Quella di Florenzia, una storia da raccontare (6)

di Michele Giacomantonio

Sesta puntata (testo e foto completi al link Quella di Florenzia 6)

FUORI DAL TUNNEL: I PREGIUDIZI DI MONS. BALLO

1.La vicenda di suor Francesca

florenzia 1806

Gli anni più difficili per Florenzia sono quelli che vanno dal 1919 al giugno del 1924. L’istituto, che è ormai costituito da quattordici anni e ha avuto uno sviluppo modesto, ora non solo si blocca completamente senza vestizioni e professioni religiose, ma vi sono diversi abbandoni. Anzi il bilancio fra arrivi di nuove aspiranti e defezioni per malattie, demoralizzazioni, ripensamenti fu decisamente negativo. Una delle spiegazioni di queste accresciute difficoltà sta nel rapporto difficile che si instaura fra Florenzia e mons. Salvatore Ballo Guercio, che sostituirà a Lipari mons. Paino. Mons. Ballo sarà nominato amministratore apostolico il 10 gennaio 1921 e lo rimarrà fino al 17 aprile 1928.

Abbiamo già detto della freddezza che  era calata fra mons. Paino e la superiora francescana negli ultimi tempi a causa del comportamento del fratello Antonino, che era partito per gli Stati Uniti con l’impegno di tornare dopo tre mesi. Invece gli anni passavano e lui trovava sempre nuovi espedienti per rimanere a New York.

– È un abile giocatore d’astuzia –. Era il giudizio che aveva dato di lui il vescovo.

Comunque, il raffreddarsi dei rapporti fra il vescovo e la suora non arrivarono a coinvolgere l’istituto. Quando i genitori e i parenti delle aspiranti e delle novizie gli si rivolgevano per informarsi sulla congregazione, lui li rassicurava.

– State tranquilli – ripeteva a tutti –, l’istituto è stabile e non c’è pericolo che le vostre figlie rimangano in mezzo a una strada

Poi, proprio negli ultimi mesi in cui mons. Paino aveva la responsabilità episcopale di Lipari, accadde un fatto che fece molto scandalo e gettò una luce negativa sulle Suore Francescane. Lo scandalo ha un nome: suor Francesca Pino, che aveva emesso i voti triennali nell’ottobre del 1913. Francesca era rimasta orfana nel terremoto del 1908 ed era stata ricoverata in un istituto di Messina. Qui la conobbe Florenzia e la ragazza ne rimase tanto conquistata che chiese di seguirla a Lipari perché voleva farsi suora.

Alla casa di Lipari fu ammessa come aspirante, perché non aveva l’età necessaria. Frequentò l’istituto tecnico con profitto e incominciò, da aspirante, a studiare musica sotto la guida di quel bravissimo musicista che era il maestro Concetto Abate. Sia per la bravura del professore, sia per la spiccata tendenza per la musica che la ragazza dimostrava, sia per la perseveranza in questi studi, ai quali si applicò per più di dieci anni, Francesca raccolse subito riconoscimenti e apprezzamenti e, a partire dal 1918, insegnò musica nell’istituto delle suore con soddisfazione dei genitori e degli alunni. Grazie a lei la casa di Lipari, alla scuola elementare, all’asilo, al laboratorio di taglio, cucito e ricamo poteva aggiungere anche la scuola di musica. Florenzia le era molto affezionata, ma questo sentimento non le offuscava il giudizio. C’era qualcosa in quella giovane che non la persuadeva e per questo, scaduto il tempo della professione triennale, non aveva voluto darle il benestare per la professione perpetua.

– È bene che tu rifletta ancora un po’, suor Francesca – le aveva consigliato –, la professione perpetua è un passo decisivo perché deve essere per tutta la vita.

E, proprio verso lo scadere di un nuovo triennio, le sensazioni della superiora cominciarono a prendere corpo. Fino allora Francesca era sempre stata molto precisa ed esemplare nel rispettare la regola e nel partecipare alle funzioni religiose e ai momenti spirituali, ora invece appariva sempre più come svogliata e distratta. Aveva la testa altrove e anche il suo insegnamento alla scuola di musica aveva preso a soffrirne e, per la prima volta, allievi e genitori cominciarono a lamentarsene.

Florenzia voleva vederci chiaro e cominciò a discuterne con le suore più anziane, suor Margherita, suor Veronica e suor Teresa, di cui si fidava ciecamente. E così, confidenza dietro confidenza, venne fuori che fra suor Francesca e Assunta, una ragazza di Lipari che frequentava il laboratorio di ricamo, si era sviluppata un’amicizia particolare. La rivelazione colpì profondamente Florenzia che considerava Francesca come una figlia.

– Le parlo io – disse alle tre suore –, voi non ditele niente.

Ma quando la superiora incontrò Francesca, si trovò di fronte a una reazione che non aveva previsto. Rivelando una rabbia profonda, a voce sempre più sostenuta questa cominciò a dire che lei veniva discriminata perché era troppo brava e nell’istituto, invece, facevano strada le incapaci e le ignoranti che non potevano    fare ombra alla superiora. Per questo non le era stato permesso di fare la professione perpetua. Ma lei non intendeva più far finta di niente come era avvenuto finora. Quello che accadeva in quell’istituto l’avrebbe detto a tutti. E, gesticolando, pose fine al colloquio volgendo le spalle e andandosene via.

