L’album dei ricordi : la Vulcano di Gaston Vuillier

A cura di Massimo Ristuccia

LA SICILIA DI GASTON VUILLIER

VULCANO

….Perdio! – esclamò il capitano il giorno dopo quando fummo sul porto – che mare! Guardate, signorino, – aggiunge poi voltandosi verso di me, – una brezza leggera ne increspa un po’ la superficie, fra poco questa brezza gonfierà le nostre vele e fra una mezz’ora, signor mio, approderemo a Vulcano. Andiamo subito!

Scendiamo nella barca; il capitano vuol condurla da sé, e lascia andare i suoi marinai distesi in un angolo. Esso tiene con una mano il timone e con l’altra la corda della vela, una larga vela latina indorata dal sole e solcata dal vento, Il cielo riflette un’ombra trasparente e azzurra nella sua larga piega. Il cielo e il mare sono turchini, sulle proiezioni dei visi risplendono tinte calde, luccichii metallici, come nelle statue di bronzo.

Il capitano indossa una camicia rossa po’scolorita, ma d’un bel tono, parlando da pittore, ha due occhietti celesti, piccoli, semiaperti, infossati nelle orbite profonde, cosa frequente negli uomini di mare, avvezzi come sono a contemplare lo spazio.

Il capitano ha un viso gioviale e scaltro ma buono; si morsiccchia spesso i baffi, e qualche volta rialzando il labbro superiore con una leggera contrazione, fa prendere alla espressione consueta della sua faccia bonaria un zinzino d’ironia. La barca fila sulle onde come una freccia, essa piegasi da sinistra a destra, rialzandosi e riabbassandosi; l’acqua luccica, tremola e gorgoglia lasciandosi dietro un lungo solco fluttuante.

Che buon vento e che bel sole c’è qui! Laggiù batte sul brullo Vulcano. Dietro di noi, all’estremità del lungo solco, scintilla sulle case bianche di Lipari; ma i monti dell’isola rossa e verde non si rallegrano sotto i raggi di questo splendido sole: essi restano sempre pensierosi e austeri, come preoccupati del fuoco sotterraneo che nascondono.

Arrivati al canale che separa Lipari da Vulcano leghiamo la vela e giriamo di bordo. Il mare è agitato, il vento è divenuto impetuoso e si risicherebbe di veder capovolta  la barca costeggiando. Finalmente, dopo aver descritta una gran curva, prendiamo terra sopra una piccola spiaggia, al piè d’un alto monticello in cui si mischiano alla rinfusa le ocre più ardenti della tavolozza. Su quella specie di caos sono aperte delle caverne, abitazioni, ora deserte, che non più di due anni fa erano abitate dai poveri braccianti i quali lavoravano nella solfatara del cratere.

Abbiamo dinanzi una pianura coperta di cenere, d’una desolazione infinita, in fondo alla quale si erge il conico monte del vulcano. Sulle sue nere pendici  striate di giallo, è spalancato un antico cratere non attivo presentemente, solcato da fessure e crepacci. Più in su si veggono venir fuori dei fumaroli scialbi che strisciano sui fianchi di Vulcano e quindi volteggiano per aria.

-Dio santo! – esclamano i marinai, alzando, gli occhi verso Vulcano, – come faremo per condurvi lassù? Un’eruzione scosse due anni fa la montagna, mettendo a soqquadro tutto questo lato dell’isola. Non sapevamo che non c’erano più sentieri…guardate quelle case!

Presso la spiaggia ove si era approdati, si vedeva una quantità di muri rovinati e di tetti sfondati e il suolo nero era ingombro per tutto di oscure masse di lava; alcune di queste furono lanciate a grandi altezze in aria e ricaddero poi con tale impeto da sparire affatto sotterra, lasciando solo nel punto della caduta una specie di apertura circolare visibile ancora.

Mentre guardavamo impensieriti le coste del vulcano, alcuni abitanti dell’isola, a cavallo su ciuchi si fecero vicino a noi, essi tornavano alle loro case e alle proprie coltivazioni poste sul pendio meridionale.

–         Sarà impossibile che possiate salir in cima, – ci dissero.

Ma uno di loro conosceva una pendice accessibile; egli si offri da guida e di scavare, nei punti più scabrosi, dei gradini con la zappa.

Traversiamo la pianura composta di lave, scorie e cenere e arriviamo appiè del vulcano;  ma l’ comincian le dolenti note!….l’ascensione di quell’erta ripida è penosissima; si cammina sulla cenere che cede sotto i nostri passi e nella quale affondiamo sino al ginocchio. Si sdrucciola ogni momento mentre masse di lava si staccano e ruzzolano per la china. Bisogna stare discosti gli uni dagli altri per evitare disgrazie. Seguitiamo a salire sempre con gran fatica, aiutandoci colle mani e coi piedi; siamo anneriti dalla cenere e bagnati dal sudore. La zappa dell’isolano non è di nessuna utilità: come scavare degli scalini in questo suolo mobile?

Siamo arrivati ai fumaroli, il fumo esce impetuoso da alcune masse di zolfo d’un colore smagliante. Ci sta dinanzi l’ultimo cono; i vapori sulfurei del cratere, deviando, ci avvolgono, a tratti, e conviene salire, sempre salire. Pure il sentiero diventa meno difficile, l’erta meno ripida, ma la lava ci lacera le calzature e il suolo scotta.

