“Il veleno non fermerà l’epidemia”

di Chiara De Luca

Gentili lettori,

Condivido qui un estratto della lettera del mio Professore Gianni Francesetti e di Michela Gecele dell’IPSIG di Torino (Istituto Internazionale di Psicopatologia e Psicoterapia della Gestalt), sperando di far nascere in voi una riflessione: partendo, appunto, della cura della “Polis” in una situazione di estrema emergenza.


Un appello che mi ricorda quanto sia fondamentale sentire un sostegno solido dentro un panico dilagante.
Siamo d’accordo sul condannare moralmente le tante persone, lavoratori e studenti, che sono fuggite nella notte dalle zone rosse, eludendo di fatto il decreto.

Posso comprendere, anche se condanno fermamente, la paura aggravata da anni di precarietà strutturale e da una cultura che fa dell’individualismo e del darwinismo sociale gli unici valori dominanti.
Capisco anche le preoccupazioni e la debolezza del sistema sanitario nel nostro territorio, per cui da anni lottiamo, disperatamente: ma non posso non sentirmi ulteriormente amareggiata e sconfitta nell’assistere, nella mia isola, ancora fortunatamente indenne dal contagio, al dilagare di un altro “male” fatto di commenti pieni di rabbia, inneggianti all’odio, al razzismo e alla violenza; nonché, alla richiesta di una giustizia privata che grida all’offendere pubblicamente e che ricorda, alla lontana, un tipo di metodologia in stile “ronda” della peggiore storia passata e, purtroppo, ancora attuale che vorremmo dimenticare.

A questi nostalgici sguinzagliati in queste ore nel mondo virtuale, vorrei ricordare che questo loro veleno non sarà antidoto necessario a fermare l’avanzata dell’epidemia…
Solo la consapevolezza, la corretta informazione, la prevenzione, la responsabilità civica, la tolleranza e la cura dell’altro, del più fragile e della comunità nel suo insieme (oltre a ben evidenti effetti benefici secondari), può esserlo.
Per cui, vi allego questa riflessione.
Eccone il testo:

Avvertiamo in questo una responsabilità, innanzitutto per i nostri pazienti e allievi, con i quali viviamo questo momento, ma anche per una comunità più vasta, che arriva a comprendere tutto il genere umano. Vogliamo così tessere, o almeno imbastire, un supporto narrativo che crei fili – anche solo in aria o nell’etere – per cucire e tenere insieme le risonanze affettive che altrimenti resterebbero caotiche. Desideriamo creare una possibilità perché i vissuti sedimentino e possano maturare in memorie non solitarie, idiosincrasiche, ma condivise e rintracciabili. Tentiamo di tessere una personalità sociale, per raccogliere vissuti che altrimenti rischiano di restare schegge individuali, senza aggancio, senza terreno, senza tenuta. Sconvolgenti. Il panico è un affetto soverchiante, per definizione non contenuto da quella cerniera fra individuale e sociale che chiamiamo personalità. Non è con-tenuto, e utilizziamo il verbo nel doppio senso di tenere-con-l’altro e di essere tessuto-che–tiene.
Qualcuno di noi avrà avvertito, soprattutto nei primi giorni di questa ”novità“ in corso, uno strano e paradossale aumento di energia, di eccitazione, quasi di buon umore, di euforia.
Non è strano, non siamo malati. Semplicemente sentiamo, abbiamo sentito, l’energia liberata da una quotidianità che si scompagina e si scioglie.
D’altra parte, altre persone, o tutti noi, dopo un po’ siamo anche entrati dentro una sorta di impasse depressivo in cui si riformano altri blocchi, che sono fatti, però, di paura, di parole altrui, di vecchie angosce e ammonimenti atavici e che occupano lo spazio dell’incontro, bloccando l’esperienza.
Da tempo sappiamo che in terapia della Gestalt la relazione precede la persona, poi abbiamo iniziato a chiarire che è l’intero campo relazionale e sociale a precedere il singolo essere umano, a contribuire a formarlo. Ora la nostra sfida teorica ed esperienziale è quella di parlare di atmosfere, attraverso le quali possiamo cogliere e sentire i movimenti del campo relazionale, sociale, umano e non umano. L’affettivo che circola fra noi […] Da questa dimensione la nostra esperienza emerge.

[…] La scienza è di grande aiuto in questo perché è la grande differenziatrice: guarda tutto da una posizione di distacco, oggettiva, impersonale. Per questo è la grande soccorritrice in questi momenti di emergenza. Ma non basta. Innanzitutto perché la scienza stessa genera una atmosfera tipica di cui è bene essere consapevoli. L’atmosfera scientifica trascende le soggettività e può dunque diventare inumana […]. Ma la scienza non basta anche perchè essa è autorevole finchè ha qualcosa di esatto da dire o almeno di probabile da predire. Ma c’è così tanto di più in gioco nei vissuti, nelle angosce, nelle paure, nelle incertezze, nella rapidità dei cambiamenti di scenario che non basta tenere la barra dritta seguendo la scienza. Siamo chiari: questo è fondamentale. Ma occorre anche nutrire gli spazi relazionali in cui narrando ci differenziamo, non ci lasciamo prendere e basta, riconosciamo il presente, non perdiamo lo sfondo, ci ricordiamo di essere solidali, di essere fragili, vulnerabili, limitati. È solo grazie a questi spazi tra-di-noi che riusciamo a non perderci: perché ci ricordano che la nostra vulnerabilità e il bisogno di relazione in fondo non sono una novità. Ci riportano alla dimensione di insufficienza individuale e bisogno dell’altro che non è altro che la forma fondamentale e imprescindibile del nostro essere umani. In questo senso, nulla di nuovo sotto il cielo. Ma in questo modo tessiamo anima e futuro. Curiamo il nostro abitare la polis. Facciamo politica al tempo del coronavirus”.


Firmato una studentessa emigrata al nord, in un giorno di quarantena volontaria.

Chiara De Luca