Quella di Florenzia, una storia da raccontare (3)

di Michele Giacomantonio

Terza puntata

L’ESPERIENZA AMERICANA

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Il viaggio in nave

La traversata non fu per niente piacevole. Il primo colpo al cuore Giovanna lo ricevette quando furono a bordo della nave. La sua famiglia non era certo vissuta nel lusso e nelle agiatezze e, d’altronde, ormai ai sacrifici erano abituati da tempo, ma quando vide i grandi cameroni con i letti a castello su cui era gettato un sacco-materasso imbottito di paglia, nelle condizioni igieniche più incredibili – a cominciare dai servizi igienici che mancavano assolutamente ed esisteva un solo orinatoio ogni cento persone – le si strinse il cuore. Va bene i sacrifici, ma la pulizia e il decoro erano due condizioni a cui non avevano mai derogato. Giovanna guardò sua madre, ma quando vide il suo volto teso e angosciato, sviò subito lo sguardo. Ecco, quella non era povertà, era vera e propria miseria.

La sua famiglia – almeno per quanto riguardava le donne – riuscì a procurarsi delle brande vicine e questo era l’unico motivo di conforto. Invece, suo fratello Giuseppe era in un altro camerone, quello degli uomini. Appena presero possesso delle brandine, prima che vi si sedessero o poggiassero dei vestiti, mamma Nunziata ordinò che si facesse, per quanto possibile, pulizia. Aveva portato una bottiglia di alcol e disinfettò tutto quello che era possibile disinfettare. Poi prese dai bagagli dei lenzuoli e raccomandò che ognuna rivestisse accuratamente il sacco-materasso. Quindi sistemarono la valigia e le ceste sotto le tre brande inferiori, dove si sarebbero coricate mamma Nunziata e le due sorelle più grandi, Angelina e Nunziatina, mentre a Giovanna e alle due sorelle più piccole – Maria, che aveva 14 anni, e Caterina, che ne aveva 10 – toccarono le due cuccette superiori. Qualche branda più in là si era sistemata la famigliola di Rosarno con la piccola Maria e il suo fratellino Ciccio.

Un secondo colpo al cuore per Giovanna fu quando arrivò l’ora del pranzo. Bisognava mettersi in fila con un piatto dove, quando arrivava il proprio turno, due inservienti versavano della minestra prendendola con un mestolo da una grossa pentola. Una brodaglia con qualche pezzo di patata e qualche foglia di verdura. A questo veniva aggiunto un pezzo di pane scuro che doveva essere di crusca. Un pasto così misero, pensò Giovanna, non l’avevano mai visto anche nei giorni più tristi. Trovarono un posto dove sedersi ai piedi delle scale che portavano alla coperta e lì li raggiunse anche Giuseppe con la sua ciotola e il suo pezzo di pane. La mamma sciolse un fazzoletto annodato dove erano conservati qualche pezzo di formaggio e di salame, prese il formaggio e ne tagliò alcune fettine che distribuì ai figli. Per qualche giorno avrebbero potuto rimediare alla scarsità del cibo. Ma poi? Il viaggio era lungo, durava quattordici giorni fino a New York.

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Giovanna prese la sua fettina di formaggio e stava per metterla in mezzo al pane, quando scorse lo sguardo di Maria e di Ciccio che la scrutavano. Non le resse il cuore, fece loro cenno di accostarsi e divise fra i due la sua porzione senza farsi vedere da mamma Nunziata, perché non voleva che la sua carità pesasse sulla già misera provvista familiare.

 

Se le premesse erano avvilenti, il viaggio si rivelò addirittura drammatico. Dopo un paio di giorni di navigazione, passato lo stretto di Gibilterra e affrontato l’oceano, si imbatterono in una tremenda tempesta. Onde gigantesche, che sembravano poter sommergere la nave, la sballottavano senza tregua. Nessuno saliva più in coperta. Tutti se ne stavano nella propria branda cercando di riuscire a controllare il mal di mare con l’immobilità e, magari, dormendo. Oltre alla furia del vento e agli schiaffoni delle onde contro le fiancate, si avvertiva il sollevarsi lungo i cavalloni e poi lo sprofondare una volta giunti al loro culmine. E questo, accompagnato da un cicalìo continuo e da rumori sordi, come se la struttura in ferro e il fasciame di lamiera volessero schiantarsi o staccarsi. E fu forse la seconda notte della tempesta e il sesto di viaggio che scoppiò la tragedia. Probabilmente la nave si imbatté in un’onda più grossa delle altre. Andò su che sembrava potesse capovolgersi da un momento all’altro e poi giù con un tonfo terribile che sbalzò la gran parte dei passeggeri fuori dalle brande. Immediatamente si levarono grida e invocazioni. Gente che chiedeva aiuto, bambini e donne che piangevano. Una baraonda spaventosa, della quale non si riusciva a venire a capo perché la tempesta continuava a sballottare la nave, anche se ondate così forti non se ne ripeterono più. Con quel tonfo molti dovevano essersi fatti male, soprattutto chi dormiva nelle cuccette superiori, infatti i lamenti, i pianti e le invocazioni di aiuto non cessavano. Di più il botto era stato così forte che la nave imbarcò acqua che invase i cameroni. E così fra il tormento delle onde che non davano tregua, il pianto e i lamenti dei feriti, l’intrecciarsi di richiami per sapere come stavano i propri congiunti, la gente  che voleva riguadagnare il proprio giaciglio, cercando di recuperare il sacco e le proprie cose, passarono ore di inferno. Quando arrivò l’alba si riuscì a fare un bilancio della situazione. I feriti erano molti: chi aveva battuto con la testa e perdeva sangue, chi lamentava dolori a un braccio o a una gamba che non riusciva a muovere, chi non era riuscito ad alzarsi da terra e aveva passato la notte a bagno nell’acqua e ora lamentava dolori dappertutto. Ma c’era anche chi non ce l’aveva fatta a superare la notte e fra questi vi era anche il piccolo Ciccio di Rosarno, che aveva battuto la testa cadendo dalla sua cuccetta e non era più rinvenuto. Nella notte il suo respiro si era fatto sempre più pesante e alle luci dell’alba era cessato del tutto.

Intorno alla cuccetta della madre si era formato un capannello di donne che cercavano di confortare la donna che continuava a stringersi al petto il figlio ormai esanime. Giovanna si era avvicinata a Maria e l’aveva abbracciata forte.

– Sì, Maria, piangi, sfoga il tuo dolore. Anch’io, sai, ho perso un fratellino a cui volevo molto bene. E ho pianto a lungo. Poi, però, ho pensato che era in paradiso e non soffriva più e così ho pregato la Madonna che gli stesse vicino e gli facesse da mamma e da guida nel posto dove era.

In quel mentre arrivò il padre che era nel camerone degli uomini e veniva a vedere come stava la sua famiglia. Arrivò anche Giuseppe che, se fu contento nel vedere che madre e sorelle erano tutte sane e salve, fu molto addolorato della morte del bambino che aveva conosciuto anche lui e col quale qualche volta aveva giocato e scherzato per tenerlo su di morale.

