L’album dei ricordi : Le Vie d’Italia 1964, Aria nuova a Vulcano

vulcano la baia di ponente
vulcano la baia di ponente

A cura di Massimo Ristuccia

da LE VIE D’ITALIA 1964 – ARIA NUOVA A VULCANO di Mauro de Mauro

Con poche ore di viaggio per mare, gli italiani hanno a disposizione per tutto l’anno uno degli ultimi paradisi terrestri: Vulcano, un’isola meravigliosa e ospitale nell’arcipelago delle Eolie dove il turista trova tutto ciò che dà gusto e intelligenza alla vita.

……Oggi, chi sbarca a Vulcano nella baia di levante si imbatte subito nell’Hotel faraglione o nella Pensione Capitti, mentre la baia di ponente, molto più sofisticata, offre al turista l’Hotel Sables Noires, l’Hotel Vulcano, la Pensione Casa Rosa, la Pensione Conti, il “Village del Club “Connaissance du Monde”, il delizioso complesso bungalow “I pagghiara”, cioè i pagliai, che prende il nome dal rivestimento esterno delle pittoresche costruzioni, e infine l’albergo Eolo.

Nei periodi di punta, e soprattutto a agosto, tutto questo non è sufficiente, ed è giocoforza arrangiarsi alla men peggio dove capita, perfino nella sacrestia della chiesetta nuova di zecca. Ma questo è un altro discorso, che non incide su questa breve storia: la cronaca della trasformazione di Vulcano da zolletta d’inferno selvaggia e spoglia a stazione turistica di notevole richiamo…………..

Quando sulla scia dei francesi, scesero a Vulcano i milanesi (nell’estate del 53 fra Porto Ponente e l’Acqua del bagno si sentiva parlare soltanto in puro meneghino, e se non fosse stato per i generosi  lembi di pelle esposta al sole si sarebbe potuto pensare di stare in Galleria), allora la fortuna turistica dell’isoletta fu sicura. Il fenomeno però non destò alcun interesse fra i tradizionali operatori turistici, fra gli industriali alberghieri: l’antichissima fucina di Vulcano sente ancora troppo di zolfo, raffigura con toni sempre attuali e evidenti una possibile anticamera dell’inferno, perché un qualsiasi consiglio d’amministrazione deliberi un investimento di capitali su questo autentico residuo di mitologia. Solo dei sognatori, degli originali, dei collezionisti potevano e possono sentire il fascino di Vulcano al punto di farne scopo e mezzo di esistenza.

le nuove villette
le nuove villette

Sono fatti così, i moderni “albergatori” di Vulcano. La marchesa di Campolattaro è una  affascinante signora di rara sensibilità, che ha chiuso dieci anni fa la sua villa di Taormina per trasferire le innate arti di squisita ospite all’Hotel Sables Noires, da lei costruito e gestito: e nel cambio a rimetterci è stata Taormina.

Attilio Castrogiovanni, avvocato, deputato all’Assemblea regionale siciliana, ha piantato  la professione e la politica e si è improvvisato albergatore. Ha ideato e costruito  “I pagghiara”, il ridente complesso di bungalows rivestiti all’interno di maiolica dalle tinte più dolci a tenui, all’esterno di rozza paglia; ha popolato l’isola di cocorite, voleva popolarla anche di caprette tibetane ma dovette rinunciarvi  per i guai combinati dall’irruenza dei primi sei o sette esemplari trapiantati a Vulcano. Cominciò anche a costruire uno stabilimento termale, sul modello delle antiche terme romane, per sfruttare l’acqua bollente e i fanghi radioattivi che sgorgano dalla pietra ai piedi del cono vulcanico, ma le cose gli andarono male e lasciò questa, e altre iniziative, a metà o addirittura appena abbozzate.

Altro “politico” è l’avvocato Restuccia, professore di filosofia a Messina. Restuccia fu uno dei leader del movimento SEPARATISTA SICILIANO DEL DOPOGUERRA; CON Finocchiaro Aprile e con Varvaro condivise la notorietà e le spiacevoli conseguenze dall’arresto, ordinato vent’anni fa da De Gasperi, e del successivo internamento a Ponza. Adesso il professor Restuccia, coadiuvato dalla giovanissima moglie, riceve i clienti sulla soglia del suo albergo – il “Faraglione” – e qualche volta li serve a tavola.

