Violenza sulle donne, Spadaro : occorre cambio di mentalità

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di Rosanna Spadaro 

Eliminare la violenza sulle donne è  una delle maggiori preoccupazioni che  impegnano le menti del mondo femminile,  certamente da sempre, ma in  maniera  ancora più determinante da quel lontano 25 novembre 1960 quando, su una strada di campagna della Repubblica Domenicana, furono violentate ed assassinate le tre sorelle Mirabal, impegnate nella lotta di liberazione contro la dittatura del generale del momento.

E oggi,  più che mai, si cerca di prendere misure adeguate nei confronti di questo dilagante fenomeno di delinquenza e di  stabilire  sanzioni, per i colpevoli di questo reato, sempre più pesanti.

I movimenti femminili, infatti, stanno lavorando da anni a progetti di legge sulle violenze nei confronti delle donne cercando solidarietà tra l’opinione pubblica  con proposte di leggi,  tese a definire in ambito parlamentare questo grosso problema.

Ed è stato di fondamentale importanza che si sia riusciti a portare sui banchi parlamentari  un discorso di estrema attualità quale quello della condizione femminile in generale.

Desidero improntare il mio intervento sulla violenza nei confronti delle donne in senso lato, dal contesto familiare a quello sociale, a quello lavorativo.

Quando si parla di violenza alle donne, infatti, si pensa subito alla violenza fisica, alla violenza sessuale,  ma  questo tema è ben più vasto in quanto abbraccia tutti i campi del vivere civile e del quotidiano di ciascuna donna, e si pone quindi come argomento di indispensabile confronto, a livello sociale,  per il superamento di una serie di condizionamenti e di situazioni negative, di cui  la donna da troppo tempo è vittima.

La violenza  non è soltanto quella che si esprime in un atto di bruta aggressione, ma ha un ventaglio più ampio di espressioni  e comprende indubbiamente anche tutte le violenze quotidiane, nei rapporti interpersonali, a cui   le donne sono esposte.

La donna, quindi , nella nostra società  progredita a vari livelli ed aperta alla soluzione dei problemi di dimensione sociale, resta tutt’ora vittima di convinzioni sbagliate  che la volevano inferiore all’uomo,  e quindi la sua condizione di vita è sempre e comunque quella di una persona  votata al sacrificio permanente e fortemente penalizzata.

Anche le conquiste delle donne nel settore del lavoro, che vengono sbandierate come vessilli, sono  spesso invece, un chiaro esempio della discriminazione operata nei loro confronti.

Conquiste, peraltro, tali fino ad un certo punto. Perché se da un lato hanno dato alla donna la possibilità di impegnarsi in attività professionali gratificanti, liberandole dal  restrittivo ruolo di casalinga, non hanno risolto il problema delle incombenze quotidiane che ricadono totalmente sulla donna stessa, la quale in questo modo viene a sobbarcarsi  un duplice lavoro e contemporaneamente  una duplice fatica. Quindi la condizione della donna, nonostante  tutto, resta ancora definita in un ruolo statico di moglie e madre, che deve assolvere all’interno della famiglia una molteplicità di compiti, perché ancora non si è raggiunto, anche all’interno del nucleo familiare, una diversa impostazione dei ruoli, ai quali contribuiscono tutti i membri della famiglia stessa.  

Quest’anno peraltro la mobilitazione, nella giornata della violenza sulle donne , ha proprio come fil rouge quello della violenza economica, una tra le forme più subdole di aggressione e di ricatto, all’interno della famiglia. In un Paese dove una donna su due non lavora, dove alla nascita del primo figlio il 30 per cento delle madri abbandona (o viene costretta ad abbandonare) la sua occupazione, dove dopo una separazione il 60 per cento delle “ex” si ritrova nell’indigenza, il ricatto economico di mariti e partner è diventato un’emergenza sociale.

E la sudditanza economica che tiene le donne in condizioni di libertà negata è spesso alla radice della violenza fisica. Ogni 15 minuti in Italia si registra un episodio di stalking o maltrattamenti su donne  spesso vittime di uomini che le considerano loro proprietà e  spesso rimaste senza tutela malgrado denunce ripetute.

Il fenomeno della violenza sulle donne , quindi, non dovrebbe essere analizzato e trattato esclusivamente come un semplice “reato contro la persona” visto e considerato che affonda profondamene le proprie radici in una sorta di subcultura “farcita” di pregiudizi molto diffusi e in particolare sull’errata convinzione che la donna debba sempre e comunque occupare un ruolo, nel lavoro o in famiglia, subalterno.         

Un retaggio tanto radicato in alcune persone che spesso è molto difficile, sia per gli uomini sia spesso per le donne, rendersi conto di stare esercitando o subendo una qualsiasi forma di violenza e di violazione di diritti che dovrebbero ormai essere considerati universali.

