L’album dei ricordi: le spiagge bianche di Ezio Roncaglia

spiagge bianche 70

A cura di Massimo Ristuccia

Ezio Roncaglia

 Versione originale Luglio 2004

 Versione aggiornata Apr. 2013

 LE SPIAGGE BIANCHE

 DOVE – COME – PERCHE’

≈≈≈ ≈≈≈

spiagge bianche roncaglia“Vengono tralasciate di proposito alcune parti per non creare polemiche su determinati argomenti, mi permetto di aggiungere che questo testo, di cui ringrazio ancora per avermelo inviato, vuole essere una spiegazione sul perché si chiamarono “spiagge bianche” come si formarono e come finirono e per questo viene pubblicato”.

La relazione che un professionista palermitano (il cui nome non serve ricordare) ha presentato nello scorso Luglio ad una nostra società di Famiglia, per la valutazione di un suo immobile, contiene alcuni passaggi (non richiesti) ed alcune affermazioni-deduzioni (del tutto fantasiosi) che costituiscono un vero e proprio falso.

Essi mi offrono lo spunto, o sarebbe meglio dire la provocazione, per fissare alcune memorie che, altrimenti, andrebbero perdute.

Il relatore nel corpo della relazione, sfoggia una “ disinvoltura “ che parecchio faticoso non qualificare, e ancor più difficile accettare. –

Ecco perché mi pare un atto di responsabilità fissare alcune oneste memorie, per evitare che la disinvoltura di un anonimo e casuale “ passante “, accrediti “ falso storico “ a carico delle tanto celebrate “ Spiagge Bianche “ .-

L’estensore della relazione cerca prima di tutto di spiegarsi (ma, peggio, di “ spiegarCI “) il perché del nome “ Spiagge Bianche “ . –

E, con la già detta disinvoltura, lo attribuisce a ….

“ residui della lavorazione della Pomice “ lasciati in loco dagli opifici ivi esistenti.

Premesso che :

– il Catasto, per l’individuazione degli immobili sul territorio ;

– la Marina Mercantile, per la regolamentazione delle limitrofe (la Marina le chiama così), ossia per la individuazione della linea di demarcazione tra proprietà privata e demanio marittimo ;

– la Marina Militare, per la messa a punto delle mappe di Stato Maggiore ;

– il “ Portolano “, ossia il l’autorevolissimo “ breviario “ dei naviganti, testo di riferimento ufficiale, e con valenza internazionale, previsto dal Codice della Navigazione ;

– probabilmente altri Enti, Organismi ecc.

hanno definito, uniformato ed omologato la … “” toponomastica “” delle coste italiane.

I nomi delle baie, delle rade, delle cale, sono rigidamente codificati : essi non sono e non possono essere, quindi, oggetto di interpretazioni, di approssimazioni o, peggio, di fantasiose deduzioni. –

Nella zona che ci interessa, dopo la punta Sparanello, viene la spiaggia di Ghiozzo (o Agliozzo) ;

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Nota :

Fino alla metà degli anni ’30 in tutti i contratti notarili la zona viene indicata e riportata come “ Ghiozzo “.

Solo dopo la guerra, a cominciare dalla fine degli anni ’40, si comincia a trovare qualche contratto con la denominazione “ Agliozzo “.-

Secondo il Notaio Scolarici, una spiegazione sarebbe questa :

• la raccolta di dati fatta dal Nuovo Catasto, (che assoldò per la bisogna un grosso numero di giovanissimi Geometri, appena diplomati e senza alcuna esperienza sul terreno), fu pervasa da un insano furore di “ italianizzazione “ per cui vecchi e gloriosi (ma soprattutto legittimi) nomi, vennero storpiati, ritenendoli dialettali e divennero quindi vittime di un ottuso quanto improbabile tentativo di … “ traduzione “ .

Va pure detto che solo da qualche decennio esiste negli isolani il desiderio di ritrovare, conservare, proteggere, rivendicare la propria identità, compreso quella strettamente correlata alla meraviglia del “ suo “ dialetto. –

Negli anni precedenti si cercava di “ italianizzare “ perché il dialetto veniva identificato, e puntualmente accomunato, ad una sorta di stato di inferiorità, di retaggio di povertà, che il subconscio collettivo tentava di … rimuovere.

Gli esempi si sprecano per numero e per gravità.

