitone poteva essere, a seconda della stagione, di stoffe diverse, ora di calda e pesante lana, ora di tela sottilissima leggera come se fosse di seta e talora addirittura trasparente.
Pur con abiti così semplici l’intraprendenza femminile sapeva trovare mille risorse ed ottenere gli effetti più vari evitando la monotonia. Su centinaia di statuette femminili rinvenute a Lipari non ne troviamo due in cui l’himation sia drappeggiato nello stesso modo segno che l’eleganza e la raffinatezza erano doti molto diffuse. Negli scavi da noi è stato rinvenuto persino un lembo di stoffa tessuta a fili d’oro.
Oltre al vestiario anche la capigliatura era oggetto di particolare attenzione. Nella seconda metà del IV secolo a.C. era molto diffusa la pettinatura con una crocchia di capelli abbastanza voluminosa portata sull’alto del capo proprio al di sopra della fronte ma fu una moda che durò poco. Alle volte invece si avevano due masse voluminose di riccioli leggeri bipartiti sulla fronte. Più semplice era la pettinatura con chiome bipartite cadenti sulle spalle in lunghi boccoli. Più avanti negli anni cominciò a compatire la pettinatura cosiddetta “a melone” e cioè con boccoli ritorti che partono parallelamente dalla fronte e dalle tempie e che si riuniscono in una crocchia rotonda sull’occipite: una pettinatura assai raffinata ed elaborata quanto maggiore era il numero delle ciocche parallele che dalle otto a dieci nelle forme più semplici potevano arrivare fino a sedici e più.

Nell’ultimo periodo della Lipari greca assistiamo ad un notevole cambiamento nella moda femminile. Non tanto negli abiti ma soprattutto nel tipo delle acconciature che diventano varie e ricercate. Da quella semplicissima bipartita sulla fronte, che doveva essere quella normale portata da tutte le ragazze nella loro vita quotidiana, a quella elaboratissima delle giovani spose per la cerimonia nunziale, a quelle della matura madre di famiglia dove i capelli bipartiti sulla fronte formano intorno al volto una serie di riccioli ricercati ed un nodo più o meno voluminoso sull’alto del capo, alla vecchia domestica che ha una acconciatura seria ma accurata con i capelli tirati sulle tempie a ravvolgere un cercine che circonda il capo e che resta scoperto sulla fronte dove poteva portare anche un piccolo ornamento.
La donna nella Lipari greca si occupava soprattutto della casa e delle attività domestiche. Così abbiamo statuette di donne che filano la lana, altre che triturano il grano con una macina rettangolare mentre la farina si raccoglie nella vaschetta di forma ovale ed un gatto adagiato comodamente su un margine della vaschetta non sembra minimamente disturbato dal lavoro della padrona, altre di donna seduta che sta rimescolando in una ciotola il cibo che sta preparando, altre di donne dinnanzi a graticole o a un forno, altre di donne che fanno il bagno al bambino dentro una vaschetta a forma di scafo.

Ma oltre alla casa ed alle attività domestiche la donna si dedicava alla musica ed alla danza, curava il proprio maquillage, praticava la religione ed in particolare prendeva parte al culto di Demetra. Proprio il culto di Demetra aveva via via, col trascorrere dei decenni soppiantato, soprattutto fra le donne, il culto di Efesto che era il dio che proteggeva dalle eruzioni e dai terremoti , di Eolo, custode dei venti, con il rito di gettare nel bothros sormontato dal leoncino cnido vasellame prezioso come offerta votiva perché proteggesse nei viaggi per mare, e di Apollo che era il dio tutelare della città a cui i Liparesi avevano costruito un tempio nell’isola di Delfi in Grecia e lì inviavano offerte votive per chiedere la protezione nelle guerre e nei combattimenti.
Demetra era la Grande Madre benigna dispensatrice di ogni fecondità ed il cui culto in qualche modo ci riporta ai primordi della storia con il culto della vita, della fecondità, della crescita, delle stagioni. A Lipari in particolare il culto di Demetra si legò sempre più a quello dei morti divenendo la dea a cui ci si rivolgeva per la salvezza dei propri cari scomparsi.

I misteri eleusini erano riti religiosi misterici – ed infatti si chiamavano Mysteria – che si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra nell’antica città greca di Eleusi. Essi erano antichissimi, si svolgevano già prima del periodo miceneo, circa 1600-1100 a.C.. I Mysteria erano periodi di festa durante i quali si svolgevano riti atti a consentire agli iniziandi di entrare nell’oscurità della morte di vincerla e di risalire alla luce della vita; in genere ricorrevano due volte l’anno: a metà febbraio, e da settembre a ottobre.
A Lipari si tenevano in autunno con una festa grande con preghiere, canti, danze, cortei, cerimonie di purificazione, estasi mistiche, offerte, pasti sacri ed anche rappresentazioni teatrali. Erano riti interdetti agli uomini. Un mondo al femminile per eccellenza, misterioso e oscuro che aveva come simbolo il porcellino e la fiaccola e statuette con fiaccola e porcellino sono state ritrovate numerose ritrovate a Lipari.

Il porcellino rappresentava l’offerta più ricorrente nei riti eleusini, durante i quali le donne usavano gettare porcellini vivi in pozzi votivi e compiere sacrifici di maiali e questo in riferimento ad un episodio del mito: quando Kore, rapita da Ade, sprofonda nel suolo si trascina dietro le scrofe di Eubuleo. Anche la fiaccola assumeva un preciso significato rituale. Essa rievocava l’immagine di Demetra che nel mito recava torce accese durante la disperata ricerca di Kore. E così durante le cerimonie eleusine la fiaccola diveniva uno strumento di culto, tenuta da sacerdoti e dalle fedeli durante le processioni ed i riti notturni

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