Da allora cominciò a creare situazioni incresciose, cercando di attizzare scontri e polemiche. Ora faceva apposta rumore durante i momenti di preghiera, sapendo quanto Florenzia ci tenesse al silenzio; ora protestava per la qualità del cibo; ora trascurava i suoi impegni, dicendo che non stava bene e lamentando forti mal di testa e così via. Poi una sera – proprio quando Florenzia, sempre più provata e prostrata dal dolore, si chiedeva come risolvere la situazione – alla fine di un’ennesima sfuriata, prendendo lo spunto da un’osservazione della superiora che l’aveva mandata a chiamare perché era ora di cena e lei si attardava a chiacchierare con Assunta sulla porta dell’istituto, Francesca, quasi gridando, dichiarò che quella era la goccia che faceva traboccare il vaso. Platealmente si tolse l’abito e il velo, corse nella camerata a cambiarsi e a raccogliere le sue cose, annunciò alla superiora e alle suore esterrefatte e sgomente che se ne andava via per sempre e raggiunse l’amica che l’aspettava al portone,

Qualche giorno dopo, avveniva l’insediamento a Lipari di mons. Ballo e Francesca chiese subito di essere ricevuta. Per scusare la propria condotta che ormai era di dominio pubblico, la giovane, si presentò a mons. Ballo e rovesciò dinanzi al presule una grande quantità di calunnie nei confronti di

 

 

Florenzia e dell’istituto, parlando di comportamenti stravaganti, di strani sistemi formativi, di metodi punitivi che facevano rabbrividire. Purtroppo non si trattava di accuse isolate. Da qualche tempo, circolava a Lipari un giudizio diffuso, sia negli ambienti ecclesiastici sia nel popolo, che la mancanza di vocazioni e gli abbandoni fossero dovuti al carattere troppo ostinato e rigido della superiora.  La gente, infatti, spesso parla senza conoscere i fatti e sembra prendere gusto a denigrare le figure di spicco che vengono proposte come esempio e modello. E questi giudizi amplificati e confezionati ad arte, passando da ambiente ad ambiente, non avevano trascurato le Suore di Carità che continuavano a vivere l’iniziativa dell’istituto francescano come un pericolo per la loro attività. E le Suore di Carità non avevano trascurato di riferire le voci all’amministratore apostolico a sostegno delle loro lamentale, anche queste amplificate e confezionate.

Mons. Ballo, senza alcuna esperienza del posto e non solo per la fresca nomina, ma anche perché risiedeva a Pace del Mela e veniva a Lipari saltuariamente e sempre di fretta, aveva per di più un carattere propenso a emettere giudizi sbrigativi senza verificarli e, quindi, a giudicare le persone dalla prima impressione esteriore. Sommò così uno più uno e sposò, nei confronti di Florenzia e del suo istituto, la posizione più estrema. Si convinse che, essendo quella suora un’illusa, una donna senza cultura, impari al compito che si era preposto, la migliore soluzione sarebbe stata quella di chiudere l’opera e ritenne di poterlo fare, visto che l’istituto era di diritto diocesano. Per intanto applicò la linea della sospensione delle vestizioni e delle professioni.

 

 

2. La malattia di Florenzia

 

Anni difficili, anzi terribili per Florenzia, abbiamo detto. Malgrado la sua forte fede, la suora dovette in qualche momento temere per il futuro del suo istituto fra la freddezza del vescovo, la diffidenza dell’ambiente, le difficoltà economiche prodotte dalla guerra, i problemi interni alla Casa cui abbiamo fatto cenno, la solitudine e i problemi della famiglia lontana. Il pericolo più grave e imminente era che mons. Ballo desse seguito alla minaccia di chiudere l’istituto. Poteva veramente farlo e come si poteva impedirlo? A chi rivolgersi e chiedere consiglio? Naturalmente al fratello, sebbene fosse a New York. Lui aveva studiato e avrebbe saputo come consigliarla. E, infatti, don Antonino scrive al suo professore di morale, don Lavitrano, che abbiamo già conosciuto perché aveva difeso mons. Raiti nel conflitto con le Suore di Carità.

E la risposta non si fa attendere e dissipò le preoccupazioni di Florenzia almeno su questo punto. Dal 1917 – scriveva il docente – era in vigore il canone 413 del Codice di diritto canonico che stabiliva che una congregazione, sia pure di diritto diocesano, anche se con una sola casa, poteva essere soppressa solo dalla Santa Sede e sulla base di una rigorosa documentazione. Quindi don Antonino poteva scrivere alla sorella di stare tranquilla. “Lasci che il Vescovo faccia i suoi passi, che la vicenda poi sarebbe stata opportunamente seguita da Roma”.

Se finalmente giungeva una buona notizia, la tensione patita era stata, però, troppo forte. Essa esplose con particolare violenza minando il fisico della suora. Ne risentirono i nervi e fu sopraffatta da una debolezza che non riusciva a superare in alcun modo. Così, su consiglio del medico, dovette ritirarsi a Pirrera nella casa paterna e prendersi un periodo di riposo assoluto, lontana dall’istituto. Un periodo lungo di sei mesi che le temprò lo spirito, ma le lasciò tracce nel fisico – come una continua tensione nervosa – che l’accompagnarono fino alla morte.

 

Il panorama da Pirrera

 