Solo due per tutti :

– a Vulcano Piano, la località “ assumata “ (che ha una storia, un senso ed un suo significato pratico-poetico, …… per chi avesse voglia di conoscerla) è stata tradotta miseramente in … “ Sommata “ : ed è veramente un atto di stupida, intollerabile ed illogica violenza. –

– a Canneto, si possono trovare ancora oggi mappe che indicano la spiaggia dopo Ghiozzo (papisca) con il nome italianizzato di … “ Papesca “ !

Le reazioni sono state poche, patetiche e, naturalmente, … perdenti.

Solo per “ Papisca “, forse, abbiamo vinto.

Procedendo verso nord, dopo la spiaggia di Ghiozzo viene la punta di Lopes, poi la spiaggia di Papisca, poi Capo Rosso, poi le Puntazze e, a seguire, Spiaggia Arena, Pietra Liscia, Campobianco e Porticello.

Nelle spiagge di Ghiozzo e Papisca non ci sono, … “ residui della lavorazione della Pomice “ dei vecchi stabilimenti (come semplicisticamente pontifica il relatore), che avrebbero determinato il nome di “ Spiagge Bianche “ .-

Solo per chi ha interesse di conoscere, ricordo :

lo stabilimento di Papisca apparteneva alla ditta E.& E. Ferlazzo.

La Pumex lo acquistò, credo, nella prima metà degli anni ’60 e lo vendette, una ventina di anni dopo, al dott. Vincenzo D’Ambra che in atto ancora (credo) lo detiene. –

Negli anni della sua attività, questo stabilimento produceva soltanto polvere e granelli di Pomice.

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La sua alimentazione di materia prima era fatta con una primordiale teleferica che partiva dal giacimento posto lungo le pendici di Monte Pelato e, con il sistema del recipiente pieno che trascina quello vuoto, scendeva a mare volumi di grezzo dell’ordine di ⅛ di m3 alla volta : non più di 40 m3. al giorno.

Non esisteva, ovviamente, altra fonte di energia che non fossero la forza di gravità ed … i muscoli umani.

La lavorazione consisteva nella selezione granulometrica del materiale, che poteva aver luogo solo dopo aver riscaldato il materiale, su un forno a lastre piane di ghisa di alto spessore, (riscaldate a carbone) servite da cunicoli sottostanti a dedalo, a tiraggio forzato verso una imponente ciminiera che svetta quasi intatta ancora oggi.

La selezione granulometrica del materiale, a temperature che si attestavano attorno ai 120 C°, avveniva attraverso “ buratti “ (sorta di vagli tubolare a pianta esagonale o ottagonale, abitualmente lunghi 4 mt., fasciati di reti metalliche a foro variabile, mutuati dai molini di grano) azionati a mano, da un uomo.

Un autentico specialista (oltre che un … martire) che, malgrado la fatica, il sudore, l’alto grado di polverosità in cui era costretto a respirare, … era capace di tenere un passo praticamente costante . –

La lievissima (e sapientemente regolata) inclinazione del buratto, consentiva al materiale rimasto sopra le tele metalliche, all’interno del buratto, di avanzare verso l’uscita di esso da dove, per gravità, attraverso una brevissima canalina sigillata, (per non perdere calore), entrava nel buratto successivo.

Dove si ripeteva l’operazione.

Il materiale che, invece, filtrava attraverso le maglie delle reti metalliche, veniva raccolto sul fondo della cassa che conteneva il buratto e veniva convogliato, attraverso delle “ bocchette “ (sorta di imbuti), dentro i sacchi che erano appositamente ed ingegnosamente agganciati alla loro bocca.

Quasi esattamente ciò che, nella stessa epoca, avveniva nei molini da grano.

Così, con una scala abitualmente di sei buratti, per forza di gravità e di muscoli umani, si riusciva ad ottenere una gamma di finezze, tra polveri e granelli, che spesso poteva superare anche le 12 gradazioni.

Queste gradazioni erano riferite a ciò che riusciva a passare attraverso i fori delle tele metalliche (acciaio o bronzo fosforoso) appartenenti ad una scala omologata a livello internazionale e che, nella sostanza, indicava il numero dei fori contenuti in un pollice quadrato francese.

Il tutto per una produzione che, quando raggiungeva i 100 (cento) quintali al giorno, (per 9 ore circa … ) lasciava tutti orgogliosi e soddisfatti.-

Attenzione : una anche piccola variazione nel “ passo “ dell’uomo che girava il buratto, comportava una deleteria variazione nell’uniformità granulometrica del prodotto.

Il materiale, infatti, procedendo più lentamente o più velocemente all’interno del buratto, era soggetto ad una minore o maggiore azione filtrante.