Anche Irene Patrovita, più nota nel mondo della canzone italiana come Irene d’Areni, rivelazione del festival di Sanremo nel 1961, serve talvolta a tavola i clienti del suo Hotel Vulcano. Capitò a Vulcano un paio d’anni fa, per riposarsi, insieme al marito: da allora i due non si sono più mossi dall’isoletta. Mario Patrovita ha liquidato la sua partecipazione in un’industria olearia pugliese, Irene d’Areni ha detto addio a microfono e dischi. Qualche volta, nel dancing dell’Hotel Vulcano, un ritorno di fiamma canora l’assale, ma si tratta di rari sprazzi, le cure dell’albergo le lasciano poco tempo per cantare.

Il lento ma crescente richiamo turistico della loro isola non ha lasciato indifferenti i vulcanari, anzi li ha convinti tutti, uno per uno. Non sono molti, a onor del vero, non superano i cinquecento, ma il loro numero tende a aumentare. Il piccolo boom turistico ha bloccato l’emigrazione, il tradizionale esodo che in passato spopolava le isole dell’arcipelago e lasciava incolti i poderi, deserti e abbandonati i casolari, si è fermato.

Dieci anni fa la popolazione di Vulcano era scesa a meno di quattrocento unità, per lo più donne e bambini: gli uomini validi partivano per l’Australia o per L’America, e quasi mai tornavano. Adesso qualche cosa sta cambiando. I pescatori hanno trasformato le loro barche, le hanno dotate di motore, di salvagente, di cuscini di gomma; loro stessi si sono trasformati in barcaioli, fanno il piccolo cabotaggio fra le isole dell’arcipelago, fra Vulcano e Lipari, e hanno capito che il turismo non è fatto più da originali stravaganti di passaggio ma è diventato una attività economica seria, continua, duratura. Col risultato che molti barcaioli si sono imposti perfino dei veri e propri orari di partenza per le singole corse, e hanno unificato i prezzi, per tutti i tragitti possibili intorno a Vulcano o fra un’isola e l’altra.

Una boutique
Una boutique

Anche gli isolani che vivono a terra si sono poco per volta trasformati. Papà Capitti, ex fornaio, ex pescatore, oggi proprietario e gestore della Pensione Capitti e di svariati altri servizi, simboleggia un po’ questa metamorfosi. Capo di una robustissima famiglia – moglie, nove figli e figlie, e in più generi, nuore e nipoti – decise che tutte quelle braccia dovevano trovarla lì, dove le incudini avevano gemuto e strepitato sotto i martelli dei Ciclopi, la loro Australia. Aveva un vecchio forno, lo trasformò per confezionare un pane diverso, più gradito ai “forestieri”. Durante un inverno, con l’aiuto dei figli ingrandì la sua casetta, costruì altre stanze, la trasformò in pensione. L’anno successivo costruì proprio sul mare, sulla spiaggia di Levante, una trattoria di tipo casalingo. Quando a Vulcano il telefono divenne indispensabile mise a disposizione dei telefoni un locale e assunse la gestione del servizio telefonico. Contemporaneamente dotò Vulcano di due tassì, i due unici tuttora esistenti: sono due vecchie 1400 che hanno superato, in due, il milione di chilometri, ma vanno ancora. Quest’inverno ripasserà i motori, se avrà tempo: infatti, partito l’ultimo turista, ha messo mano alla sopraelevazione della pensione. La prossima estate il numero delle camere sarà raddoppiato.

L’esempio è stato contagioso, ciascuno, nel suo piccolo, ha cercato di fare altrettanto. Le casette bianche, bianchissime, nell’inconfondibile stile eoliano – corpo basso, lungo, a tetto piatto, porticato con pergolato d’uva poggiato su pilastri in muratura – si sono moltiplicate, o per lo meno ingrandite: non c’è famiglia che non sia in grado, fra giugno e settembre, di cedere una o due camere pulite, ariose, igieniche. Si sono moltiplicati anche gli impianti generatori di corrente, e il problema dell’acqua, che gli alberghi hanno risolto cercandosi falde idriche e i privati attraverso pozzi e cisterne, fra qualche mese cesserà di essere tale: l’acqua è stata trovata (l’aveva trovata per primo, quindici anni fa, un eoliano tornato dall’America), l’acquedotto è stato costruito, non resta che da collocare in opera gli impianti di sollevamento e pressione del prezioso elemento.