Lunghe giornate trascorse nella quiete di Pirrera in solitudine. A giorni alterni l’andava a trovare suor Margherita che l’aggiornava sui problemi e ogni tanto, quasi tutte le settimane, venivano su le altre suore a farle un po’ di compagnia. Soprattutto nel pomeriggio, verso sera, faceva una passeggiata per le campagne e arrivava fino a Forgia Vecchia o verso Culìa, o visitava le amiche di un tempo e i parenti chiacchierando del più e del meno. Ma la maggior parte del tempo lo passava a meditare e a pregare. Meditava e pregava nella sua casa, nella chiesa, camminando per le stradelle. In cima ai suoi pensieri c’era la sorte dell’istituto. Che cosa era più opportuno fare? Florenzia sapeva che ancora una volta tutto dipendeva da lei, dal coraggio e dalla forza con cui sarebbe riuscita ad affrontare la situazione, a tranquillizzare le sue consorelle e, soprattutto, a convincere il vescovo. Si era persuasa ormai che, se l’istituto rimaneva chiuso nei confini di Lipari, sarebbe deperito sempre più. Lei non voleva abbandonare Lipari, qui era nato l’istituto e qui doveva continuare a vivere la sua casa madre. Ma, se voleva che l’istituto si sviluppasse, una testa di ponte forte doveva essere aperta in Sicilia, e possibilmente ad Acireale, dove aveva già messo un avamposto. E riflettendo, quasi impercettibilmente, il ragionamento diventava preghiera. Pregava e pregava l’Immacolata sotto la cui protezione aveva posto la congregazione. E alla Madonna, nella sua riflessione orante, Florenzia ripeteva: “La mia non è una fuga dalle difficoltà, vuole essere un passo avanti per superare le difficoltà” E mentre ripeteva queste parole, se era in chiesa, volgeva lo sguardo verso quella statua che tanto aveva contemplato da bambina e da ragazza. E fuori dalla chiesa – come faceva da giovinetta quando, al mattino presto, all’aurora, andava ad ascoltare la messa – gettava lo sguardo oltre Monte Rosa, là dove il cielo toccava il mare e si colorava di rosso fuoco.

E finalmente, una mattina di novembre, sentì che nel suo animo non c’era più apprensione e preoccupazione, ma una grande serenità. Finita la messa, uscendo sul sagrato della chiesa nuova, vide che era venuta a incontrarla suor Margherita.

 

Petralìa Sottana

 

“Ha scritto padre Luciano Geraci, l’arciprete di Petralìa Sottana. Vuole due suore per lavorare nella parrocchia”. “Ci andrete voi, suor Margherita, che conoscete ormai la zona – le rispose sorridendo Florenzia e subito aggiunse –: la quarantena è finita e si torna a battagliare nel nome del Signore. Oggi stesso tornerò alla Casa. Voi, che ormai siete la nostra punta di diamante, fatevi accompagnare da vostra nipote e andate a vedere com’è la situazione. Padre Geraci è una gran brava persona”.

Così Florenzia rientrò a Lipari, in via Diana, accolta dalle suore e da quanti  frequentavano    la casa festanti, felici di rivederla ristabilita, ma soprattutto determinata e risoluta. Alle suore comunicò subito che nel giro di qualche giorno sarebbe andata a trovare il vescovo e gli avrebbe chiesto di convocare il primo Capitolo generale della Congregazione per eleggere la superiora e le consigliere secondo quanto stabilito dallo Statuto.

Florenzia non è la sola che si è preparata a questo incontro e l’attende con ansia. Anche mons. Ballo vi si era preparato o aveva creduto di prepararsi. Oltre a Francesca, aveva raccolto la confidenza di alcune altre suore. Quante? Tutte, almeno così confida in una lettera al vescovo di Acireale, e tutte gli avrebbero manifestato il malcontento dell’intera comunità. Troppo aspra e nervosa, questa superiora, senza le doti necessarie per poterne tenere la direzione. Per questo l’istituto non si è sviluppato… Per amore dell’abito che le suore indossano – aggiungeva il prelato – e per non vederle trasferire ora in una, ora in un’altra casa, sarebbe prudente consigliarle di fondersi con qualche congregazione di Suore Francescane oggi fiorentissime. Comunque, visto come la pensavano tutte le suore, il prossimo capitolo avrebbe posto fine alla vicenda.

Con questi propositi maturati è ben contento mons. Ballo di acconsentire, quando Florenzia ne fa richiesta, affinché si svolga il primo capitolo.

 

 

 

 

 

1.      Il primo Capitolo

 

 

Il giorno 23 marzo 1922 ha inizio questo evento con la celebrazione della messa allo Spirito Santo, presieduta dallo stesso mons. Ballo. Poi, fatta colazione, si passa nell’aula capitolare. Il vescovo è solo con le suore. Si fa consegnare le chiavi dell’istituto, la Regola e le Costituzioni e quindi prende la parola.

“Questa di oggi, dice fra l’altro, non è una semplice formalità, ma un atto di grande rilevanza che obbliga ognuno di voi a compiere la scelta a cui è chiamata in piena coscienza e libertà. Le sorti della Congregazione sono nelle vostre mani”.

Nelle votazioni per la superiora, Florenzia ebbe subito la maggioranza al primo scrutinio e fu, quindi, canonicamente eletta e proclamata Superiora generale della congregazione da parte dello stesso vescovo. A questo punto mons. Ballo ordina di andare in chiesa per la recita del Te Deum e consegna all’eletta le chiavi dell’Istituto, la Regola e le Costituzioni.

Ritornate in aula, si proseguì alle elezioni delle consigliere e della maestra delle novizie. Consigliere vennero elette Veronica La Greca, Teresa La Spina e Margherita Restuccia. Suor Veronica fu eletta anche vicaria e suor Margherita maestra delle novizie. Finite le votazioni, mons. Ballo – facendo buon viso a un risultato che non riusciva a spiegarsi, salutando le suore col volto serio – tornò in episcopio.

Un volto serio che diceva più di molte parole come ebbe a constatare Florenzia quando, un paio di mesi dopo, andò in episcopio a illustrare il suo progetto di trasferire il noviziato ad Acireale, pur lasciando a Lipari la casa generalizia.

Riguardo al pensiero del vescovo, la superiora non si faceva illusioni, ma era determinata e forte dei suoi diritti. Quando fu fatta entrare nello studio al cospetto del prelato, con calma e umiltà ribadì le sue ragioni.

Mons. Ballo capisce che questo è il momento di mettere sul tavolo i suoi convincimenti, rispetto ai quali, malgrado i risultati del capitolo, non era arretrato di un sol passo. Così smise di giocare di fioretto e sfoderò armi più pesanti.