La velocità del buratto, infatti, era la sapiente coniugazione tra la densità (ossia il peso specifico) del prodotto ed il suo tempo di permanenza nella parte alta del buratto che girava : quanto raggiungeva la parte alta il materiale cadeva e, quindi, l’azione setacciante delle tele metalliche era assicurata e sollecitata dal prodotto che picchiava su di esse e ne liberava i fori che, con le sezioni più fini, quasi impalpabili, si erano intasati …

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In questo senso, e per questi risvolti, la vagliatura della Pomice aveva aspetti fortemente più tecnici e più evoluti di quelli dei molini da grano.

Pertanto, l’ammirevole capacità di quegli uomini che riuscivano ad avere una cadenza costante e regolare, veniva riconosciuta come elemento di professionalità e ne determinava il compenso.

Non ho idea di quando questo stabilimento abbia iniziato a lavorare.-

Ritengo di poterne collocare la fine nella seconda metà degli anni ’20, (o primissimissimi anni ‘30) per dichiarazione di fallimento.

In questo stabilimento lavorarono per molti anni anche i cosiddetti “ coatti “, ossia dei pregiudicati che, dopo aver scontato tutta o parte della pena, fruivano di una sorta di libertà vigilata, … molto vigilata.

Essi venivano infatti ristretti in un “ domicilio coatto “ situato appunto in una isola come Lipari ove era più agevole controllarli e da dove era quasi impossibile evadere.

Molti (o una parte di essi) potevano lavorare durante il giorno (anche svolgendo attività artigianali) ma dovevano rientrare la sera per essere rinchiusi in edifici appositi.-

Mi hanno raccontato degli anziani, che lo stabilimento E.& E. Ferlazzo di Papisca aveva ottenuto di ospitare un certo numero di “ coatti “ che durante il giorno lavoravano come dei normali operai, mentre la sera venivano rinchiusi in uno stabile adiacente (ancora oggi esistente ed abbastanza riconoscibile) costituito da due o tre cameroni con tanti letti e due servizi igienici (si fa per dire).

Alle porte e finestre, … le classiche grate di ferro.

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Per l’argomento che ci riguarda, dunque, lo stabilimento di Papisca, è fermo ed inattivo da almeno o circa 85 anni.-

Nessun “ residuo della lavorazione “, della sua lavorazione, può aver dato luogo alla nascita ed all’appellativo di “ Spiagge Bianche “ …. così come, con frettolosa fantasia, qualcuno sta sentenziando.

Lo stabilimento di Ghiozzo apparteneva alla ditta AE Ferlazzo che sta per Angelo Emilio Ferlazzo, figlio del fu Gaetano –

I Ferlazzo non rinunziavano quasi mai a collocare il loro nome nell’insegna aziendale, non solo per una forma di individualismo-orgoglio-vanità personale, tipica del mondo meridionale ed insulare di quel tempo (soltanto di quello ?), ma anche perché sapevano di essere conosciuti ed apprezzati all’estero (soprattutto nel nord America ed in Inghilterra) nel micro-mondo della Pomice.-

E questa era certamente una verità ed occorre riconoscere che sarebbe stato sciocco non tradurla in un vantaggio. –

E tuttavia sapevano, da subito, di doversi barcamenare tra mille e complicatissime omonimie, … spesso incomprensibili per i Clienti stranieri.

Lo stabilimento AE Ferlazzo ha iniziato a lavorare nei primissimi anni ’30 ed ha cessato di farlo alla metà del 1956, anno nel cui Dicembre venne dichiarato il fallimento della ditta AE Ferlazzo.-

Occorre dire che :

• lo stabilimento di Papisca appare ancora oggi il frutto di una corretta, normale, logica … “ industriale “ .

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Si pensi soltanto alla teleferica che oggi appare primordiale, ma che era, per l’epoca, una macchina importante e di buona tecnologia e garantiva, a costi accettabilissimi, sicuramente competitivi, una sufficiente alimentazione di materia prima all’opificio posto a valle.

• Lo stabilimento di Ghiozzo, invece, appare stranamente senza una logica comprensibile, atteso che la sua ubicazione comportava fin da subito delle ricadute nefaste in termini di costi quotidiani di esercizio. – Tali costi non ne avrebbero dovuto consentire o giustificare la nascita.-

E furono quelli che ne decretarono successivamente la chiusura ….

