L’album dei ricordi : i primi documentari subacquei e l’interesse di Rossellini

a cura di Massimo Ristuccia

da La Stampa  18 agosto 1999 di Francesco Alliata di Villafranca

Articolo molto bello sui suoi ricordi del 1946. Mi scuso in partenza per eventuali errori nel trascrivere questo stralcio di articolo.

Così i primi documentari subacquei nel mare dell’arcipelago accesero l’interesse di Roberto Rossellini. La scoperta della vita nei silenzi di fondali incontaminati tra saraghi, spigole e luccicanti làppani. A cinquant’anni dall’uscita del film di Roberto Rossellini le edizioni Centro Studi Eoliani pubblicano in questi giorni il volume «Tra le quinte di “Stromboli”». Proponiamo l’introduzione di Francesco Alliata di Villafranca, che rievoca la realizzazione, alla fine degli Anni 40, di alcuni documentari subacquei nei mari dell’arcipelago. Furono proprio questi documentari, da «Cacciatori sottomarini» a «Isole di cenere», ad accendere l’interesse di Roberto Rossellini e a far nascere il progetto di un film di finzione ambientato alle falde del vulcano.

Francesco Alliata di Villafranca

PARTIMMO da Panarea a fine mattinata di un limpido giorno di fine agosto del 1946; a bordo del  «San Giuseppe», un venerando barcone sospinto da un ancor più venerando motore monocilindrico a «testa calda» che sussultava ad ogni ciclo del suo unico pistone, portavamo non solo noi ma tutto il macchinoso armamentario che ci eravamo inventato e costruito per scoprire la vita ed i paesaggi sottomarini con la cinepresa e la macchina fotografica. Le due settimane eoliane di autentica esplorazione di quel sorprendente mondo marino, di cavalleresca competizione con i pesci per infilzarli con l’arpione nel loro ambiente, di appassionanti ed estenuanti giornate di lavoro con quelle apparecchiature che per la prima volta stavano «profanando» il mistero subacqueo, queste due settimane ci avevano riempiti di una sorta di ebbrezza da conquistatori ma anche di attento rispetto verso i molti, moltissimi arcani che giorno per giorno andavamo percependo nel silenzio di quel blu infinito e nel faccia a faccia con la sua popolazione.

Con il lentissimo e sobbalzante passo del «San Giuseppe» – un paio di miglia all’ora – Pietro, Quintino, Renzo ed io ci godevamo appieno l’approssimarsi ai nostri occhi del cono perfetto di Stromboli che incuteva soggezione per la sua sbuffante irrequietezza: su quest’isola, qualche anno prima, si era schiantato un aereo di linea che portava a bordo la scrittrice Mura, amatissima da tutte le donne italiane. Attorno al «San Giuseppe» volteggiava l’indiavolato Raimondo, cugino di Pietro – che poi ci dette compagnia per tutto il soggiorno a Stromboli nel suo splendido motoscafo tutto in legno di teck, da poco arrivato dagli Usa – assistito dai suoi fidi marinai dai nomi bizzarri: Zizzo e Chicchirillo.

Accostammo all’isola sul lato di levante ignorando la imponente «sciara del fuoco», sul lato opposto, ancora a noi sconosciuta; lì fummo protagonisti di un fatto che, allora, ci impressionò per la sua imprevedibilità e, dopo, per la sua irripetibilità. Il sole era sul calare, il mare immobile, l’isola – da quel lato deserta e nuda: solo sciare, sciare, sciare nel loro nero assoluto di cenere, massi e lapilli. Ci tuffammo, impazienti di incontrare e di infilzare pesci, e ci trovammo in contatto con nugoli di cefali (o muletti o mùggini) che placidamente navigavano in superficie, come è loro abitudine: enormi. Ne misurammo, poi, qualcuno più di un metro. Ci diradammo e ci immergemmo di qualche metro per colpirli dal basso, come avevamo imparato da autodidatti in quei pochi mesi in cui avevamo battuto le EOLIE 1946: con pinne, cinepresa e gli occhiali VULCANO Folle di gelosia dopo la rottura con Rossellini, Anna Magnani volle a tutti i costi girare il film «Vulcano», da cui è tratta l’immagine qui accanto. L’attrice impersona Maddalena, una donna «perduta» che torna sull’isola di Vulcano per evitare che la sorella faccia la sua stessa fine. La sottrae dalle attenzioni di un Rossano Brazzi, palombaro senza scrupoli. Per farlo commette un delitto e alla line verrà punita dalla natura sotto forma di un’eruzione vulcanica.