Il papà di Ciccio tolse il bambino dalle braccia della moglie carezzandola e facendole forza perché questa non voleva lasciarlo andare. Poi lo portò fuori deponendolo ai piedi delle scale che davano in coperta insieme ad altri morti: un’altra bambina e una vecchietta. Lì un frate francescano, che andava a raggiungere la sua missione a New York e la domenica aveva detto messa in coperta approfittando di una bella giornata di sole, impartì loro l’estrema unzione e, qualche ora dopo, celebrò una messa di suffragio giù nella stiva dove avevano portato i tre corpi in attesa che scemasse la tempesta per fare, in coperta, la funzione funebre e poi abbandonare le salme alla pietà dell’oceano. Il frate francescano si chiamava padre Daniele: era un frate minore che era stato assegnato alla Custodia dell’Immacolata Concezione di New York e con lui Giovanna aveva fatto subito conoscenza. Proveniva da Avellino ed era la prima volta che andava negli Stati Uniti: la sua prima destinazione era il convento di Sant’Antonio in Sullivan street.

– C’è molto bisogno di missionari italiani negli Stati Uniti – aveva spiegato padre Daniele –, dove l’emigrazione dalle nostre regioni è sempre in continua crescita. Infatti, gli italiani, quando arrivano in America, trovano un mondo del tutto nuovo e spesso incomprensibile. C’è, è vero, la Chiesa cattolica, ma essa ha una decisa impronta irlandese perché, mentre gli americani di origine britannica sono soprattutto protestanti, gli irlandesi sono cattolici e sono arrivati prima di noi. Irlandese è così la maggior parte del clero, irlandesi sono i vescovi, ma irlandese è anche la cultura che caratterizza le funzioni religiose. E così molti italiani non si trovano a loro agio e spesso gli stessi irlandesi tendono a non favorire la loro partecipazione alle chiese, perché li giudicano sporchi, ignoranti, violenti e anche tendenzialmente delinquenti; inoltre, considerano la loro religiosità di tipo idolatra con quella devozione eccessiva per i santi, con la mania delle processioni, troppo chiassosi, troppo attenti all’esteriorità.

E se le chiese cattoliche si mostravano poco accoglienti, più attente erano quelle protestanti che organizzavano per gli immigrati diversi servizi sociali a cominciare dall’assistenza sanitaria e dagli asili per i bambini. Per questo, c’è bisogno di missionari, ma anche di parrocchie, di suore e di laici per creare momenti di incontro e di solidarietà.

Con padre Daniele Giovanna si era confidata nelle lunghe giornate di viaggio, gli aveva raccontato di Lipari, della vita a Pirrera, della sua vocazione, delle difficoltà della famiglia.

– Quello che mi dice padre Daniele – aveva sottolineato Giovanna – mi fa capire che questo è un paese dove la mia vocazione potrebbe essere utile. Poteva essere utile anche a Lipari dove c’è tanta miseria, tante ragazze sole, tanti bambini abbandonati. Ma il Signore ha voluto altrimenti e, fra qualche giorno, saremo in America. Spero che qui finalmente potrò realizzare il mio desiderio.

E padre  Daniele  l’aveva esortata ad avere fiducia e a pregare. Ora, dopo la benedizione alle tre salme, la giovane si avvicinò.

– Ha un momento, Padre? Vorrei parlarle…

– Ah, siete voi Giovanna. Mi dispiace per Ciccio, so che lo conoscevate. Purtroppo mi dicono che in viaggi come questi sono diversi i bambini che perdono la vita. O è per il cattivo tempo, o per qualche epidemia o anche per la denutrizione.

– Non ho mai capito perché il Signore permetta la sofferenza e la morte dei bambini. Perché? Anche a me è morto un fratellino dopo che ha molto sofferto. Si chiamava Ninuzzo e, le dico la verità, che della sua morte non me ne sono fatta ancora una ragione. Poi c’è stata la morte di mio padre per cui ho anche sofferto molto, ma era diverso. Mio padre era grande, aveva vissuto la sua vita, forse la sua malattia era frutto di scelte da lui compiute liberamente, anche se necessitate dalle esigenze della famiglia… Ma Ninuzzo e ora Ciccio e tanti bambini che soffrono e muoiono nel mondo senza aver vissuto…

– Sì, avete ragione, è difficile accettare la morte di un bambino – considerò padre Daniele –. C’è una frase del profeta Geremia che Matteo nel suo Vangelo richiama a proposito della strage degli innocenti, che mi torna in mente ogni volta che mi trovo di fronte a un bambino morto: “Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più”. Ecco, soprattutto in questi casi, bisogna avere tanta fede. Bisogna credere che il Signore raccoglierà e valorizzerà tutta questa sofferenza. Trovarsi in braccio un bambino morto, mentre si sperava di andare verso la soluzione di tutti i problemi, non può consolare i genitori. Ma è la durezza di una strada che si è imboccata… Molti pensano che l’America sia una sorta di paradiso terrestre, invece…

– Ma dicono che lì c’è lavoro e si può fare fortuna e anche diventare ricchi.

– Ho paura che siano più illusioni che realtà. Certo, a New York c’è lavoro perché si costruiscono in continuazione grandi edifici, strade e la città è tutto un cantiere. Ma occorrono anche tanti soldi per vivere. La gente spesso vive in veri tuguri e deve arrangiarsi in mille modi per procurare da mangiare per la famiglia. Chi ha possibilità di lavorare e ha qualche appoggio di parenti e amici sinceri ce la può fare. Per questo, sono sorte tante associazioni di emigranti dello stesso paese di origine… Ma bisogna stare attenti perché c’è anche tanta delinquenza e gli italiani e, in particolare, i siciliani si sono fatti una brutta fama.

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– Noi abbiamo dei parenti che hanno anticipato i soldi del viaggio e hanno promesso di trovarci una casa e un lavoro per me e i miei fratelli. Io spero che col lavoro di due o tre anni possiamo ripagare i debiti di modo che io così potrò pensare di entrare in convento e farmi suora.

– Nella parrocchia dove sono destinato, che è una parrocchia di francescani italiani, frequentata da molti nostri compaesani, c’è anche un convento di suore. Si chiamano Sorelle del Terzo Ordine Regolare di San Francesco di Allegany. Quando vi sarete sistemati a New York, se la vostra casa non è troppo distante, veniteci a trovare.

Per fortuna, nei giorni seguenti il tempo volse al bello e gli emigranti poterono salire in coperta per lasciarsi scaldare dai raggi del sole. Anzi, profittando delle belle giornate, si organizzò all’aria aperta una grande spaghettata per integrare il misero pasto che offriva la compagnia armatrice. Tutti fecero a gara a dare chi un pacco di pasta, chi una bottiglia di pomodori pelati, chi del formaggio pecorino, e così il pranzo del decimo giorno di navigazione rimase nella mente degli emigranti come un momento di spensieratezza nel triste, penoso, drammatico calvario del viaggio in nave.

All’alba del quattordicesimo giorno, nei cameroni si diffuse la voce che l’America era ormai in vista, e un’animazione nuova percorse gli uomini e le donne che erano sulla nave, e tutti corsero subito in coperta a scrutare il nuovo mondo che si stagliava all’orizzonte.