La metamorfosi degli isolani di Vulcano non si è però limitata alla ricettività o capacità ricettiva. E’ assai più profonda. Quasi avessero dietro le spalle secoli di esperienza raffinatasi attraverso il succedersi delle generazioni, gli isolani oggi sanno valutare e soppesare “il forestiero” con una sola occhiata, per classificarlo di colpo in una delle due grandi categorie che contano, veramente: quello che sbarca a Vulcano così, per vedere l’isola per fare un po’ di vacanza, per provare la novità del tuffo nel mare che scotta, e quello che invece giunge a Vulcano perché ci torna, o per scoprirne e gustarne il fascino. Nei confronti del primo tipo il “vulcanaro” è cortese, premuroso, ma niente di più. Con l’altro tipo, che parla il suo stesso linguaggio, l’abitante di Vulcano si rivela invece ospitale al di là di ogni immaginazione: lo accompagna a pesca, gli indica le tane dei cerniotti o i banchi di ricci, gli svela i segreti dell’isola, la chimica che sembra permeare, e permea veramente, questo meteorite incandescente piombato chissà quando nell’azzurro del Tirreno.

Ma anche la struttura fondiaria dell’isola è stata sovvertita, in poco più di un decennio. Secondo l’abate Francesco Ferrara, che pubblicò centocinquant’anni or sono un’organica storia di Vulcano sotto il titolo I campi Flegrei della Sicilia, l’isoletta fu consacrata dai primi abitatori dell’arcipelago al dio del fuoco di Hiera, e è rimasta per millenni fedele al suo ruolo di fucina dei Ciclopi. L’abate Ferrara citò Aristotile per raccontare come “un giorno in una parte dell’isola la terra si gonfiò con grande strepito, e dalla cima nella quale si ruppe mandò fiamme, gran vento e ceneri che coprirono Lipari e varie città vicine dell’Italia”, e precisava che esisteva ancora “ il luogo da dove erano state vomitate quelle materie”. Anche Cullia, siracusasno, aveva descritto “la montagna di Vulcano vomitante fra immensi fragori fumo, fiamme e pietre infuocate”. La narrazione di Plinio è, dal punto di vista scientifico, più fedele: descrive l’eruzione del 183 a.C. durante la quale emerse dal mare Vulcanello, il conetto vulcanico unito all’isola maggiore solo per mezzo del sottilissimo istmo che ha dato praticamente vita alle due baie di Ponente e di Levante.

Quale che sia stata l’origine di Vulcano, sta il fatto che all’epoca in cui l’abate Ferrara descriveva la sua storia l’isola era di proprietà dei Borboni di Napoli, i quali la regalarono a un loro amico inglese. Costui non mise mai piede a Vulcano, ma ci mandò un suo amministratore, un tipo freddo e egocentrico di nome Harley.

L’Harley costruì un palazzo (le cui mura esterne esistono ancor oggi) in prossimità delle sorgenti di fanghi caldi che l’on. Castrogiovanni voleva trasformare in terme romane. L’interno del palazzo fu però inghiottito, sul finire del secolo scorso, da uno dei sommovimenti della crosta terrestre piuttosto frequenti a Vulcano, in seguito al quale l’inglese Harley scappò terrorizzato e vendette l’isola a un ricco liparota, il cavalier Favaloro. Costui aveva due figlie nubili alle quali toccò in eredità la proprietà dell’isoletta. Dalle signorine Favaloro l’isola passò ai loro nipoti, i Conti, uno dei quali è proprietario della più antica pensione esistente a Vulcano. Questa era la situazione catastale dell’isola, una quindicina di anni fa. Oggi troviamo la proprietà spezzettata, fra i Conti, i Giuffrè, gli Zanca, i Capitti – gente di Vulcano o di Lipari – e altra gente piovuta a Vulcano dalla terra, che è come dire da un altro mondo. Figurano fra i proprietari di cottages e di terra a Vulcano, oggi, Emma Danieli, il principe Manfredi Lanza di Scalea, due giudici – La Torre e Viola – e un direttore generale del Ministero degli Interni, Severini, la napoletana principessa San Biase, alcuni insigni docenti universitari di Messina e Palermo, un gioielliere milanese, un dirigente della Fiat.