Anche in ambito religioso  i primi padri della Chiesa discutevano se alla donna dovesse essere riconosciuta un’anima oppure no. La letteratura cristiana medioevale identificava nella donna, da un lato l’immagine del demonio  mandato per tentare gli  uomini e perderli, dall’altro una presenza angelica inviata per redimerli. Insomma Eva e Maria tentatrice e salvatrice, mai, comunque, essere umano uguale all’uomo e sua naturale compagna.

È un difficile discorso di mentalità da superare, ma comunque va fatto, perché lo sfruttamento della donna,  proprio quello quotidiano,  è ulteriore esempio di violenza che nessuna legge potrà mai modificare, ma che bisogna superare con la volontà di tutti, perché la presa di coscienza della condizione femminile come problema sociale  è quindi soprattutto e innanzitutto  evoluzione culturale e  trasformazione nei  costumi e nei comportamenti.

A questa evoluzione può concorrere chiunque sia disponibile ad un dialogo che superi le vecchie concezioni di inferiorità della donna.

A tale proposito una componente fondamentale nella strategia della lotta alla violenza femminile è senz’altro la formazione, e quindi la  scuola, sin dai primissimi anni, anche attraverso una corretta stesura dei libri di testo che dovrebbero essere redatti in modo da evitare pregiudizi di genere.

Nell’ambito scolastico, poi, un ruolo chiave è quello dei docenti che devono essere sensibilizzati e formati, anche in tal senso. Qualcosa si è mosso con l’introduzione dell’educazione di genere nelle scuole, ma siamo solo all’inizio di un percorso ancora lungo.

Importantissimo,  altresì, è il ruolo della stampa e dei mezzi di comunicazione di massa che hanno il dovere di trattare questi argomenti usando un linguaggio adeguato. Anche in questo caso, sarebbe necessario lavorare sulla formazione.  Esistono dei codici verbali adeguati e bisognerebbe che chi si occupa di scrivere argomenti li conoscesse e soprattutto li adoperasse con l’obiettivo di evitare,  in primo luogo ad esempio, qualsiasi allusione a una corresponsabilità della vittima.

E’ capitato molto di frequente  che la donna violentata superando la barriera della paura e dell’omertà, anche della vergogna, facendo ricorso alla giustizia e presentandosi davanti ad un tribunale , da vittima ne è divenuta  spesso  imputata.

In  un  processo  per violenza che  si veniva svolgendo , infatti,  in un clima di pregiudizi e falso perbenismo,   era la donna, più o meno velatamente tacciata di leggerezza  e anche   sottoposta a faziose domande dagli avvocati,   ad essere ,inevitabilmente e indegnamente,  colpevolizzata.

Anche il capo dello Stato, nella giornata istituita vent’anni fa dalle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione su “una sistematica violazione dei diritti umani”, ricorda che – “benché molto sia stato fatto anche in Italia”, la violenza “non smette di essere emergenza pubblica e per questo la coscienza della gravità del fenomeno deve continuare a crescere. Le donne non cessano di essere oggetto di molestie, vittime di tragedie palesi e di soprusi taciuti perché consumati spesso dentro le famiglie o perpetrati da persone conosciute”. Per contrastare la violenza dunque, continua il presidente della Repubblica, “molto resta da fare. Ogni donna deve sentire le istituzioni vicine. Dobbiamo continuare ad adoperarci nella prevenzione, nel sostegno delle vittime e dei loro figli, nel reperimento delle risorse necessarie e nell’elaborazione di ciò che serve per intercettare e contrastare i segnali del maltrattamento delle donne”.
Una violenza che va fermata con la formazione, la prevenzione, il contrasto e senza concedere sconti a nessun atteggiamento di sopraffazione, da quello fisico a quello psicologico. Nessuna misura penale, processuale o amministrativa potrà mai avere piena efficacia se non vi sarà un impegno altrettanto incisivo sul piano dell’educazione. Le leggi non bastano se le menti non cambiano”. Il pregiudizio  è nella testa.

Eliminare  la violenza nei confronti della donna,  migliorare la condizione femminile, quindi, ribadisco, vuol  dire in primo luogo modificare la mentalità,  sia nel proprio nel nucleo familiare, dove  capita ancora oggi che la donna resti sottoposta ad una serie di ricatti quotidiani, vere e proprie forme di violenza, che nella società in genere.

E quindi, mentre è proprio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella  ad ammonire perché non si sminuisca  il valore della donna ma se ne riconoscano sempre più i meriti nella vita pubblica e privata e  la donna venga sempre più, realmente apprezzata per le sue grandi doti , la sua capacità  di affrontare la vita,  e quindi anche di stare a capo di una comunità, di una nazione,  vorrei ultimare le mie riflessioni con un augurio.

Perché non pensare ad  un Presidente della Repubblica donna ?

Certo un grande passo sarebbe compiuto, nel difficile compito di una  adeguata  trasformazione  culturale, se questo mio augurio potesse trasformarsi  in realtà , perché con la “guida di una donna”, si affermi sempre più  una società  dove si operi in difesa dei diritti di ogni essere umano, così come si conviene a tutti coloro che  hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile.

 

 

 

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