“Cara Madre, l’Istituto non si è sviluppato non per le ragioni che lei dice, ma perché lei è inadeguata a fare la superiora. Io speravo che fossero le stesse suore a sciogliere questo nodo, ma così non è stato. Ora mi sembra che ci siano solo due strade di fronte a voi: o fondersi in un istituto fiorente di suore francescane ed io stesso posso darle una mano se accetta questa prospettiva, oppure lei mi costringe a chiudere l’istituto che è di diritto diocesano e, quindi, dipende da me”.

“Eccellenza, con tutto il rispetto, Lei non può chiudere l’istituto”, ribatté Florenzia e ricordò al vescovo il canone 413 del diritto canonico in vigore dal 1917, di cui aveva parlato al fratello il professore don Lavitrano.

Il vescovo non si aspettava questa reazione e, soprattutto, questa citazione così precisa. Scatta in piedi e, rosso in volto, comincia a raccogliere le carte che ha sul tavolo come per darsi un contegno.

Ma le parole gli si strozzano in gola e non riesce che a dire, farfugliando un po’: “Vada fuori” e, puntando il dito verso la porta, fece capire che il colloquio era finito.

Che cosa significava quel “Vada fuori”? Il consenso ad andare ad Acireale come volle interpretarlo Florenzia e come riferì alle consorelle tornando in istituto? Oppure, più semplicemente, un brusco congedo per troncare quella riunione?

Probabilmente entrambe le cose, giacché mons. Ballo nel suo giudizio negativo non accusò mai la suora di disubbidienza e, inoltre, sarebbe stato ben felice se l’apertura di una casa ad Acireale avesse significato il togliersi l’Istituto dalla sua responsabilità.

Cosa, però, che non avvenne, anche se il 5 giugno la suora scrive al vescovo di Acireale per chiedere l’autorizzazione di aprire nella sua diocesi una casa religiosa. In quel momento la diocesi di Acireale è vacante. Mons. Bella era morto il 9 marzo e passeranno mesi prima che il nuovo ordinario, che sarà mons. Fernando Cento, ne prenda possesso.

 

Mons. Fernando Cento

Ed è praticamente ormai la fine del 1922, quando il nuovo vescovo ha la possibilità di occuparsi della richiesta di Florenzia. Ha sul tavolo le referenze positive del parroco di Petralìa Sottana e del delegato dell’Amministratore apostolico di Cefalù, ma conosce anche le critiche di mons. Ballo di cui, almeno in partenza, sembra condividere il giudizio su Florenzia – nulla da eccepire dal punto di vista religioso e morale, ma riserve sulla cultura, sul temperamento e sulle capacità quindi di essere superiora – e sull’istituto, e cioè il consiglio che queste suore si aggreghino a una congregazione già fiorente.

Questo scrive mons. Cento a Roma alla Congregazione dei Religiosi delegando ad essa ogni decisione. Se Roma riterrà di mantenere in vita questa struttura, comunque soggetta al vescovo di Lipari, egli ne avrebbe seguito con benevolenza il noviziato e avrebbe  incaricato le Suore Francescane nella cura delle parrocchie rurali dove avrebbero potuto fare gran bene.

Ma è proprio sul problema di quale dovesse essere la diocesi responsabile – Lipari o Acireale – che si sviluppa un lungo contenzioso per corrispondenza fra mons. Cento e mons. Ballo, chiamando in causa la stessa Congregazione romana. Un contenzioso che si trascinerà per anni bloccando professioni religiose e vestizioni.

 

 

4. Un clima più sereno

 

Intanto Florenzia e le sue suore hanno un problema immediato. Una casa del noviziato doveva avere una sede adeguata e non poteva restringersi in poche stanze. E quindi ci si mise alla ricerca per tutta la cittadina e, alla fine, fu trovata in un antico e grande palazzo che le stesse suore – con sacrifici enormi, ma anche con serafica letizia – si misero a ripulire e ammobiliare. Nei primi giorni mancava di tutto: sedie, letti, tavoli. Ma Florenzia, come al solito, nonostante le sofferenze nel fisico che da qualche tempo non l’abbandonavano mai – alla debolezza dei nervi si erano aggiunti il mal di fegato e i reumatismi –, si coricava per terra assieme alle suore con tanta serenità da destare ammirazione.

Mons. Cento aveva raccomandato che nell’allestimento della nuova casa si prestasse soprattutto attenzione alla cappella. E Florenzia dedicò alla cappella la stanza più bella della nuova struttura e, per arredarla e addobbarla, chiese aiuto anche alle suore che si trovavano a Petralìa Sottana.

Ritrovare vecchie amiche come suor Margherita, suor Giacinta e suor Immacolata fu una grande festa. Improvvisamente i malanni e i dolori sembrarono svanire e la Madre fece da guida alle consorelle nel visitare la casa.

– È un bell’appartamento di otto stanze – commentò suor Margherita –, ma richiede tanto lavoro.

– E noi siamo qui per questo, aggiunsero suor Giacinta e suor Immacolata.

– Prima però – le interruppe Florenzia – raccontatemi di Petralìa.

– Le cose non potrebbero andare meglio – la rassicurò Margherita –; due giovani verranno ad Acireale per partecipare al noviziato e diverse altre ragazze hanno manifestato vocazione. E siccome devono trovare una casa accogliente, mettiamoci subito al lavoro.

– Gli operai hanno praticamente già completato i lavori – le informò la Madre –, quindi non rimane che fare le pulizie generali e arredare la cappella.

– Ci vorrebbe una bella statua, suggerisce Margherita.

– Una statua del Sacro Cuore, suggerisce Florenzia.

E poi – aggiungono le altre – un calice, la pisside, i candelieri, i portafiori, il leggìo, le pianete, e tela di lino per le tovaglie e i camici, la stoffa per le pianete, ecc. ecc…

– Un sacco di soldi.

– Occorrerebbe un’anima generosa che ci finanziasse.

– Don Antonino, mio fratello – confida Florenzia – mi ha promesso un aiuto, ma chissà quando arriverà.