Eccoci finalmente al cratere. Il quadro che mi sta dinanzi agli occhi mi fa dimenticare la fatica e la pena. Sto chinato sopra un immenso imbuto e da ogni parte veggo delle strie nere, sanguigne o color zolfo che convergono impicciolendosi verso il fondo. La si muove, s’agita, gonfia scoppia, si spiana, crepita e gorgoglia una massa di materia rossastra, spolverizzata di cenere a punti, come dentro una mostruosa caldaia. Ogni tanto questa materia è divisa da fessure dalle quali si scorgono focolai ardenti.

Dal fondo del cratere vien fuori un rumore infernale e i vapori che ne esalano offuscano la parte di cielo che abbiamo sopra la testa. La terra trema e brucia sotto i nostri piedi; è difficile di restar un pezzo fermi nello stesso posto. Pro una paura vaga e la provano anche gli altri, ci vuol poco a vederlo. Il solo capitano è sereno in mezzo ai vapori e tiene gli occhi fissi nella voragine. A un tratto si china e spinge un pezzo di lava che ruzzola e sprofonda  in quell’abisso ardente. Allora tutti facciamo come lui e i pezzi di lava continuano a ruzzolare senza interruzione. Alcuni, arrivati in fondo al cratere, schiantano, altri spariscono con un rumore sordo entro quelle materie in fusione, le quali scoppiettano, schizzano e scintillano per un momento.

Il vulcano si scuote improvvisamente, forti boati echeggiano per l’aria, il grande imbuto è pieno di fumo denso che inonda tutto il cratere.

–         Fuggite ! Fuggite ! – gridano i marinai restati in alto sull’orlo esterno. Ma dove andare, dove dirigersi in qul crepuscolo calato ad un tratto in mezzo a quei vapori soffocanti?

Odo come un’eco quelle voci che mi chiamano, e mi pare che sopraggiunga la notte oscura, spaventosa… Un braccio vigoroso m’afferra risolutamente e mi trascina via…Apro gli occhi, e mi trovo disteso quanto son lungo sull’orlo del cratere e respiro ancora…Veggo poi il capitano che, chinato su me, mi guarda e sorride.

Siamo stati noi che abbiamo irritato così il vulcano con quel giuoco pericoloso, oppure è stata una semplice coincidenza con un movimento del cratere?

Tirava un gran vento su quella cime e siccome eravamo tutti in sudore, profittammo del riparo che ci offrivano i grandi massi di lava. I fumaroli della costa ci coprivano ogni poco di vapori sulfurei, scorgevano perciò il paesaggio soltanto a intervalli. In lontananza, di là dalla pianura, c’era la spiaggia dove avevamo approdato, il monticello ardente, Vulcanello brullo, specie di terra lunare, e il golfo di ponente dove le onde si spezzavano sugli scogli; poi Lipari che sfumava l’imbrunire.

Il capitano, ritto sur un masso di lava, guardava la mare lontano, le coste sbattute dalle ondate, la sua barca tirata sulla spiaggia con le vela lacerata svolazzante al vento.

–          Dio santo! – esclamò, – non sarà possibile tornare a Lipari stasera, signor mio, se ci arrischiassimo, una libecciata ci capovolgerebbe certamente la barca.

Il cielo era scialbo, una sorta di velo trasparente copriva lo spazio.

–         Forse domani, – soggiunse, cogli occhi quasi chiusi.

Mi sentii gelare il sangue…. Sulla nuda costa non c’erano che case rovinate dai terremoti o schiacciate dai massi del vulcano.

La discesa del cono di Vulcano fu facile; le ceneri stesse ci portavano.

Ci divertivamo nel sentirci trascinar giù da quel suolo mobile, nel vedere i grossi pezzi di lava staccarsi sotto noi e rotolare fino a’ piè del monte attraverso nembi di polvere. Presto siamo al piano, sulla stessa dove abbiamo preso terra la mattina; giungiamo dinanzi le case rovinate da un’eruzione recente; esse hanno i muri sfondati, le imposte sconquassate, le porte sgangherate e i tetti scoperchiati. Un’occhiata nell’interno di quelle topaie lascia una sensazione veramente penosa. Nel vedere le travi mezze distrutte, le macchine in pezzi ancora rovesciate a terra e le grandi caldaie di ferro contorte, ammaccate e schiacciate, si crederebbe agli avanzi d’un incendio. Quei ruderi sono tutto quanto rimane degli attrezzi industriali, importantissimi, d’una fabbrica prospera quanto mai poco tempo fa.

–          Sono appena due anni, – mi dice il capitano, – nella notte del 4 agosto, festa di San Domenico, un inglese, il signor Narlian**, proprietario dell’isola di Vulcano, ove aveva impiantata una raffineria di zolfo, dormiva saporitamente nella casa fattasi fabbricare in mezzo alle proprie vigne in questa distesa pianura; fu svegliato ad un tratto da un ruggito sotterraneo e da violente scosse che lo fecero trabalzare. Il cielo è illuminato da bagliori sanguigni, i tuoni scoppiano nell’aria senza interruzione, il suolo trema e mugghia: Vulcano erutta. Mentre il signor Narlian pensa irresoluto a ciò che debba fare, se fuggire o restar lì, un grosso masso di lava, lanciato dal cratere, gli sfonda il tetto e rovina l’interno della casa. Mezzo vestito, il pover uomo trascina sulla spiaggia la famiglia spaventata; per un caso fortunato, trova un canotto, vi monta e a giorno giunge a Lipari…

**(amministratore e comproprietario)