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La Chiesa di Saint Antony a Sullivan Street

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L’arrivo a New York

 Qualche ora dopo, la nave sembrò entrare in una grande baia, ma non si vedevano grandi edifici.

– Non siamo ancora a New York – spiegò il fratello Giuseppe che era andato a informarsi –, questa è Raritan Bay, la baia di Raritan, ora imboccheremo la foce di un fiume che si chiama Hudson. La città di New York è costruita su una grande isola che si trova in questo fiume.

E infatti la nave imboccò una sorta di stretto a imbuto che misurava, all’inizio, poco più di mille metri che, procedendo, si andava aprendo.

– Lì in fondo – spiegò ancora Giuseppe – c’è New York e l’isola su cui è costruita si chiama Manhattan. Là attraccherà la nave, ma poi ci faranno salire su un traghetto e ci porteranno in un’isola chiamata Ellis Island, dove dovremo fare dei controlli. È una nuova legge in vigore da alcuni anni per evitare che in America arrivino gente malata o inabile. E quelli che non superano la visita vengono rimandati in patria.

– Non mi sembra giusto – commentò Caterina che era la sorella più piccola; non aveva ancora 10 anni e già manifestava un carattere vivace –, dopo aver fatto tanti sacrifici, speso tanti quattrini e rischiato persino la vita, ti rimandano a casa… Non mi pare che abbiano un grande senso dell’accoglienza.

Lo stesso pensiero era venuto anche a Giovanna ma, siccome era più prudente della sorella, non aveva detto niente e poi era stata subito distratta da ciò che appariva ai loro occhi. La nave, infatti, si stava dirigendo verso un isolotto sul quale si ergeva una grande statua di donna con una fiaccola nella mano destra e un libro nella sinistra e sul capo una corona a forma di stella con tante punte.

– Ecco, quella è la statua della libertà – aggiunse Giuseppe –. L’hanno regalata i francesi agli americani ed è stata inaugurata dieci anni fa.

 

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La statua della Libertà ed a destra Ellis Island

 

– Pensavo che fosse la Madonna – disse Giovanna.

– Qui in maggioranza sono protestanti – commentò padre Daniele, che intanto si era avvicinato al gruppetto di liparesi – e come saprete i protestanti non venerano la Madonna. Ho sentito quanto diceva prima Caterina sull’accoglienza e sono d’accodo con lei. Se manca un vero spirito di accoglienza, che cos’è la libertà? Ed ecco Ellis Island dove torneremo fra poco, vi faccio tanti auguri perché le cose vadano nel migliore dei modi.

Passarono due giorni a Ellis Island, giacché tanti ce ne vollero per tutti i controlli e le visite. Prima una lunga attesa in un grande salone, spazioso e alto quanto non ne avevano mai visto, tutti in fila lungo ringhiere di metallo, per andarsi a registrare; poi la visita medica, ma anche alcune strane prove con oggetti di legno e di metallo dalle più svariate forme.

– A che cosa servono – chiese Caterina.

– Si chiama prova attitudinale – disse una signora che era vicino a loro e pareva molto bene informata –, dovrebbe verificare l’intelligenza di una persona, perché qui la stupidità la giudicano una malattia e chi non supera questa prova viene rimandato indietro.

– Oh Madonna santa – mormorò Nunziata –, ci mancherebbe solo questo. State attenti ragazzi e tu, Caterina, non fare al tuo solito che sembri che cadi sempre dalle nuvole. Ricordatevi, Angelina, Nunziatina e Giuseppe, che dovrete dire che avete già un lavoro e anche dove andrete a lavorare. Lo zio  l’ha raccomandato  tanto perchè pare che sia importante per superare i controlli.

Ma non ci furono particolari problemi. La famiglia Profilio superò tutte le visite e tutte le prove e già la sera del giorno dopo sbarcò a Battery Park, dove erano ad attenderli, fin dalla mattina, i parenti: lo zio Bartolo Marchese, fratello della mamma di qualche anno più giovane, sua moglie Francesca, e i figli dai nomi americani Joseph, Tom e Mary.

Giovanna, come il fratello e le sorelle, era frastornata da quelle novità che a ritmo continuo le   apparivano  dinanzi agli occhi. Già la vista di New York con i suoi palazzi altissimi, che si chiamavano grattacieli, l’aveva impressionata e intimorita al tempo stesso. E se la cittadina di Lipari, vista da Pirrera, poteva incutere qualche preoccupazione per le storie che si raccontavano, ora questa metropoli non poteva che aumentare i timori con le sue incognite sul futuro. Ma, al tempo stesso, questo mondo  l’affascinava e non vedeva l’ora di conoscere gente nuova. Si chiedeva come sarebbe stata la casa dove avrebbero abitato, la fabbrica dove avrebbero lavorato, la vita che avrebbero condotto. Guardava la zia e i cugini che le sembravano così diversi da loro, così eleganti in confronto ai loro poveri vestiti, così curati nella persona mentre loro, oltretutto, venivano da un viaggio disastroso di due settimane, durante il quale il lavarsi e il pettinarsi era sempre una cosa approssimativa.

Zii e cugini furono molto affettuosi. La mamma, abbracciando il fratello e la cognata, pianse di commozione, e anche questi avevano gli occhi lucidi.

– Well – disse lo zio Bartolo in una lingua strana che era per lo più dialetto liparese con diverse parole che non avevano mai sentito e che dovevano essere americano – go a casa a manciare e a dòrmiri. Cinni sarà tempu pi parlari. Dumani è duminica e ci si riposa. Poi monday, lunedì, tutti a travagghiari: i fimmini in una farm di vestiti, Giuseppe in uno store, nà putìa ranni unni vinninu di tuttu.

Le prime settimane, la famigliola visse nella casa dei parenti in Macdougal street. Nunziata e le figlie in una grande stanza, mentre Giuseppe dormiva con i cugini. La casa era grande con tante comodità che a Lipari non avevano mai visto, come l’acqua corrente calda e fredda in bagno e in cucina e il riscaldamento in tutte le stanze. Era un appartamento in un grande caseggiato in cui abitavano altre famiglie. Giovanna chiese subito se la chiesa di Sant’Antonio dei francescani italiani fosse vicina o lontana.

 

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– È qua vicino, gli rispose la zia, a cento metri o poco più, in Sullivan Street. L’hanno inaugurata proprio otto anni fa ed è la prima parrocchia per emigrati italiani in New York. Nella stessa strada c’è anche un appartamento che potrebbe divenire la vostra abitazione. Lunedì, se vorrete, potremmo andare a visitarlo. Vedete, questo è un quartiere dove abitano molti italiani, ma non è il vero quartiere italiano che chiamano “little Italy”, piccola Italia. Quello è a quattrocento metri di distanza, fra Baxter e Mulberry street, conosciuto anche come i “Five Points”, i Cinque Punti. Non sono bei posti. Sono case brutte e sporche, dove la gente vive come le bestie in stanze dove dormono, a turno, venti, trenta persone. Non sono zone raccomandabili ed è bene che soprattutto le ragazze se ne stiano a distanza. Molti nostri connazionali lì hanno importato la malavita che praticavano a casa loro e vivono con il gioco d’azzardo, con i furti, con il contrabbando di dollari falsi, l’usura. Come vedrete, a New York si lavora molto soprattutto nell’edilizia. Si costruiscono grattacieli, teatri, ferrovie, ecc. E spesso in questi lavori si infiltrano delinquenti che con la violenza cercano di approfittare del lavoro degli altri. Questo succede in tutta New York, ma la zona di Five Points si è fatta una particolare brutta fama e si mormora che sia il covo di diverse bande, per cui la polizia fa spesso irruzione.