 

 

La casa di Acireale , oggi.

 

 

–        Non un solo finanziatore, ma tanti finanziatori – interviene convinta suor Margherita –. Se c’è una suora che viene con me, mi incarico io di fare una colletta a Catania che è una città grande, dove ci sono tante famiglie benestanti. Vedrete che in una o due settimane raccogliamo quanto è necessario per la statua e tutto il resto.

E così fu. E mentre alcune suore giravano per Catania bussando alle porte delle case e degli uffici, altre pulivano, lavavano, lucidavano le stanze della nuova sede e altre ancora ricamavano pianete, corporali, purificatoi, tovaglie. Due mesi di lavoro notte e giorno, ma tutto fu pronto per l’inaugurazione che avvenne il 27 agosto 1923.

La serena letizia. che aveva caratterizzato questi due mesi di lavori straordinari, non era un’eccezione, ma la norma del piccolo istituto. Malgrado le preoccupazioni, Florenzia era il punto di riferimento e il motore di tutto: modello alle sue figlie di pietà soda e sincera, di spirito di sacrificio, di osservanza delle regole, di ogni virtù. Governava, dirigeva, formava le aspiranti con mano sapiente, avendo assunto per sé anche il compito di maestra delle novizie coadiuvata dalla vicaria, suor Veronica, quando doveva assentarsi. Insegnava a pregare, a salmodiare, a lavorare. Disponeva le sacre funzioni, dirigeva il coro, imponendo che fosse condotto con dignità, devozione e grazia.

Fedele a san Francesco, la Madre coltivava la perfetta letizia e comprimeva nel profondo dell’anima l’ansia e l’angoscia. Infatti, passavano i mesi e gli anni e non sapeva che cosa rispondere alle giovani che le chiedevano quando avrebbero preso i voti e fatta la vestizione. Eppure chi le era vicino la vedeva semplice e forte, premurosa e caritatevole. Ascoltava le suore animandole all’osservanza, all’umiltà, base e fondamento di ogni virtù, all’accettazione delle correzioni con umiltà e ripeteva loro spesso il motto di un filosofo che aveva appreso seguendo una lezione al corso delle novizie: “Se non hai un amico che ti corregga, paga un nemico che ti renda questo servizio”.

Nessuna insofferenza, nessuna recriminazione nei confronti di mons. Ballo, ma la convinzione ferma che tutto avveniva per volontà di Dio e che fosse Dio a metterla alla prova. Quante volte dovette meditare su quella frase del libro di Giobbe dove il giusto sofferente osserva: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”(2,10). “Uniformarci, soleva dire, alla volontà del Signore, il quale, certamente, avrà avuto i suoi fini particolari anche nel fare ritardare le vestizioni e sa risolvere sempre per il nostro bene”.

Certo, tanta serenità, umiltà e remissività non erano senza sforzo, ma il risultato di una pressione forte e continua sul suo temperamento impulsivo e passionale, per cui la tensione che portava dentro finiva con lo scaricarsi sul suo corpo già provato e ne minava la salute.

La fiducia di Florenzia nella Provvidenza traspariva soprattutto nella gestione dell’istituto che, malgrado le nubi e i temporali che stazionavano su di esso, continuava ad andare avanti nella propria vita e nel proprio impegno.

Ora l’istituto contava sedici professe, parecchie postulanti e tre case: Lipari, Petralìa Sottana e Acireale. La casa di Lipari si occupava di scuola catechismo e di lavoro, ricamo, taglio e cucito; aveva anche un pensionato e, inoltre, contava due congregazioni di Immacolatine e Pagetti del SS.mo Sacramento, aventi ognuna di esse il rispettivo direttore. Quella di Petralìa Sottana si occupava di pensionato, scuole di lavoro e catechismo in parrocchia. La nuova casa di Acireale, oltre alla formazione delle novizie, stava organizzando un orfanotrofio e scuole professionali.

Non si può dire che ogni nube minacciosa sulla congregazione si fosse dissolta. Comunque, sembrava che con l’apertura della nuova casa di Acireale tutta l’opera riprendesse respiro: tornarono ad affluire le vocazioni e l’iniziativa di apostolato prese a svilupparsi, anche se di voti perpetui ancora non si parlava. In particolare, l’istituto si faceva conoscere e si diffondeva nella nuova diocesi. E come al solito Florenzia incessantemente si muoveva da Petralìa, a Lipari, ad Acireale. Non erano viaggi facili e scevri di pericoli, come l’episodio che le capitò alla stazione di Castelbuono, un’ottantina di chilometri prima di Palermo, proprio viaggiando da Petralìa a Milazzo per prendere il vaporetto per Lipari. Persa la coincidenza, in una stazione completamente deserta chiese al guardiano, che era l’unica persona nei paraggi, quale fosse il prossimo treno per Milazzo.

 

 

– Non ci sono più treni fino a domattina. Stasera alle 11 passa un direttissimo, ma non si ferma. Cara sorella, deve passare qui la notte, ma non si preoccupi, il tempo lo faremo passare e… ci divertiremo.

E il figuro, con un aspetto poco rassicurante, concluse con una fragorosa risata. A Florenzia si gelò l’animo. Atterrita, invocò la Madonna.

– Madre santissima, non mi abbandonare. Fa’ che il treno si fermi.

E, recitando il rosario, si mise sul marciapiede dove doveva passare il direttissimo. Alle 11 sente il caratteristico sferragliare del treno che in stazione rallenta. Florenzia fa cenno al macchinista.

– Sono sola, per favore mi faccia salire –, grida.

E il treno rallenta fino quasi a fermarsi. Florenzia apre lo sportello e in quel momento sente una mano che la tira su. Ma ad accoglierla non c’è nessuno. Richiude lo sportello e il treno riparte.