E’ questa, peraltro, la lucida diagnosi contenuta nella relazione di stima del perito nominato dal Giudice Delegato ai Fallimenti del Tribunale di Messina, dopo la dichiarazione di fallimento della AE Ferlazzo, nel Dicembre 1956.

Questo stabilimento lavorava soltanto la Pomice “ bianca “ ossia quella proveniente dalla macinazione del pezzame di Pomice. (no lapilli)

L’altra lavorazione, denominata “ nera “ era quella fatta con l’essiccazione e vagliatura dei lapilli che, però, conteneva sempre delle impurità, ossia piccole parti di ossidiana, basalto ecc. rendendo le polveri ed i granelli a rischio di graffi negli impieghi abrasivi più nobili.

La materia prima (pezzame) poteva pervenire allo stabilimento di Ghiozzo solamente via mare, con barche, da Porticello : il costo di questo trasporto, importante, gravoso (e problematico, perché sempre subordinato alle condizioni meteomarine), rendeva da subito lo stabilimento irrimediabilmente fuori mercato in rapporto a quelli concorrenti. –

Questi, infatti, (nelle aree di Spiaggia Arena, Pietra Liscia, Campobianco e Porticello) lavoravano ai piedi del giacimento ed ottenevano quotidianamente tutta la materia prima a costi irrisori, sfruttando l’immensa energia naturale – e la più gratuita del mondo – ossia la forza di gravità, … semplicemente per caduta.

Soltanto negli ultimi anni di attività (pochi, forse pochissimi) ebbe il collegamento alla rete elettrica della Società Elettrica Liparese : un piccolo, forse piccolissimo vantaggio, in sostanza, se si considera che la corrente elettrica di produzione pubblica pervenne agli stabilimenti di Porticello all’inizio della seconda metà degli anni ’60. –

Un vantaggio, certo, … ma di ben misera entità e non certo in grado di compensare, o anche solamente alleviare, gli insopportabili costi di mano d’opera per il trasporto via mare, con le barche, della materia prima.

Fino ad allora, fruiva di energia meccanica prodotta autonomamente da un motore diesel che, attraverso un arcaico sistema di trasmissioni, pulegge e fasce, muoveva le macine, i buratti ecc.

Anche in questo ebbe per lunghissimi anni una posizione di svantaggio nei confronti dei concorrenti che già montavano potenti gruppi elettrogeni per la produzione autonoma di energia elettrica con cui azionare – con grandi economie relative – macine, buratti, plansichters, elevatori a tazze, laminatoi, aspiratori ecc.

La sua attività si è interrotta nell’anno 1956 : esso è dunque fermo da circa 60 anni. –

Nessun “ residuo della lavorazione “, della sua lavorazione, presente sul terreno, può aver dato origine, o spunto, alla nascita della denominazione di “ Spiagge Bianche “ .

Quella denominazione ha, infatti, spiegazioni, origini e legittimazioni ben più nitide – e più nobili – (oltreché follemente più recenti) di quanto vorrebbe la frettolosa fantasia, sbrigativamente utilitaristica, del nostro “ relatore “ che io ho vissuto come una provocazione e che ha determinato queste note !…………..

Per chi avesse voglia di sapere:

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1) verso la metà degli anni ’50, cresceva palpabilmente il mercato dei granulati di Pomice per l’edilizia.

Questa produzione richiede l’asportazione dai giacimenti di quantità importanti di grezzo, di cui solo una parte (circa la metà in volume) viene utilizzata, stoccata e successivamente venduta.

L’altra parte, senza utilizzo, viene destinata a discarica. –

Cioè, costosamente perduta.-

2) Poiché i volumi crescevano di anno in anno, depauperando visibilmente il giacimento, il Comune di Lipari (proprietario dei terreni demaniali pomiciferi e destinatario, per la legge 1/1908, di una tassa sulla escavazione) emise una ordinanza che imponeva di depositare tutti i quantitativi di Pomice non utilizzata nella vasta area pianeggiante di Punta Castagna.

L’ottica era quella di non disperdere un bene prezioso, creando un deposito di qualche milione di tonnellate, a disposizione delle generazioni future.

L’iniziativa era sicuramente ammirevole nelle premesse e nello spirito.

3) Il sito di Punta Castagna si rivelò in pochissimi anni inadeguato ai volumi di produzione : per cui, ben presto, risultò saturo e la Pomice scaricata … (che, nelle intenzioni, doveva essere conservata per le generazioni future) defluiva quotidianamente verso il mare.