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L’interno della Chiesa di Saint Antony

 

Il giorno dopo, domenica, Giovanna si alzò per tempo e andò alla chiesa di Sant’Antonio. Si era fatta spiegare la strada la sera prima dalla zia e non ebbe problemi a trovarla, anche perché era veramente molto vicina. Non solo, ma si trattava di percorrere strade lunghe, larghe e tutte diritte che intersecavano altre strade lunghe, larghe e diritte. Una realtà diversa da Lipari, che era formata da vicoli stretti e per lo più tortuosi, perché giravano intorno al castello. Giovanna percorse per una cinquantina di metri Macdougal street e si trovò in un grande viale chiamato West Houston street, qui girò a sinistra e, proprio sull’angolo della strada successiva che era Sullivan street, trovò la chiesa.

Questa fece subito una forte impressione a Giovanna. Non aveva mai visto una chiesa così grande, più grande della cattedrale di Lipari. Tutta in mattoni rossi con un grande rosone sul frontone in alto e un alto campanile che la sormontava di almeno una decina di metri. Vi si accedeva tramite una scalinata di una decina di gradini e, quindi, attraverso tre porte, una centrale e due laterali, che immettevano in una sorta di ingresso e da qui nella chiesa vera e propria formata da tre navate e tutta illuminata da grandi vetrate a colori che si aprivano lungo le pareti e nell’abside. La navata centrale conduceva all’altare maggiore sul quale, sotto un’edicola, vi era la Madonna che porgeva il Bambino a sant’Antonio. A fianco dell’edicola – che in alto mostrava il simbolo francescano dei due bracci incrociati, uno nudo e uno vestito col saio, con in mezzo la croce – due angeli armati di spada come se fossero una guardia d’onore. A destra e a sinistra dell’altare maggiore e poi lungo le pareti laterali, vi era tutta una serie di santi, probabilmente santi patroni dei paesi di origine, voluti dalle diverse confraternite che coltivavano nell’emigrazione i loro culti e le loro tradizioni.

Erano ormai le nove di mattina e, appena Giovanna fu in chiesa, iniziò la messa che era in italiano. Dopo la messa, Giovanna andò in sacrestia e chiese di padre Daniele, spiegando che era un frate nuovo che doveva essere arrivato uno o due giorni prima. Fu così indirizzata al convento che era proprio di fronte alla chiesa. Padre Daniele fu lieto di rivedere Giovanna e questa, per prima cosa, gli comunicò che la casa degli zii era vicinissima e che, probabilmente, loro sarebbero andati ad abitare proprio in Sullivan street e, quindi, avrebbe potuto frequentare la chiesa ogni giorno.

E, infatti, la casa dove la famiglia Profilio andò ad abitare si trovava forse a meno di cento metri dalla chiesa sullo stesso marciapiede. Era un grande caseggiato anch’esso in mattoni rossi, come la chiesa con balconi e grandi finestroni che si affacciavano sulla via.

Il loro appartamento era al terzo piano e contava quattro stanze e i servizi con una grande cucina, dove la famiglia poteva consumare i pasti comodamente tutti i giorni. In una stanza avrebbero dormito la mamma, Giovanna e Caterina, in un’altra Angelina, Nunziatina e Maria e nella terza stanza, che era più piccola delle altre, Giuseppe. La stanza più grande avrebbe fatto da soggiorno e da stanza di accoglienza per ricevere gli ospiti.

Lo store dove lavorava Giuseppe, assunto come commesso, era un grande magazzino che vendeva soprattutto generi alimentari, ma anche tutto quello che poteva servire alla casa ed era a meno di un chilometro dalla loro abitazione sulla Broadway. La fabbrica dove lavoravano le ragazze produceva tessuti e vestiti che qui chiamavano clothes, e anch’essa non era molto distante da Sullivan street, ma dalla parte opposta di dove lavorava Giuseppe, verso la riva del fiume Hudson. Angelina e Nunziatina lavoravano in un grande salone dove c’erano più di un centinaio di macchine tessitrici, Giovanna, invece, era in un altro reparto, quello in cui si confezionavano abiti femminili e, in particolare, vestiti interi che si chiamavano dresses e gonne che si dicevano skirts. Non si trattava di un lavoro pesante in sé, anche se, portato avanti otto-dieci ore al giorno per sei giorni la settimana, era veramente faticoso. La sera si arrivava a casa che si aveva solo voglia di distendersi e pensare ad altro.

In compenso, il guadagno era buono. Venivano pagati ogni settimana e la mamma, che teneva i conti, diceva che in un paio di anni avrebbero potuto restituire il prestito allo zio, che non solo aveva anticipato i soldi del viaggio, ma aveva pagato la caparra per la casa e i primi mesi di affitto, oltre ad aver provveduto ad acquistare un po’ di mobili per arredare l’appartamento. Tutto in economia è vero, senza lusso e guardando all’essenziale come anche per i vestiti e il mangiare. Ma, comunque, si trattava di spese non indifferenti per una famiglia di sette persone. Maria, invece, che non aveva ancora compiuto 14 anni, aiutava la mamma in casa e Caterina era stata iscritta a una scuola e vi si recava tutte le mattine e qualche volta anche il pomeriggio.

 

 

  1. La vita a New York

 

In fabbrica Giovanna ci andava volentieri. Osservava con stupore tutte le cose nuove che vedeva e cercava di imparare in fretta. Era un mondo di macchine ben diverso di quello che aveva conosciuto fino allora, cadenzato sui ritmi della natura. Un mondo artificiale che esaltava la capacità di fare dell’uomo? La grande fabbrica con i problemi di organizzazione del lavoro, delle condizioni di lavoro, dei rapporti col personale e i dirigenti, dei diritti di chi lavorava, a cominciare dal salario, erano tutti problemi nuovi che entravano giorno per giorno a fare parte della sua cultura. Certo, l’uomo con l’aiuto delle macchine contava di più, produceva di più, riusciva a fare più cose, e questo grazie anche al fatto che vi erano ruoli diversi che ciascuno doveva rispettare con più attenzione di quella che richiedesse la vita in campagna. Ma Giovanna sapeva che – anche in questo mondo – l’origine di tutto era Dio e non bisognava mai diventare schiavi delle macchine o del lavoro o dell’ansia di guadagnare che poi era la stessa cosa.

