Rifiuti, il Sud consuma meno ma paga il 34% di Tari in più

Roberto Piemonte ci segnala il seguente articolo del Sole 24 Ore

L’Europa chiede da anni agli Stati membri di regolare la gestione dei rifiuti sulla base del principio del «chi inquina paga», che imporrebbe di misurare le bollette presentate a famiglie e imprese sulla quantità di rifiuti prodotti. Ma il criterio europeo, nato per favorire i comportamenti di produzione e consumo che impattano meno sull’ambiente, vive in Italia un’applicazione paradossale. Da noi paga chi inquina non perché produce più rifiuti, ma perché vive in territori dove il servizio è scadente, la raccolta differenziata arranca e gli impianti sono più rari e arretrati. Paga di più, insomma, chi ha meno servizi.

I numeri chiave

La lunga trafila che parte dal cassonetto sotto casa, passa attraverso gli impianti di raccolta e trattamento e quando va bene torna sul mercato portando materiali riciclati, si traduce in euro con le tariffe presentate a cittadini e imprese. Il quadro aggiornato arriva dalla nuova edizione del Green Book, che dopo due anni offre un censimento nuovo e ampliato su costi, risultati e investimenti dell’igiene ambientale italiana. Nel 2017 una famiglia-tipo di tre persone che vivono in 100 metri quadrati, spiega l’analisi condotta da Utilitatis con la collaborazione di Cassa depositi e prestiti, ha pagato una tariffa rifiuti da 312 euro. «La spesa non cresce negli ultimi anni – rivendica Filippo Brandolini, presidente di Herambiente e vicepresidente di Utilitalia – e ci sono segnali di sviluppo all’interno di un panorama nazionale che però rimane molto differenziato».
Come tutte le famiglie-tipo, in effetti, anche quella appena citata non esiste nella realtà, perché è frutto di una media statistica fra situazioni molto diverse fra loro. Andando più nel dettaglio nelle oltre 250 pagine di grafici e tabelle, si scopre che se la fantomatica famiglia abita al Nord il suo conto medio è da 271 euro, mentre nel Mezzogiorno sale del 33,6% e arriva a 362 euro l’anno. Ma nel Sud, per un insieme di fattori che vanno dal reddito medio alle diverse abitudini di consumo fino alla differente geografia industriale, si produce all’anno in media il 13% in meno dei rifiuti pro capite delle Regioni settentrionali. Nel Mezzogiorno, insomma, si “consuma” meno ma si paga di più. «Queste differenze – spiega Brandolini – spesso dipendono dalla presenza o meno di imprese strutturate e dalla governance, fatta di dimensioni degli ambiti ottimali, operatività degli enti di governo, struttura e durata delle gare; e si riflettono nella dimensione, e quindi nella capacità operativa e finanziaria, degli operatori». Tutto questo si traduce nei risultati del servizio, che allargano il solco fra le due Italie dei rifiuti come mostra bene il tasso di raccolta differenziata: nelle città settentrionali ha raggiunto ormai il 64,2% mentre nei centri meridionali si ferma al 37,6%, cioè 26,6 punti sotto.

Il caos sulle imprese

La forbice torna, molto più ridotta, per le imprese, ma per aziende, artigiani e commercianti i dati medi significano poco o nulla all’interno del problema vero, rappresentato dal caleidoscopio infinito delle scelte tariffe comunali. A seconda del Comune in cui si trova, un ufficio o uno studio professionale può pagare dagli 1,25 ai 12,77 euro al metro quadrato, per i negozi di abbigliamento le richieste locali variano da 1,65 a 16,36 euro al metro e nel caso dei ristoranti l’altalena cambia i valori addirittura di 14,5 volte, dai 3,67 euro al metro chiesti dal piano finanziario più economico ai 53,27 pretesi da quello più caro. Trovare un criterio in una girandola di cifre come questa è impresa impossibile, e altrettanto complicato è individuare regole certe per separare i rifiuti delle imprese gestiti dai servizi pubblici e quelli «speciali», smaltiti (e pagati) in proprio. Un decreto ministeriale, chiesto dal Codice dell’ambiente del 2006 e dopo 11 anni imposto al governo da una diffida dei giudici amministrativi, è pronto ma bloccato nei cassetti. È un’altra vittima ignorata dello stallo politico, insieme all’avvio vero e proprio dei lavori sull’igiene ambientale da parte dell’Arera, che dopo l’ultima manovra deve occuparsi anche di rifiuti e diventare un’Authority ambientale a tutto campo. I suoi vertici, però, sono appena stati prorogati per l’ordinaria amministrazione in attesa che un nuovo governo decida a chi affidare questo ricco portafoglio di competenze che vanno dall’energia al servizio idrico passando appunto per i rifiuti.

Impianti e polemiche

A distanziare costi e qualità dei servizi all’interno del Paese non è solo una questione di abitudini, o di tassi di efficienza a scartamento ridotto di alcune ex municipalizzate del Centro-Sud. Questi due fattori sono senza dubbio importanti, ma anche i più generosi tentativi di cambiare il passo inciampano su un ostacolo strutturale: gli impianti.
In questi anni il dibattito pubblico si è concentrato intorno alle polemiche territoriali sui termovalorizzatori, ma è l’intero ventaglio tecnologico sviluppato per ricavare dai rifiuti energia, biogas, compost e così via a disegnare una geografia a senso unico. Su 41 impianti di recupero energetico presenti in Italia, 34 (l’83%) sono al Centro-Nord, e lo stesso accade per le 31 strutture che utilizzano processi biologici per produrre biogas o compost dai rifiuti organici: gli impianti integrati censiti nel Paese sono 31, e solo 3 (due in Campania e uno in Sardegna) si incontrano nel Mezzogiorno. Il quadro si fa un po’ più equilibrato solo nei tratti meno avanzati della filiera, a partire dagli impianti di trattamento meccanico biologico che gestiscono soprattutto i rifiuti indifferenziati e sono sparsi su tutto il territorio. Ma i problemi non mancano come mostrano i casi quali quello di Roma, dove basta uno dei tanti picchi di consumo prodotti dai flussi turistici e dai calendari delle feste per bloccare in strada i rifiuti che la fragile rete di impianti non riesce ad accogliere.
La strada da coprire, insomma, è lunga, anche se il panorama non è statico e mostra qualche buona notizia sul lato degli investimenti, arrivati l’anno scorso a quota 1,86 miliardi con un balzo del 53% rispetto all’anno prima. L’impennata segue un triennio di stasi e si spiega prima di tutto con gli effetti di Industria 4.0, che ha spinto a livello fiscale soprattutto gli investimenti in macchinari e tecnologie. Esiste però anche un motore esterno, rappresentato dal bilancio europeo che per il 2014-2020 ha messo a disposizione 1,3 miliardi per il comparto italiano dei rifiuti, a cui si aggiunge una cifra analoga del fondo sviluppo e coesione all’interno dei «patti per il Sud». I servizi pubblici locali, e l’igiene urbana in particolare, stanno poi diventando centrali nelle strategie della Bei, che potrebbe dare una mano al settore per raggiungere i cinque miliardi di investimenti stimati come fabbisogno dagli esperti. Ma c’è un rischio. La capacità di investimento è ovviamente proporzionale alla salute dei bilanci, e i conti stanno meglio dove le aziende e gli ambiti territoriali sono più grandi e strutturati. Con una distribuzione degli investimenti fedele al livello attuale di sviluppo del settore, allora, l’innovazione rischia di allungare ancora le distanze fra Nord e Sud.

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