 

 

5. Un periodo nuovo

 

Sarà proprio la considerazione per le postulanti, che da anni aspettavano di poter emettere i voti e vestire il saio e l’ammirazione per la perseveranza della loro fede e del loro proposito, che finalmente, il 27 giugno 1924, ancor prima che la Santa Sede avesse sciolto il nodo, convincono il vescovo. Mons. Cento esamina personalmente le giovani per quella che si chiama “esplorazione della volontà” – e cioè accertare che la scelta che si sta compiendo è avvenuta con consapevolezza e in libertà – e per la preparazione catechistica. Quindi presiede la cerimonia della vestizione religiosa che si svolgeva per la prima volta ad Acireale, nuova sede del noviziato, nella cappella della nuova casa. Una cerimonia solenne, resa suggestiva dal canto della schola cantorum del collegio di Santonoceto di Acireale. Le aspiranti dovevano essere sette, ma, negli ultimi giorni, diventano otto per l’arrivo di Santa Rusignuolo di Petralìa Sottana. Si tratta di un acquisto importante per la piccola congregazione. Santa Rusignuolo, che prenderà il nome in religione di suor Pia, diventerà presto il braccio destro di Florenzia, sarà poi per lungo tempo la sua vicaria e le succederà, alla sua morte, nella responsabilità di superiora generale. Diplomata maestra elementare, sarà la redattrice puntuale delle cronache dell’istituto e anche di una sua piccola storia di Florenzia, sicuramente la prima in ordine di tempo.

Quando era a Petralìa, Santa andava a trovare giornalmente le suore e aveva iniziato a frequentare la scuola di ricamo. Avrebbe voluto già da tempo farsi suora, ma il padre non si convinceva a darle il consenso. Dovette intervenire suor Margherita, che era la superiora della casa, e finalmente il genitore abbandonò ogni resistenza. Anzi volle accompagnare lui stesso la figlia ad Acireale.

In questo gruppetto, oltre a suor Pia, vi erano anche altre suore che avranno un ruolo importante nella vita dell’istituto, come suor Chiara La Pira, suor Modesta Spedale, suor Nazarena Gentuso, suor Gemma Guerra e suor Agnese Zaia, la ragazza di Pirrera, che da anni sognava di farsi suora e di unirsi alla missione di Florenzia.

 

Linera, oggi

 

Sbloccate le professioni e le vestizioni, l’istituto riprende vita. Non solo arrivano nuove postulanti, ma ora i parroci fanno a gara ad avere l’aiuto di queste suore in parrocchia. Così nelle parrocchie San Salvatore e Santa Maria delle Scale, entrambe alla periferia di Acireale, così a Linera e Aciplatani, due piccoli centri agricoli.

La collaborazione delle suore permetteva ai parroci di sviluppare attività pastorali che non erano mai riusciti a realizzare e che sapevano affidate a persone responsabili. Così il parroco di San Salvatore fu ben lieto di fare partecipare al catechismo anche i bambini che abitavano quasi alla periferia della parrocchia, praticamente in campagna. Le suore, a piedi, si partivano dalla casa più lontana e si dirigevano cantando, con i bambini in fila, alla chiesa parrocchiale. Lungo il tragitto aggregavano altri bambini che le mamme – contente di poterli affidare loro – facevano trovare pronti all’orario stabilito, disposti in fila. Finito il catechismo, venivano riaccompagnati a casa. Era un compito semplice, ma con delle responsabilità, come dimostrò un episodio che fortunatamente si risolse solo con un grande spavento. Una domenica, mentre, come al solito, una lunga fila di bambini si dirigeva alla parrocchia cantando, apparvero all’improvviso, sulla strada, due buoi infuriati che correvano all’impazzata. I bambini, impauriti, si precipitarono sul lato opposto del vialone dove, proprio in quel momento, sopraggiungeva un tram. Una suora, col coraggio della disperazione, fece un balzo dinanzi alla fila dei bambini come a proteggerli, con il suo corpo, dal tram. Si sentì uno stridio di freni e, per alcuni momenti, le suore e i passeggeri del tram, che guardavano pietrificati quanto stava accadendo, trattennero il respiro. E finalmente il tram si fermò proprio di fronte alla suora e ai bambini. Questi, che non avevano capito molto di quanto era successo, atterriti dalle grida del tranviere e dei viaggiatori, si stringevano alle suore.

Con il crescere dell’impegno nella diocesi di Acireale e il moltiplicarsi dei giudizi positivi dei parroci anche l’attenzione del vescovo va mutando e, se all’inizio era stato piuttosto distaccato, formale e, forse, anche un po’ infastidito, ora guarda all’istituto con crescente benevolenza aiutato, nella scoperta delle sue virtù, dal vicerettore del seminario, don Angelo Calabretta, che era divenuto cappellano e grande sostenitore della congregazione.

Erano ragazze di grande fede, serie, che lavoravano sodo e sapevano accettare responsabilità e sacrifici, queste suore. E anche quella loro superiora, così ruvida all’apparenza, si rivelava una donna trasparente, tutta votata alla propria missione e capace di trasmettere alle consorelle fede, passione ed entusiasmo. Così una sera di autunno, prima di cena, dopo una giornata di lavoro, uscito col suo segretario per fare due passi per la cittadina, mons. Cento passa nei pressi della casa e d’impulso decide di suonare il campanello. Le suore stanno pregando in cappella, in scrupoloso silenzio, quando la suora portinaia si avvicina a Florenzia e le sussurra qualcosa all’orecchio. Florenzia è sorpresa, ma la segue. Sul portone c’è il vescovo sorridente. “Non mi fa entrare, Madre. Mi lascia sulla porta?”. “Eccellenza, a quest’ora? Ma non sa che a quest’ora le suore vanno a pregare?”. “Madre, mi meraviglio – soggiunge il vescovo con espressione sorniona – non si ricorda cosa dice il Signore nel Vangelo? Lo sposo giunge di notte, per trovare le vergini deste, in preghiera. Sono venuto a pregare con le suore”.