Fra le sue compagne di lavoro ce n’erano molte che erano disposte a fare tanti straordinari e lavoravano fino a quindici, sedici ore al giorno forse per necessità, ma anche solo per potersi comperare un vestito più bello, dei gioielli, dei profumi. Entrare in questo circuito era pericoloso e non ci voleva molto, perché in questa città ogni cosa si poteva acquistare anche a rate come loro avevano fatto coi mobili. Ma le rate venivano a scadenza e bisognava pagarle e, quindi, alle spese abituali se ne aggiungevano altre che appunto volevano dire straordinari e maggior lavoro. A Giovanna piaceva lavorare, ma voleva avere il tempo per fare altre cose: per dedicarsi alla casa e alla famiglia, per passeggiare guardandosi intorno, scoprendo cose nuove in questa grande città, studiare per imparare la lingua che era importante per comunicare con gli altri e, soprattutto, tempo per pregare.

Giovanna pregava anche sul lavoro. Le sue compagne la vedevano sempre silenziosa, riservata, schiva, disinteressata ai pettegolezzi, ai piccoli scherzi negli intervalli di lavoro. Se le rivolgevano la parola, lei rispondeva perché non voleva apparire superba e scostante: ma non era lei che avviava un discorso, che poneva domande, a meno che non fosse per ragioni di lavoro.

Giovanna pregava anche quando era a casa, pregava quando camminava lungo le strade e pregava in chiesa dove ci andava tutte le mattine prima di recarsi al lavoro, alla prima messa, quella delle sette. La preghiera di Giovanna non era solo il suo rosario quotidiano che non mancava mai, non era solo la ripetizione di avemarie e paternostri, ma era soprattutto una conversazione continua con la Madonna e con Gesù. Una conversazione fatta di ragionamenti, di suppliche e di lunghi silenzi che lei chiamava, per se stessa, momenti di “ascolto”. Durante la preghiera rifletteva su quanto era accaduto in fabbrica e in casa, su quello che aveva visto lungo le strade. In particolare, ritornava con la mente alle discussioni con la mamma che avrebbe voluto che lei facesse più straordinari per saldare più in fretta i debiti con lo zio. Ma lei era stata irremovibile. Fino a una a due ore al giorno in più era disponibile, ma non oltre perché la vita non era solo lavoro e guadagno.

Giovanna ritornava con la mente anche alle discussioni con padre Daniele, che era diventato il suo direttore spirituale e a cui confidava i suoi problemi, le sue speranze, l’ansia che finalmente giungesse l’atteso momento in cui avrebbe potuto farsi suora. Padre Daniele le parlava di san Francesco e della spiritualità francescana. E Giovanna rimaneva affascinata dal racconto sulla perfetta letizia.

– Com’è possibile che si possa essere perfettamente felici quando vieni emarginata e abbandonata da tutti?, chiedeva Giovanna.

– È il punto di arrivo di un lungo cammino – spiegava il frate –. Un cammino che parte dalla nostra propensione a mettere noi stessi al centro di tutto e a considerare il mondo da questa centralità, per cui tutto ciò che non ci favorisce o ci contrasta crea in noi sofferenza, al punto in cui non sono più io al centro di tutto, ma al centro c’è Gesù che è nascosto nel povero che mi tende la mano, nel bambino che ha fame, nei compagni che non capiscono. Ecco che allora ogni mio sforzo di aiuto, di condivisione, di comprensione diventa fonte di gioia, anche se vuol dire sacrificio, privazione, fatica, compassione.

– Compassione? – incalzava Giovanna – Compassione non vuol dire provare pena per qualcuno? Certo è molto di più dell’indifferenza, ma comunque mi sembra un sentimento scostante. Io provo pena per qualcuno, magari gli faccio un’elemosina e poi passo avanti…

– Non è questa la compassione. Non nego che a questa parola abbiamo dato un significato debole, misurato sulla nostra capacità di amare gli altri che in genere è abbastanza piccola. Ma compassione è, invece, una parola forte che vuol dire condividere la passione degli altri nel bene e nel male. Condividere la gioia, il successo, la felicità, ma anche il dolore, l’angoscia, il fallimento, l’insuccesso, il dramma, la tragedia. E tanto più cresce la mia capacità di provare compassione per gli altri, a cominciare dai più piccoli, dai più emarginati, dai più miserabili, tanto più matura in me la perfetta letizia. Riflettete su questo, Giovanna.

Sempre attraverso padre Daniele, Giovanna aveva conosciuto le suore che vivevano nel convento a poche decine di metri dalla chiesa, sul marciapiede opposto, all’angolo con Prince street. Si chiamavano – come le aveva anticipato padre Daniele sulla nave – Sisters of Third Order Regular of Saint Francis of Allegany, cioè Sorelle del Terzo Ordine Regolare di San Francesco di Allegany. Allegany, venne a sapere Giovanna, era un villaggio agricolo che distava da New York 350 miglia, cioè poco meno di 570 chilometri lungo un fiume dal nome quasi simile, Allegheny, e in mezzo a montagne chiamate Enchanted, cioè “incantate”. La congregazione era stata fondata nel 1859 e si occupava dell’educazione delle giovani, della formazione dei bambini nelle scuole, dell’assistenza sanitaria, di case per anziani, ma anche di tutta una serie di iniziative a favore dei lavoratori. Nella parrocchia Sant’Antonio, in particolare, si occupavano degli immigrati e soprattutto di immigrati italiani.

E fu dalle franciscan sisters che Giovanna venne a sapere di una suora italiana, Francesca Cabrini, che da diversi anni operava a New York e aveva fondato prima una scuola e un orfanotrofio per i bambini emigrati italiani e poi, nel 1892, aveva realizzato un ospedale – il

 

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Madre Francesca Cabrini

 

Columbus Hospital –, che in poco tempo era stato ampliato e riconosciuto ente morale dallo stato di New York. Si sussurrava anche che non fosse ben vista dalle gerarchie cattoliche americane, ma che lei andava ugualmente avanti per la sua strada forte dell’appoggio del papa e si sottolineavano i risultati che riusciva a conseguire. Ed è proprio stimolata da questi racconti che Giovanna, in una giornata del dicembre del 1898, saputo che la Madre stava aprendo una scuola di taglio, cucito e ricamo, in Bleccker street, decide di andare a conoscerla.

Si può dire che l’incontro fu sconvolgente per Giovanna. Parlò di tante cose con la Madre: della nascita dell’Istituto Salesiane Missionarie del Sacro Cuore, dell’importanza delle missioni, del modo di trasmettere la fede, dell’importanza di dare dignità e iniziativa alle donne.

– L’idea di farmi missionaria fu all’origine della mia vocazione – le disse madre Cabrini –. Ho sempre pensato che anche noi facciamo parte della famiglia degli Apostoli e, quindi, abbiamo la missione di essere il sale della terra, la luce del mondo. Bisogna avvicinare tutti, non solo chi è già cattolico. Per parlare a tutti di Gesù è necessario innanzitutto accostarsi ai loro bisogni, alle loro esigenze umane, aiutarli e sostenerli in un’esperienza di vita dove si soffre soprattutto per l’isolamento e l’abbandono.

– Non è facile riuscire ad avere iniziative quando si è donne. Da noi in Sicilia il posto delle donne è la casa e se si ha vocazione si pensa che basti indossare un vestito e continuare a occuparsi della famiglia, genitori e fratelli. Li chiamano “monache di casa”. Io voglio farmi suora, ma non monaca di casa.