Artefice della salutare lottizzazione dell’isola di Vulcano è stato Mario Patrovita: non pago di gestire il suo albergo, il marito di Irene d’Areni si è fatto costruire un delizioso cottage che accoppia all’armonia del più puro stile coloniale castigliano la funzionale ricerca del comfort. La casina fece gola a più d’uno, il Patrovita ricevette l’incarico di costruirne e arredarne un’altra, poi un’altra ancora. Sono quindici quelle già esistenti, altre sei o sette ne sorgeranno durante l’inverno; ma la metamorfosi di Vulcano ha ricevuto nei giorni scorsi un nuovo, determinante impulso: le resistenze ultradecennali dei Conti di Lipari sono state vinte, l’istmo che congiunge Vulcano a Vulcanello, l’indescrivibile striscia di terra larga appena duecento metri che separa la baia di Levante da quella di Ponente è stata finalmente venduta, l’ha comprata l’ex industriale oleario Patrovita. La sua fisionomia non subirà mutamenti, roccia nera e canneti continueranno a ricoprirla: ma è già pronto il progetto per costruire, sulla più suggestiva lingua di terra dell’intero arcipelago, un centinaio di bungalow rivestiti di pietra nera e circondati dal canneto. Orridi e neri all’esterno come l’ambiente, i bungalows saranno rivestiti all’interno di maiolica rosa, dotati di quattro cuccette, servizi con doccia e acqua corrente, prese d’aria e frigorifero.

Solo quattordici anni orsono Fosco Maraini, l’esploratore e poi cantore del Segreto Tibet, scriveva di Vulcano: “”è un lembo di stella, le sue rocce non sono rocce ma processioni di dromedari fusi, lotte d’iguanodonti torturati, sfaldarsi d’ornitorinchi lebbrosi, esplodere di giraffe in fiamme. Il mare entra nelle viscere dell’isola, l’isola pugnala il mare coi suoi capi contorti. Dappertutto fumacchi e zolfi, vapori e anidridi””.

Il "Vulcanello"
Il “Vulcanello”

Dieci anni fa, Vulcano accoglieva il turista con la sabbia nerastra, infocata, del porto di Ponente, dopo l’avventuroso trasbordo del vaporetto al barcone: la baracca di Enrico, all’insegna del “club della pera”, dava il benvenuto. Enrico vendeva cappelloni e zoccoli, radeva la barba, suonava la chitarra e due volte al giorno soffiava nella bucina, per chiamare al pasto, sotto la grossissima lampada a acetilene, gli ospiti dei primi pagliai che sorgevano tutt’intorno alla Pensione Conti. Oggi Enrico è in Australia, l’aliscafo collega Vulcano a Messina in poco più di un’ora, il gong dà agli ospiti degli alberghi il segnale del pranzo.

Perché l’incantesimo della metamorfosi di Vulcano sta proprio qui: i gruppi elettrogeni, la luce elettrica, i cottages arredati con pezzi d’antiquariato importati da Firenze o da Milano, le cellule frigorifere, gli short drinks serviti da barman impeccabili, nei “tumbler gelèe” al punto giusto, non hanno tolto nulla al dramma tellurico dell’isola. Anche davanti al televisore, a Vulcano ci si sente pionieri. A Vulcano soltanto i sassi hanno un’anima, e i vulcanari non fanno nulla non muovono un dito per interferire fra i sassi e il turista. Ragione per cui se oggi tornasse a Vulcano Ludovico Salvatore d’Austria, autore del più poderoso studio dei tempi andati su Vulcano e sulle Eolie  – Die Liparischen Islen – molto probabilmente non si accorgerebbe che qualcosa è cambiato. Si limiterebbe a annotare che qualcosa è cambiato. Si limiterebbe a annotare, nel suo taccuino di viaggio, la presenza dei cottages di Patrovita o dell’albergo bianco-calce della marchesa di Campolattaro.

MURO DE MAURO  fotoservizio Scafidi.