Era evidente infatti, per chi aveva dimestichezza con il fenomeno che la soluzione non stava nel trovare nuove aree e nuovi siti, sull’isola, ove andare a depositare i grandi volumi di produzione giornaliera delle cosiddette “ scorie “ di Pomice. –

La soluzione, corretta, dovuta ed industrialmente elementare, stava nel NON produrre le scorie o, almeno, nell’abbassarne drasticamente e rapidamente il volume.-

Negli anni che stiamo analizzando, e che hanno prodotto il fenomeno in discussione, si lavorava preponderantemente, per produrre i granulati destinati all’edilizia.

Le produzioni di polveri e granelli, sia da lapillo che da pezzame, utilizzavano una parte, una piccolissima parte, quasi minuscola, delle produzioni di risulta che erano la conseguenza della fortissima richiesta di granulati.

Con la conseguenza che enormi quantità di lapillo e di pezzame, essendo inutilizzati, diventavano “ scorie “.-

Sarebbe stato giusto che una parte di quel grande volume di scorie venisse utilizzato dall’industria.

Alla metà degli anni ’80 la Pumex installò una torre di vagliatura.

Si tratta di una struttura imponente e costosissima che, però, non solo consentì di trattare tutto il lapillo di produzione quotidiana (ma i volumi erano già molto più bassi del decennio precedente) ma di trattare corpose quantità di lapillo prelevandolo (ossia riprendendolo, con ulteriori costi) dai mucchi creati in montagna.

Se l’industria avesse dovuto trattare tutti i materiali prima definiti scorie, ossia rivagliando il lapillo e frantumando il pezzame in esubero fino a renderlo granulato, il fenomeno sarebbe rientrato in parametri economicamente corretti, accettabili e, senza alcun dubbio, convenienti.

4) il mercato dei granulati di Pomice destinati all’edilizia verticale continuava a crescere e, quindi, in parallelo, crescevano altrettanto i quantitativi di grezzo escavato e di “ scorie “ da mandare a discarica.

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Con la costruzione del primo pontile oceanico (Pumex, Porticello, 1962) e poi del secondo (Italpomice, Acquacalda, 1963) si ebbe una autentica esplosione di questo mercato non solo in Italia e nei Paesi del Mediterraneo (Francia mediterranea, Spagna, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia) ma anche, e soprattutto, nei paesi del Nord Europa (Inghilterra, Germania, Olanda) e nel nord degli Stati Uniti d’America.

5) prima, inesorabilmente significava scaricare a mare) denunziò in pochissimi anni un fenomeno allarmante : l’insabbiamento dei pontili di carico dell’intera zona, da Porticello a Campobianco.

Infatti, poiché l’isola di Lipari è preponderantemente dominata da venti e correnti del 1° quadrante, il materiale scaricato a Punta Castagna veniva lentamente ma puntualmente ed inesorabilmente trasportato verso sud . –

La discarica di scorie pomicifere a Punta Castagna (che, come detto la parte più leggera e più granulare galleggiava e veniva portata più avanti (verso le spiagge di Papisca e di Ghiozzo, oppure verso il largo, in rapporto ai venti ed alle correnti del momento), la parte più pesante e più fine si depositava sul fondo e lentamente si trasferiva sui fondali a sud di Punta Castagna (leggi, Porticello e Campobianco).

In breve tempo il pontile oceanico della Pumex di Porticello, pur essendo costruito sul bordo della “ fossa di Porticello “ ed avendo a disposizione, alla nascita, un tirante d’acqua (pescaggio) tra i 28 ed i 6 metri (lato nord – lato sud), perse circa 6 metri, sul fianco sinistro (nord), del suo potenziale iniziale.

Molto più grave appariva la situazione degli altri pontili verso sud (Eolpomice-Carbone. Agglopomice, La Cava) che avendo a disposizione molto meno acqua, (pescaggi tra i 3,50 ed i 5,5o mt) vedevano salire i loro fondali a livelli che configuravano, a breve, il reale rischio di non operatività.

6) Nei primissimi anni ’70 fu consentita la discarica a Punta Castagna solo per piccoli quantitativi di Pomice autenticamente destinata ad essere successivamente ripresa e/o, comunque, conservata. Quindi, che non dovesse, in nessun caso, defluire a mare.

7) Fu autorizzata la discarica delle scorie pomicifere a Capo Rosso, dichiaratamente e direttamente a mare, attraverso terreni di proprietà privata della Pumex , e mediante opere ed attrezzature di buon rilievo tecnico, dalla stessa all’uopo approntate, predisposte e mantenute.