La critica giudicò il film di William Dieterle un «drammone folcloristico», ma riconobbe l’efficacia delle riprese subacquee, per quell’epoca straordinarie, mari siciliani, quali primi assoluti con maschere e pinne. I cefali non si curarono di noi continuando pigramente a volteggiare in superficie: ne infilzammo quanti volemmo ed arrivammo – ebbri e trionfanti all’approdo di Stromboli dove regalammo agli sbalorditi isolani tutto quel bene di Dio. La mattina seguente andammo sulla costa di ponente, quella della «sciara del fuoco», all’opposto di quella che avevamo battuta all’arrivo. Ci calammo euforici pregustando una nuova «mattanza»; non prendemmo neanche un cefalo perché appena ci avvicinavamo i branchi schizzavano via terrorizzati. Durante la notte si era diffuso, evidentemente, il tamtam dell’allarme. Restammo diversi giorni a Stromboli alloggiando in qualcuna delle numerose case abbandonate, dalle porte sgangherate e intonaci sgretolati – le cui mura abbondantemente fessurate raccontavano la loro anzianità ed i tremolii del vulcano – collocandovi le nostre brandine da militari. I pochi vetri superstiti tintinnavano ad ogni brontolio e la polvere dei calcinacci dei soffitti si adagiava la notte sui nostri corpi.

L’isola era stata pressoché abbandonata dai suoi abitanti per il crollo della sua economia dovuto a vari motivi, il principale dei quali era stata la peste dei vigneti (la filossera), propagata dall’America, che li aveva distrutti. I quasi tremila abitanti dei primi del secolo si erano ridotti a circa seicento. Ma questi coltivavano ancora il loro cappero con una tecnica unica ed affascinante. La piantina veniva collocata sul fondo di una fossa a forma di cono rovesciato, profonda un metro con due di diametro e, nel suo crescere, ne ricopriva completamente le pareti: all’esterno non compariva una foglia. Ci spiegarono che era un antico accorgimento per proteggere i cappereti dagli impetuosi venti che Eolo scatena di tanto in tanto: certo, era uno spettacolo irreale sapere di avere sotto gli occhi una grande distesa di piante di cappero e non vederne nessuna se non spostandosi a fianco di ciascuna fossa. Un altro indimenticabile ricordo di Stromboli del 1946 fu quella che chiamammo «la fossa dei leoni», una grande depressione del fondale prossima alla costa Nord dove bivaccavano migliaia di saraghi, cefali, salpe, cernie, spigole, monacello, làppani dal fantasmagorico luccichio: fu dichiarata da noi «off limits» e riservata unicamente alle riprese cinematografiche. Il nostro documentario Cacciatori sottomarini ne riporta diverse immagini.

Ma la memoria più viva di quel nostro soggiorno, tuttora palpitante per la sua drammaticità ed unicità, è rappresentata dalla convivenza – breve ma indimenticabile – con il cratere eruttante e sibilante come un sontuoso fuoco pirotecnico, dalla ascensione – incredibilmente faticosa fra massi, sassi, lapilli e cenere, tutti di nerissima lava a quei quasi 900 metri e dalla tumultuosa ed irrefrenabile discesa, in una pazza corsa a STROMBOLI, TERRA DI DIO E’ uno dei capolavori di Rossellini. Ingrid Bergman (nella foto ) interpreta il ruolo di Karin, una profuga lituana che ha sposato un pescatore dell’isola. Il film fu boicottato dagli americani, che non perdonavano alla star l’amore per il regista. Saltoni obbligata dalla forte pendenza che ci faceva affondare i piedi nella soffice sabbia nera distruggendoci le scarpe. Non so se ancora oggi questo è l’unico modo di rientrare nell’abitato: quello era certamente unico. Il nostro «Virgilio strombolano» – colui che sapeva tutto dell’isola e del vulcano – che ci pilotò ed assistette in quel nostro percorso di palpitante ed appassionante conoscenza dell’«inferno eoliano» (ma quanto vivo e stimolante) fu un vero personaggio: un uomo ancora giovane ma di età indecifrabile, gigantesco, magro, dalla grande dignità e dal sorriso rasserenante cui conferimmo il titolo di «guardiano del cratere» e così lo immortalammo nel documentari.