– E hai ragione Giovanna, è giunto il momento che le donne devono prendere l’iniziativa anche nella vita religiosa. Ma ci sono tanti pregiudizi, anche da noi, nell’Italia del nord, non è facile. Quando ho cominciato a parlare di volermi dedicare alle missioni, tutti me lo sconsigliavano. Non è vocazione per donne, mi dicevano. Fonda un istituto e dedicati ai problemi del tuo paese. Per fortuna che ho incontrato dei vescovi di larghe vedute che mi hanno aiutato. La nostra è stata la prima congregazione missionaria femminile. La mia idea era di andare in Cina, ma quando nel 1888 incontrai il Santo Padre Leone XIII, lui mi disse: non a oriente, ma è a occidente che devi andare. Intendendo che l’America è destinata a diventare un importante continente. E così sono venuta a New York, ma sono stata anche in Nicaragua, Panama e Brasile e penso di andare anche in altre città degli Stati Uniti, come Chicago, la Pennsylvania, il New Jersey, dovunque ci siano immigrati italiani.

– Voi avete incontrato il Santo Padre?, riuscì a dire quasi balbettando Giovanna.

– Sì, ho avuto questa fortuna grazie al mio vescovo di Lodi e a mons. Scalabrini, vescovo di Piacenza, che è molto interessato alle missioni. Vedi, io ho desiderato con forza di potere aprire una casa generalizia a Roma, la città del papa, e di ottenere il riconoscimento pontificio. Che senso avrebbe fare i missionari nel mondo solo con riconoscimento diocesano? Certo, non è stato facile, ma la mia determinazione alla fine è stata premiata.

Giovanna uscì da quell’incontro trasformata. E furono certamente questi discorsi, oltre all’esempio delle franciscan sisters in parrocchia a farle nascere, non il pensiero che non era mai venuto meno, ma l’urgenza di entrare in convento. Ormai i Profilio erano a New York da quasi tre anni. Tre anni, a dire la verità, sarebbero stati a marzo ma, grazie al lavoro delle ragazze e del fratello, tutti i debiti erano stati pagati e anzi la famigliola aveva cominciato a mettere da parte qualche risparmio. Il 30 dicembre Giovanna aveva compiuto 26 anni e le sembrava giunto il momento di riproporre con forza, in famiglia, il problema della sua vocazione.

Così una sera, fra Capodanno e l’Epifania, dopo cena, quando la famigliola era tutta riunita nella sala grande e, terminata la recita del rosario, ci si scambiava qualche informazione sulla giornata trascorsa, Giovanna chiese che l’ascoltassero.

– Sono quasi tre anni che siamo a New York, abbiamo pagato tutti i debiti, grazie a Dio non ci manca niente. Mamma, quando a Lipari avevo espresso il mio desiderio di farmi suora, voi avete detto che non era quello il momento, che dovevamo rimanere tutti uniti per fare fronte alle difficoltà. Ed io ho ubbidito perché era veramente un momento grave. Ma ora l’emergenza è finita ed io ho compiuto 26 anni. Voi sapete che io penso a questo tutti i giorni. Datemi il vostro consenso perché io possa seguire la mia vocazione.

– Non se ne parla nemmeno – fu la risposta dura e secca di mamma Nunziata –, Solo ora stiamo avendo un po’ di respiro e non è il momento di separarci e di andarcene ognuno per la propria strada. Questo è un paese straniero e possiamo farcela solo se stiamo uniti.

– Ma io non vi abbandono, noi staremo sempre in contatto. Il mio posto in fabbrica potrebbe prenderlo Maria, che ormai ha 17 anni e in questo paese si è ambientata bene. Parla l’americano meglio di tutti noi.

– Giovanna, – replicò la madre – tu sai che non mi piacciono le discussioni. Io ho detto come la penso e non se ne parli più. Quello che ho detto a te vale per tutti. Dobbiamo stare uniti perché questa è la nostra forza.

Giovanna quella notte non dormì quasi affatto. Si girava e rigirava nel letto e andava col pensiero alla risposta della mamma. Non aveva detto aspettiamo ancora qualche mese… No, era stata una risposta secca e sarebbe stata sempre la stessa fra un anno, fra due. E non le pareva che ci fosse nemmeno comprensione nelle sorelle e nel fratello. Erano rimasti tutti zitti e le era sembrato che, mentre lei parlava, qualcuno scuotesse la testa. Che fare? Le venivano in mente i passi del Vangelo in cui si diceva che chi amava il padre e la madre più di Gesù non era degno di lui. Oppure l’altro in cui si assicurava la vita eterna a chi avrebbe lasciato, per Gesù, casa, fratelli, sorelle, padre, madre. E le sembravano parole rivolte in particolare a lei.

La mattina dopo si alzò più presto del solito, perché voleva andare in chiesa prima della messa e avere il tempo di confidarsi con padre Daniele.

– Padre – disse subito appena fu nel confessionale – ieri sera ho chiesto a mia madre di darmi il permesso di farmi suora, ma ha rifiutato. Non mi ha dato nessuna ragione vera per questo diniego, se non quella che dobbiamo restare uniti perché siamo in un paese straniero. Ma ormai abbiamo pagato tutti i debiti e con quello che guadagnano le mie sorelle e mio fratello possono vivere più che dignitosamente. Inoltre, il mio posto in fabbrica potrebbe prenderlo Maria…

– Ma voi siete proprio sicura della vostra vocazione, Giovanna, le rispose padre Daniele.

– Sì, io voglio andare in convento perché voglio farmi santa…

– Giovanna, Giovanna, ma voi credete che basti andare in convento per diventare santi e che in convento siano tutti santi? Sante devono essere le suore, e allora il convento sarà santo. Volete veramente imboccare questa strada? Ma dovrete accettare una dura disciplina. Dovrete educarvi a tenere occhi chiusi, bocca chiusa, orecchie chiuse. È questa la strada per farvi santa voi e fare santo anche il convento.

– Sono almeno dieci anni che cerco di vivere come una suora accettando sacrifici e facendo penitenze… Stasera ne riparlerò in casa. È stato detto: bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato.

– Sì, Giovanna, ma fatelo con serenità e umiltà sapendo che vostra mamma vuole, a modo suo, il vostro bene.

E così la sera stessa, ma ancora i giorni appresso, Giovanna tornò alla carica ed era come trovarsi di fronte a un muro.

“ Padre Daniele, io ho continuato a parlarne con calma e pazienza – confidava al suo direttore spirituale – ma l’unico risultato è che i miei mi sgridano a più non posso”.

E fu in quei giorni, mentre tornava dal lavoro e andava rimuginando queste cose nella sua mente e si chiedeva che cosa fare, che sentì chiaramente e distintamente la  “voce”. Ma questa volta non era dentro di sé, ma come se venisse dal cielo.

“Non preoccuparti – diceva la voce – tu ti farai religiosa. Io ti farò superiora di una casa religiosa e ti proteggerò”.

A quelle parole Giovanna si sentì come rinfrancata. Tutti i dubbi svanirono e si sentì determinata e, allo stesso tempo, tranquilla in coscienza. Quella sera avrebbe riproposto il problema, ma sarebbe stato per l’ultima volta e, se la risposta fosse stata la stessa delle altre volte, l’indomani mattino avrebbe detto a padre Daniele che non voleva più aspettare.

