Natoli : la precarietà che genera baracche

Riceviamo da Lino Natoli e pubblichiamo

Lino Natoli
Lino Natoli

Una delle conseguenze della paura è la precarietà. Quando si ha paura non si fa mai nulla di definitivo, di stabile, di solido: ci si rifugia nel precario. Infatti ciò che è precario è facilmente (si dice) rimovibile; è (nel tempo) trasformabile, rivedibile, correggibile, sanabile.

Invertendo i termini, la precarietà produce paura, insicurezza, aggressività. Un circolo vizioso dal quale si esce soltanto se si hanno la capacità ed il coraggio di programmare, di guardare al futuro con ottimismo, di progettare in vista di un bene certo e duraturo.

La precarietà è uno dei limiti che affligge le nostre isole. Abbiamo vissuto per anni nella precarietà per l’assenza di piani urbanistici definitivi, viviamo nella precarietà perché non riusciamo a stabilire delle regole certe per quanto riguarda, ad esempio, l’utilizzazione del suolo pubblico, le gestione del traffico veicolare, i servizi marittimi, lo sviluppo delle strutture portuali. Così la precarietà diventa un alibi sia per chi si rifugia nella realizzazione di strutture precarie (tanto si può sempre smontare), sia in chi le autorizza (tanto si può sempre far smontare). Così il panorama architettonico, pian piano, assume l’aspetto della baraccopoli, le strade si trasformano in un mercato all’aperto tra capanne e bancarelle.

Baracche e bancarelle che testimoniano la nostra indole ed i nostri sentimenti attuali. Per non far perdere tempo nella comprensione a chi viene a visitarci, anche il porto di Sottomonastero sta assumendo la singolare caratteristica del campo per terremotati. Baracche e capanne che s’inseguono rifugiando le più varie tra le attività: servizi, gite, lavoratori portuali, biglietterie in un turbinio di precari prefabbricati che si offre all’ospite che finalmente ha raggiunto la sua meta.

Il porto, qualsiasi porto, ha una dimensione industriale che non si può cancellare, però si può organizzare anche tenendo conto del buon gusto. Non sarebbe una cattiva idea se si definisse un piano nel quale stabilire dove collocare i prefabbricati, quanti, quali caratteristiche imporre, quali materiali di costruzione ed infine identificare chi e perché può richiedere la collocazione di una baracca sul porto, ancorché di gusto e confortevole.

Dico del porto perché ce l’ho a portata di mano, anzi di vista, e perché so che installare un prefabbricato coinvolge più enti, più competenze, più autorità che forse dovrebbero parlarsi tra di loro prima di esprimere un parere.

Si potrebbe continuare parlando delle piazze, delle strade del centro storico, dei punti panoramici, di certe strutture pubbliche e private, ma si rischierebbe di mettere in discussione lo sforzo di coloro che hanno saputo tradurre nella realtà l’afflato romantico dell’antica ed ingannevole metafora dell’amore trionfante; in fondo, ammettiamolo, tutti noi non desidereremmo altro che vivere due cuori e una capanna.