Le meraviglie di Stromboli convinsero il regista a girare un film con la Magnani, ma arrivò una letterina dalla Bergman… realizzammo lì e a Vulcano l’anno successivo (1947) dal titolo Isole di cenere le cui riprese furono affidate, in mia assenza, a Fosco Maraini. Si chiamava Zaia Famularo: ho saputo che poi è emigrato in Australia. Oggi, un personaggio come lui, con il passaggio di tanti turisti, giornalisti e visi, sarebbe divenuto famoso e miliardario. Finite le riprese di Cacciatori sottomarini, interamente effettuate alle Eolie ( racconta la nostra cattura di una tartaruga marina in prossimità della «sciara del fuoco» di Stromboli allo scoppiare di una tumultuosa colata di lava in quell’area di mare) ci rivolgemmo, a Roma, a Roberto e Renzo Rossellini – cugini del «nostro» Renzo – per avere indicati nomi, ditte e laboratori per il montaggio, le musiche, lo speaker e quanto altro necessario per l’allestimento finale del documentario.

Così facemmo in seguito per gli altri documentari girali alle Eolie ed in Sicilia, iniziando un bellissimo rapporto di collaborazione. Renzo Rossellini compose e diresse la musica di molti documentari e Marcella, la sorella, scrisse vari testi di commento. Cacciatori sottomarini svelò al mondo, per la prima volta, la vita nei silenzi del mondo marino; con le esperienze tecniche di quella prima avventura subacquea costruimmo nuove e più funzionali apparecchiature fra cui lo «scafandro n. 2» per la mia Arriflex professionale da 35 mm che abbiamo avuto la  ventura di ritrovare – dopo la dispersione di tutto il materiale – ire anni fa. I nostri racconti sulle meravigliose scoperte dell’ambiente, della gente, dei fenomeni naturali e della microciviltà che gli eventi avevano creato in queste isole animarono gli incontri con i Rossellini e ci fornirono spunti e materia per immaginare la realizzazione di un «vero» film a soggetto nel quale sembrava calzante ed omogenea la presenza di Anna Magnani, allora partner di vita e di lavoro di Roberto. Lavorammo insieme a lungo al progetto nell’autunno-inverno 1948, lo portammo tanto avanti da avere già definito con la «Artisti Associati» il contratto di coproduzione e distribuzione, ma arrivò una – ormai famosa – letterina da Hollywood che scompaginò tutto. Roberto fece conoscenza di Stromboli nell’aprile successivo (1949) sbarcandovi con Ingrid Bergman (l’autrice della famosa letterina) e la sua troupe per girarvi il film che si chiamò Stromboli, terra di Dio e noi, qualche settimana dopo, ci attestammo nell’altra nostra amatissima isola, Vulcano: con Anna Magnani, il regista americano William Dieterle e la troupe, realizzammo quel nostro primo progetto che divenne il film Vulcano senza, naturalmente, Roberto Rossellini.

Quella vicenda fu chiamata «la guerra dei vulcani» e rappresentò il «fatto» più clamoroso nella storia del cinema mondiale. Quest’anno si compiono 50 anni da quell’evento: quasi tutti i personaggi che lo crearono e vissero sono scomparsi ma è restata a me ed ai miei cari Pietro Moncada, Quintino di Napoli, Renzo Avanzo (questi due oggi non più fra noi), e cioè i «ragazzi della Panària», la gioia di avere fatto conoscere ed amare nel mondo le isole Eolie.