 

 

6. Mons. Ballo arriva ad Acireale

 

Tutto sembrava andare per il meglio quando, il 24 giugno 1926, mons. Cento veniva nominato nunzio apostolico in Venezuela e abbandonava Acireale. Sembrava un destino crudele che tutte le volte che Florenzia incontrava, sul suo cammino, un ordinario che finalmente la comprendeva questo dovesse abbandonarla. Così era stato con mons. Raiti, così era ora con mons. Cento. E se problema di destino era, questo sarebbe apparso ancora più crudele con la notizia che a sostituire mons. Cento sarebbe arrivato mons. Ballo, che a questo punto raccoglieva in sé le funzioni di Amministratore apostolico di Lipari e di Acireale.

Ma Florenzia non credeva nel destino, credeva nella Provvidenza e, quindi, non poteva che vivere questa nuova esperienza che si apriva come una prova ulteriore sul suo cammino, dove le prove non erano state poche.

Era regola e prassi che le suore, come il clero in genere e gli ordini religiosi, si presentassero al nuovo pastore per riverirlo, farsi conoscere e assicurargli l’obbedienza. Florenzia non poté andare all’incontro con mons. Ballo, perché era immobilizzata a letto con dolori e pesantezza alle gambe, che dopo i 60 anni sarà il male che non l’abbandonerà più. All’incontro andarono suor Pia e suor Agnese, due giovani che da poco avevano emesso i voti triennali e che nulla sapevano – anche perché la Madre non aveva ritenuto di preavvisarle – delle difficoltà che Florenzia e l’istituto avevano incontrato con questo presule.

Ma non ci volle molto per le due giovani capire qual era la situazione. Appena entrate nello studio del vescovo e avuto il permesso di accomodarsi, mons. Ballo esordisce: – Il primo pensiero, quando sono stato eletto Amministratore apostolico della diocesi di Acireale, fu quello di trovarvi le Suore Francescane dell’Immacolata Concezione di Lipari.

Non un sorriso, non una battuta per metterle a loro agio. Piuttosto un’indifferenza glaciale e un tono burbero che mantenne per tutte le tre ore che durò il colloquio. Un vero e proprio interrogatorio sulla loro vita in comunità, sull’osservanza della Regola e dell’orario, sullo stato economico dell’istituto, sulle opere di apostolato, ecc. E a tutte le domande le due giovani rispondevano con puntualità e passione. E quanto più l’incontro si protraeva ed esse avvertivano che non si trattava da parte del monsignore di un interesse naturale e di routine, ma dietro quegli insistenti interrogativi, spesso addirittura insinuanti, intravedevano dell’astio e del malanimo che a fatica riusciva a dissimulare, tanto più esse alla deferenza dovuta al superiore univano la fermezza nelle proprie ragioni, di cui mostravano di essere fortemente convinte. Un atteggiamento umile e coraggioso che dovette colpire mons. Ballo al di là della sua prevenzione. E così decise di giocare l’ultimo affondo.

– Delle brave suore come voi, così intelligenti, scrupolose e devote, è un peccato che dobbiate affrontare tanti sacrifici con un istituto povero che ha difficoltà a essere riconosciuto. Vi trovereste molto meglio, invece, in un istituto più ricco e già riconosciuto e approvato dalla Santa Sede. Ve ne sono tanti, per esempio quello di  Maria Ausiliatrice.

– Con tutto il rispetto, Eccellenza, – gli risponde suor Pia – ma io qui sono felice perché vivo nella povertà francescana. Le difficoltà, i sacrifici, i problemi che si presentano giorno per giorno, l’insicurezza del domani, il sentirci abbandonati nelle mani della Provvidenza, tutto questo fa parte della mia vocazione. Quando ho scelto di farmi suora, io conoscevo questa congregazione, l’avevo frequentata al mio paese Petralìa Sottana e alla vita che intravedevo è legata la mia vocazione. In un altro istituto, magari più ricco e più fiorente, non sentendomi chiamata, sarei la creatura più infelice della terra.

– Io vengo da un paesino ancora più piccolo di quello di suor Pia – aggiunse suora Agnese – vengo da Pirrera, lo stesso paesino dove è nata la nostra superiora. Ho atteso quasi dieci anni che giungesse il momento di entrare nell’istituto di madre Profilio, perché prima c’era la guerra e i miei, che avevano un figlio sotto le armi, non avrebbero voluto che l’altra figlia si allontanasse. Ma appena è stato possibile, ho coronato il sogno della mia vita.

Mons. Ballo le ascoltò con attenzione e, un po’ contrariato, borbottò: – Contente voi, ma vi siete chiuse in un vicolo cieco. Restando in questo istituto, andrete a sbattere con la faccia al muro.

Non avendo altro da dire, cercò di fare buon viso a una situazione che si era palesata ben differente da quella che riteneva potesse gestire. Così, finalmente alzandosi in piedi, congedò le suore promettendo che presto avrebbe fatto una visita alla madre superiora. Le due giovani si inginocchiarono ed egli le benedisse.

Ma se le suore avevano colpito mons. Ballo, non per questo l’avevano convertito. Non solo egli non mantenne la promessa di andare a trovare Florenzia, ma non smise di osteggiare l’istituto e prese a dilazionare sine die la cerimonia di vestizioni delle nuove postulanti.

L’istituto sembrava ripiombato in quella precarietà che non invogliava le aspiranti a rimanere e scoraggiava le nuove dall’accostarsi. Ma questa volta Florenzia non è sola. Ha al suo fianco il cappellano, don Angelo Calabretta, che svolge una continua opera di intercessione presso il vescovo. Ed è grazie ai suoi buoni uffici che il presule consente prima il 17 settembre che si tengano le elezioni per le cariche dell’istituto e – all’inizio del nuovo anno – toglie la dilazione e consente alla vestizione di nuove postulanti.

