Un Famularo di Lipari nella Palermo del ‘500

di Anna Maria Schmidt – Renata Conti

Quasi all’incrocio tra il Corso Vittorio Emanuele, la strada di Palermo antica di millenni e la via Roma, il grande taglio viario voluto agli inizi del ‘900, sul lato destro provenendo dalla Stazione Centrale, su una terrazza raggiungibile per una scala e rientrante rispetto all’allineamento dei palazzi, sorge la chiesa di S. Antonio Abate, meglio conosciuta dai palermitani come l’Ecce Homo per un’immagine molto venerata. Gli ultimi rimaneggiamenti avvenuti con la sistemazione legata alla via Roma e tra cui, non si può escludere ci siano parti rifatte, non la fanno considerare per quanto è l’importanza che le compete.

Potrebbe sembrare un esempio di revival tardo gotico, di cui non mancano esempi a Palermo. In effetti è una chiesa tra le più antiche della città. Da documenti era già esistente al tempo di Federico II e non è escluso che abbia avuto origini più antiche.

Agli inizi del XVI secolo doveva presentarsi in condizioni precarie se si provvide al suo rinnovamento totale affidando il progetto e la direzione dei lavori ad Antonio Belguardo, un architetto nativo del Val di Noto, la cui attività talvolta non ha contorni netti non distinguendosi da quella del più noto Matteo Carnelivari.

Grazie alle ricerche costanti di un gruppo di assidui indagatori di archivio tra cui il più instancabile è il professor Giovanni Mendola, gli archivi, da pochi anni stanno restituendo una messe di documenti, tra cui quelli che lo riguardano.

Da questa ricerca è emersa anche la figura di un liparota, attivo nei cantieri dell’epoca: Martino Famularo.

Nel documento che lo riguarda viene definito “fabricator” figura che sta a metà fra il muratore, il capomastro e quello che oggi definiremo impresario edile.

Martino Famularo il 15 giugno del 1535 prende l’impegno di consegnare seimila conci di pietra pomice estratti dalle cave di Lipari e destinati alla costruzione della cupola della chiesa di S. Antonio Abate.

Nel 1536, un anno dopo, la cupola era completata, come scrive nel suo diario manoscritto Valerio rosso.

La chiesa ha pianta quadrata e la cupola si erge a coronare questo quadrato, secondo uno schema in uso nell’architettura bizantina. È una cupola con tamburo e attualmente è percepibile solo dalla piazza del mercato della Vucceria.

L’uso di materiale vulcanico, leggero e resistentissimo, si deve agli architetti e ingegneri romani. L’esempio più illustre e conosciuto è il Pantheon a Roma.

I colti architetti del “Rinascimento” siciliano, con ogni probabilità, ne erano a conoscenza.

È possibile che anche a Lipari la pomice avesse comune impiego in edilizia per costruire volte e cupole. Potrebbe essere di blocchi di pomice la cupola di S. Maria delle Grazie, sulla rocca la cui edificazione, databile al XVI secolo, la renderebbe un’ipotesi plausibile.