8) All’inizio degli anni ’70, e per alcuni anni consecutivi, i volumi di escavazione furono altissimi e, parallelamente, lo furono i volumi di scorie portati alla discarica di Capo Rosso.

9) La Pomice così scaricata a mare, a Capo Rosso, grazie all’incessante lavorio delle correnti e dei venti, veniva trasportata sui fondali verso sud e, quindi, abbondantemente, verso la imminente spiaggia di Papisca.

In parte minore, ma egualmente consistente, verso la spiaggia successiva, ossia quella di Ghiozzo.

Ghiozzo fruiva molto meno di questo flusso perché, costituzionalmente, le due spiagge sono distinte da differenze sostanziali e cioè :

– la spiaggia di Papisca ha un fondale basso, molto basso, dell’ordine di poco più di 1 mt per i primi10/15 mt. Per poi degradare lentamente, molto lentamente, verso il largo.

– la spiaggia di Ghiozzo, come quella di Porticello, si apre su un fondale che degrada rapidissimamente verso la cosiddetta “ fossa di Ghiozzo “ che, secondo le batimetrie più accreditate, tocca i 200 mt. nel suo punto max.

Ma, cosa che nessuno aveva previsto o immaginato, si verificava anche un fenomeno positivamente complementare e felicemente sinergico :

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a) la parte più fine e pesante si disponeva sul fondo e quindi creava un regime di bassissimo fondale (60/100 cm.) per una fascia abbastanza larga dalla battigia (15/25 metri) ;

b) il bassissimo fondale favoriva corposamente il crescere della spiaggia, costituendo in pratica una forma efficacissima di ripascimento improprio, cioè alla rovescia : nel senso che non era l’apporto di materiale inerte, da terra, che sottraeva superficie al mare, bensì il mare stesso che portava il materiale, lo spingeva a terra, … e veniva poi respinto da questo.

c) la crescita della spiaggia spostava in avanti, ossia verso il mare, centimetro dopo centimetro e settimana dopo settimana, la linea della battigia.

Ma, ecco l’aspetto miracoloso, nelle giornate di mare agitato, sia con venti e marosi da nord, ma anche con venti e marosi da est/sud/est, la Pomice erosa dalla discarica di Capo Rosso, più particolarmente quella leggera e granulosa, che riusciva a galleggiare, si trovava ad essere violentemente spinta oltre la linea di bagnasciuga.

Da dove, poi, il mare riusciva solo a spingerla oltre, più oltre, e non più a ritirarla !

10) In pochi anni si crearono così le famose “ spiagge bianche “ perché il mare arretrò fino ad 80/120 metri dalla precedente linea di battigia. –

La parte alta della spiaggia, addirittura, si coprì di una vegetazione abbastanza intensa e radicata, fatta di arbusti che convivevano con la pomice e la salsedine.

Tutto l’arenile venne coperto da un fitto strato di pomice granulare, bianco, soffice e pulito che, in aggiunta all’ aspetto caratteristico e gradevole, aveva anche l’incredibile pregio di non essere mai bollente, grazie alle note caratteristiche termoisolanti naturali della Pomice, dovute alla sua struttura cellulare.

11) L’avanzamento così importante dell’arenile inglobò anche la piccola “ Punta di Lopes “ che delimita la spiaggia di Ghiozzo da quella di Papisca.

La Punta di Lopes, che prima era a picco sul mare con un fondale variante tra i 3 ed i 5 metri, ebbe così una sua piccola spiaggia dell’ordine, nella bella stagione, di una diecina di metri.

Si realizzò così un fatto storicamente inedito, ossia la continuità delle spiagge di Ghiozzo e di Papisca !

12) Il felice fenomeno non risparmiò le spiagge a sud di Ghiozzo, per cui la spiaggia della “ Caletta “ e quella di “ Calandra “ si allungarono di almeno 20 metri, inglobando gli scogli che da sempre rappresentavano la separazione dell’una dall’altra.

Per alcuni anni, l’accrescimento fu così importante che dalla spiaggia di Calandra si poteva transitare a piedi, ed all’asciutto, fino alla spiaggia di Capo Rosso sotto la discarica di Pomice.

Tutto ciò, tristemente, ebbe una durata inferiore a dieci anni, forse appena superiore …. a 8 anni.

Concorsero alla sua fine fattori ed accadimenti diversi che, seppur di estrazioni opposte, e con motivazioni composite e contraddittorie, incisero nella stessa direzione.