 

Giuliana (Palermo)

 

Rimaneva però che, malgrado i buoni uffici di don Angelo, quello col vescovo era un rapporto difficile, dovuto probabilmente non solo a pregiudizi e prevenzioni, ma anche a differenti visioni pastorali, come dimostra l’episodio della suora maestra a Giuliana, un paesino della provincia di Palermo. All’inizio dell’anno scolastico 1926-27, Florenzia intende autorizzare, come era avvenuto precedentemente, una sua suora, maestra elementare, a continuare l’insegnamento nella scuola di Giuliana. La suora vi sarebbe andata accompagnata da una consorella che le avrebbe fatto compagnia. D’altronde, questa era una strategia precisa, già usata in passato, e che sarà ripetuta in seguito, infatti nascerà così nel 1929 la casa di Mistretta. Una suora va a fare la maestra in un paesino o in una cittadina, prende dei contatti, si inserisce nell’ambiente e da questo può nascere l’apertura di una casa e l’avvio dell’attività apostolica. Ma mons. Ballo nega l’autorizzazione. Florenzia ricorre alla Congregazione dei Religiosi e il presule deve giustificarsi.

“Non essendoci a Giuliana comunità religiose – risponde mons. Ballo alla segreteria dell’Istituto romano –, le due suore avrebbero dovuto prendere in affitto una casa. Non sembrandomi conveniente che le due suore dimorassero lontano e che una suora con l’abito religioso insegnasse nelle pubbliche scuole elementari, ho negato il permesso. A novembre poi seppi che le due suore erano partite egualmente da Acireale per Giuliana. E poiché la superiora insisteva per avere il mio permesso, visto che io non intendevo concederlo, perché non intendo assumere responsabilità di sorta, mi disse che si sarebbe rivolta alla Sacra Congregazione”.

Si potrebbe sorridere di fronte a questa disputa, liquidando il tutto come il frutto di una mentalità oggi superata. In realtà, proprio questo fatto è rivelatore. Il vescovo non vuole assumersi responsabilità di sorta là dove Florenzia sa che, se vuole fare breccia nell’animo delle persone, bisogna rischiare. Il vescovo si preoccupa delle convenienze mondane, mentre le uniche convenienze che Florenzia conosce sono quelle che le dettano la sua Regola e le sue Costituzioni, e Regole e Costituzioni non impediscono a una suora di insegnare, con l’abito religioso, in una scuola pubblica.

 

 

7. Alcuni problemi di crescita

 

 

 

Mons. Evasio Colli a sinistra e Mons. Salvatore Bernardino Re a destra

 

Come Dio volle col 1927 finisce anche l’Amministrazione apostolica di mons. Ballo ad Acireale e, il 15 gennaio, fa il suo ingresso in diocesi il nuovo vescovo mons. Evasio Colli. Anche la reggenza di Lipari è agli sgoccioli, ancora qualche mese e il 27 maggio farà il suo ingresso mons. Bernardino Salvatore Re, cappuccino.

E indubbiamente con il 1928 una fase nuova, questa volta senza colpi di coda del passato, prende il via per l’istituto. Si regolarizzano le cerimonie di vestizione e di professione religiosa, si sviluppa l’attività pastorale, si buttano le basi per nuove case. È vero che anche alcune se ne chiudono, come, ad esempio, quella di Linera, perché le condizioni di vita delle suore incidevano sul rispetto della Regola, degli orari per le pratiche di pietà, anche se le attività sociali e pastorali prosperavano. Ma, in genere, i problemi che si presentano in questa fase sono tutti problemi di crescita come, per esempio, la ricerca di una casa più grande ad Acireale, che fu possibile acquistare grazie a un generoso contributo di don Antonino, che era tornato dagli Stati Uniti per un breve periodo.

Questa contingenza rivela come le esigenze dell’istituto siano molte e onerose. Come far loro fronte? È sempre don Antonino a cercare delle soluzioni scaturite dalla sua vicenda americana. Così quella delle messe commissionate da siciliani emigrati negli Stati Uniti per le anime dei loro defunti e celebrate ad Acireale. Una percentuale dell’onorario di queste messe sarebbe andato all’istituto delle suore francescane. Il prete scrive a questo proposito al vescovo di Lipari per averne il consenso. L’iniziativa viene autorizzata e andrà avanti senza troppi problemi fino al 1935, quando la Congregazione del Concilio solleverà esigenze di trasparenza, sollecitando una maggiore responsabilizzazione della diocesi e, di fronte alle perplessità dell’ordinario, negherà ulteriori autorizzazioni.

Venuto meno questo canale, don Antonino ne cerca però un altro, pensando a una colletta presso gli eoliani emigrati negli Stati Uniti, sempre appoggiandosi al vescovo di Lipari.

Gli eoliani di New York solo in questa città contano dodici società operanti come reti di solidarietà fra gli immigrati e due “congreghe” di San Bartolomeo con lo scopo di celebrare due volte l’anno la festa del patrono delle Eolie. La raccolta è mirata a favore dell’orfanotrofio delle suore inaugurato a Lipari nel giugno del 1928, ma senza locali adeguati. Sebbene la raccolta parta a ridosso della grande crisi del ’29, i risultati raggiunti sono apprezzabili raccogliendo, nel complesso, circa 25 mila lire.

Per don Antonino non è che il primo passo e vorrebbe che l’esperienza fosse ripetuta in Australia. Ma mons. Re gli ricorda che i problemi della diocesi sono numerosi, fra cui vi è urgente la ricerca di fondi – anche qui si parla di 30 mila lire – per realizzare il Vascelluzzo in oro e argento, che porterebbe le reliquie del santo patrono e ricorderebbe un suo miracolo a favore delle isole.

 

(Sesta puntata. Continua 6)

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