E così avvenne. Quando padre Daniele si vide di fronte la giovane più risoluta che mai, capì che non poteva più tergiversare.

“Va bene – le disse – fra tre giorni ritornate”.

E tre giorni dopo il frate, accogliendola con un grande sorriso, le disse che tutto era pronto e le suore l’aspettavano.

 

 

  1. Giovanna diventa Maria Florenzia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allegany

 

E così, la mattina del 22 gennaio 1898, Giovanna uscì di casa alla solita ora, lasciando credere che sarebbe prima andata a messa e poi al lavoro. Prima di lasciare la casa, mise un biglietto in bella vista sul tavolo della stanza da pranzo, sapendo che la mamma l’avrebbe visto solo più tardi, nella mattinata. Su di esso era scritto: “Non mi cercate, sono partita per farmi suora”.

In chiesa quella mattina c’erano due suore ad aspettarla e l’accompagnarono alla stazione ferroviaria dove prese il treno per Allegany. Qui avrebbe fatto il noviziato per divenire suora.

Come Giovanna aveva previsto, quando mamma Nunziata lesse il biglietto, scoppiò una mezza tragedia. A farne le spese fu immediatamente Maria, che era l’unica a essere in casa. E fu lei che dovette subire la sua prima durissima e furibonda reazione, che culminò in una grave crisi tanto che Maria temette che alla madre stesse venendo un collasso e non sapeva che fare, se uscire di casa per chiedere aiuto a qualcuno e lasciare sola la madre oppure rimanere vicino al letto dove Nunziata si era stesa. Ma dopo essersi sfogata piangendo e lamentandosi, prendendosela con questa figlia ingrata e senza cuore, la donna era sembrata riprendersi e, dicendo a Maria che ne avrebbero riparlato la sera quando ci sarebbe stata tutta la famiglia, l’aveva mandata a fare la spesa.

Quando la sera tornarono a casa i figli, Nunziata era silenziosa e rispose appena al loro saluto. Fu Maria a spiegare che cosa era accaduto. Cenarono senza una parola e recitarono, come al solito, il rosario. Poi arrivò il momento delle decisioni.

– Credo che sappiate tutti quello che è successo – esordì –, ma non è detta l’ultima parola. Sabato Angelina e Nunziatina vi prenderete mezza giornata di permesso e andrete ad Allegany al convento delle Franciscan Sisters. È là che è andata per fare il noviziato. Me l’ha detto oggi pomeriggio padre Daniele. Dovrete farla rinsavire e farla tornare a casa. Le direte che la sua è stata una coltellata in pieno petto che non mi aspettavo.

Ma se credeva che questa figlia sarebbe tornata sui propri passi, mamma Nunziata si illudeva. Le sorelle trovarono una Giovanna affettuosa, che le accolse abbracciandole, ma anche fermamente decisa nella sua scelta.

– La strada che ho seguito – fu la risposta – è la volontà del Signore e a questa volontà bisogna conformarsi tutti, anche mamma Nunziata.

E così le sorelle se ne tornarono a New York e Giovanna iniziò il suo periodo di noviziato. Vestì subito l’abito di postulante e sei mesi dopo, alla metà di luglio del 1899, ricevette l’abito francescano e le venne imposto il nome di Maria Florenzia.

L’esperienza di noviziato non fu particolarmente dura per Giovanna che tutte ormai chiamavano Florenzia, soprattutto perché era fermamente decisa a fare bene e a dimostrare a tutti e prima a se stessa che quella era la strada giusta in cui incamminarsi. E poi al silenzio e alla preghiera era già allenata e, quanto all’obbedienza, era stata per tempo messa sull’avviso. Occhi, orecchie e bocca chiusa le aveva detto padre Daniele. Florenzia era cordiale e sempre premurosa e servizievole con le altre novizie e con le suore per cui tutti le volevano bene e la chiamavano “la bambina” proprio per la sua ingenuità, il suo zelo e desiderio di imparare. In particolare, colpiva tutti la sua forte spiritualità, la capacità di passare ore intere in cappella a pregare o anche solo di stare in silenzio a guardare la statua della Madonna, che era sull’altare o l’ostensorio con il Santissimo esposto.

Così, quando nel luglio del 1900 si compì l’anno di noviziato, Maria Florenzia ebbe l’unanimità di consensi da parte della commissione che doveva giudicarla e il 22 luglio giunse l’atteso momento dei voti di ubbidienza, castità e povertà. Erano ancora voti temporanei, da rinnovare alla fine di un triennio, ma Giovanna era ormai per tutti suor Florenzia e lei soprattutto sapeva di avere imboccato una via senza ritorno perché quella di suora era la scelta della sua vita. E dinanzi ai suoi occhi passarono tutti i momenti salienti della sua esistenza: il giorno della prima comunione, quando per la prima volta aveva sentito la voce, la morte del fratellino Ninuzzo, la sua determinazione di farsi suora e di vivere come una suora finché non avesse ottenuto il permesso dalla famiglia, la morte del padre, la grande povertà e la decisione di partire per l’America, la partenza e il viaggio in nave, la morte di Ciccio e la conoscenza di padre Daniele, la conoscenza di madre Cabrini, ancora la voce e poi la decisione di scappare di casa.

Fu in quel momento che, volgendo gli occhi verso l’assemblea, scorse in uno degli ultimi posti le sorelle Assuntina e Nunziatina. Una gioia grandissima le crebbe nel petto. “Non mi hanno dimenticata, non mi hanno abbandonata – si disse –, e Assuntina e Nunziatina sono qui è perché hanno avuto il benestare della mamma. Magari è stata lei stessa che, saputo da padre Daniele quando sarebbe stata la professione di fede, ha chiesto ad Assuntina e Nunziatina di partecipare alla funzione in rappresentanza della famiglia”.

Ed era proprio quello che era avvenuto. Glielo confidarono le sorelle non appena, finita la funzione, l’andarono ad abbracciare.

– La mamma, quando parla di te – gli confermò Angelina –, ogni tanto scuote la testa, ma non dice più, come nei primi tempi, “quella ingrata”. Tu sai com’è burbera nostra madre, non lo ammetterebbe mai con nessuno, ma non vede l’ora di riabbracciarti e poi padre Daniele le ha raccontato che qui ti sei fatta onore e tutti ti vogliono bene e allora le è cresciuto anche un po’ di orgoglio.

Dopo qualche settimana, suor Florenzia lasciò Allegany per andare nella sua prima sede che era proprio il convento di Sant’Antonio, quello vicino a casa sua. E la prima cosa che fece, arrivata a New York, fu quello di correre a casa e riabbracciare sua madre e quindi tutta la famiglia.

A New York, la sua giornata si divideva fra il lavoro in chiesa in aiuto ai frati nelle funzioni e nell’organizzazione della vita parrocchiale e la cura dei bambini degli immigrati italiani in un asilo nido che le suore avevano organizzato e gestivano.

Tutto sembrava mettersi secondo i desideri di Giovanna, ma purtroppo la salute, dopo qualche mese, cominciò a darle dei problemi. Già fin dal tempo del noviziato aveva cominciato a sentire come un fastidio alla pancia assieme al formarsi di un rigonfiamento. La prima volta era arrivato all’improvviso dopo una lunga veglia di preghiera che l’aveva impegnata tutta la notte. Poi, però, era sparito. Ma ogni tanto ritornava, soprattutto dopo qualche sforzo, o qualche lavoro faticoso e anche quando passava diverse ore in ginocchio a pregare. Tutte le volte il fastidio cresceva e qualche volta si accompagnava a fitte dolorose. Durante il noviziato non ne aveva fatto cenno a nessuno perché temeva che potesse ritardare la professione dei voti. Ora a New York il problema si era ripetuto e, dopo qualche mese, non aveva più potuto tacere .La fecero visitare e la diagnosi fu che si trattava di ernia ombelicale. Non era una malattia grave, ma bisognava intervenire chirurgicamente ed era meglio che lo si facesse per tempo.

Ma prima che si potesse prendere una decisione a proposito subentrò una forte infezione intestinale che la prostrò fisicamente. I dottori le prescrissero una dieta scrupolosa e il cambiamento d’aria. E così Florenzia si trasferì, per alcune settimane, assieme alla sorella Maria, che divenne la sua assistente, in casa di parenti a Brooklyn.

Questa era praticamente un’altra città, al di là del braccio orientale del fiume Huston, collegata con Manhattan da un grande ponte sospeso, inaugurato una quindicina di anni prima. Anche se distante pochi chilometri era ritenuta più salubre perché meno inquinata dalle attività industriali e dai cantieri di lavoro. E una volta guarita da questa fastidiosa malattia, Florenzia dovette affrontare l’intervento chirurgico che, grazie a Dio, le risolse il problema tanto che non dovette più soffrire di questo disturbo. E così, dopo l’assenza di un paio di mesi, una volta ristabilita, Florenzia tornò in convento con nuova lena.

Durante il periodo della convalescenza a Brooklyn Florenzia era entrata in grande confidenza con Maria, che ormai stava per compiere 20 anni e aveva preso a lavorare in fabbrica. La sorella pareva che si muovesse a proprio agio in quella società. Così, una sera che erano di fronte al balcone e guardavano il traffico di battelli nell’Huston, le raccontò, arrossendo e con la voce tremolante, che aveva conosciuto un pittore di origine italiana che si chiamava Ettore, Hector in americano, e voleva sposarla.

– E tu?, le chiese Florenzia.

– Anche a me piace.

– Ne hai parlato alla mamma?

– No, e ho paura a farlo. Sai com’è la mamma. Ho ancora presenti la crisi e i pianti quando sei scappata di casa.

– Eppure devi parlargliene. Ma hai ragione quando dici che sarà difficile… Vedi, tienilo per te, ma la mamma anni fa, quando eravamo a Lipari, ha fatto un voto a sant’Antonio, e cioè che i suoi figli non si sarebbero mai sposati…

– Un voto per noi? E poteva?

– No, non poteva e, infatti, mi ha detto padre Davide che il voto è nullo. Ma la mamma si sente ugualmente vincolata… Parlagliene, Maria, e preparati allo scontro…

– Ma io non voglio far soffrire la mamma. Ne ha passato tante…

– E allora dovrai rinunziare al tuo pittore.

– Ma anche questo non voglio. Non mi sembra giusto.

Maria, dopo qualche giorno, ne parlò a mamma Nunziata e, come aveva previsto Florenzia, ne ebbe un deciso rifiuto.

– Dei miei figli non si sposa nessuno. Toglietevelo dalla testa.

Maria passò diversi giorni in lacrime, ma Nunziata fu irremovibile. E fu irremovibile anche quando venne a trovarla Hector.

– Non è per voi, signor Brancati, le disse con decisione Nunziata, che mi sembrate una gran brava persona. Ma i miei figli non si sposeranno mai e, se vorranno farlo, dovranno farlo contro di me ed io li cancellerò dal mio cuore.

 

  1. La vicenda di Pittsburgh

 

Era destino che l’esperienza di suora, Florenzia non dovesse svolgerla in tutta tranquillità a New York secondo i ritmi della parrocchia e dell’impegno nell’assistenza dei bambini. Non erano trascorsi nemmeno sei mesi dal ritorno al convento di Sullivan Street che le si prospetta una nuova incombenza. Questa volta non era una malattia, ma un problema che investiva direttamente la sua vocazione e la sua attività pastorale.

Ed è padre Daniele che una mattina le chiede di fermarsi dopo la celebrazione della messa perché deve parlarle.

 

 

– La Custodia dell’Immacolata sta organizzando un gruppo di una decina di suore italiane per andare a Pittsburgh nella parrocchia Nostra Signora dell’Ausilio dei Cristiani per dar vita a un noviziato per ragazze italiane, creando una comunità che si occuperà dei bambini dei nostri immigrati. Io ho pensato che voi potreste essere una di queste, suor Florenzia. Con i bambini ci sapete fare, avete quasi 30 anni ormai ed è l’occasione per mettere a frutto la vostra vocazione di operare a favore dei più poveri. Si tratta di svolgere un servizio alle famiglie di operai che altrimenti rischiano di essere attratti dai settlement houses, i centri di accoglienza, dei protestanti. È un incarico di grande responsabilità, perché sarete tutte suore giovani che dovrete vivere in piena autonomia sotto la guida di una di voi.

– Dove si tratta di andare, domandò Florenzia.

– A Pittsburgh, un centro industriale della Pennsylvania, distante da New York 371 miglia, circa 600 chilometri. In questi ultimi anni gli immigrati italiani, specialmente meridionali, sono cresciuti in grande quantità e si dice che siano ormai, nella zona, oltre 150 mila. Sono tutti braccianti e operai non specializzati che accettano qualsiasi tipo di lavoro e vivono in quartieri poverissimi. Fino a qualche anno fa, si trattava soprattutto di uomini che venivano da soli per fare un po’ di fortuna e mantenere le loro famiglie in Italia. Ma negli ultimi anni arrivano sempre più con le famiglie e, quindi, è sorto il problema dell’assistenza ai bambini. Nella chiesa di Nostra Signora sei anni fa è stato mandato un nostro fratello, padre Sesto, ed è stato lui a proporre al nostro vicario generale questo progetto. Infatti, nella parrocchia c’è un edificio con un intero piano che potrebbe essere destinato proprio alla comunità religiosa e al noviziato. Si tratta solo di fare dei lavori di adeguamento e fra qualche mese si potrà dare il via a questo importante esperimento.

– Pittsburgh è lontana da New York e per mia madre sarà difficile farsene una ragione.

– Lo so, Florenzia, ma ormai voi siete una suora e dovete seguire la vostra vocazione. Non siete stata voi a dirmi che non volete fare la <<monaca di casa>>, come si usa al vostro paese?

– Sia fatta la volontà di Dio, padre Daniele, ma mi prometta che gliene parlerà lei stesso a mia madre.

E, infatti, non era stato facile con Nunziata. Per fortuna il distacco non fu immediato perché il progetto dovette slittare di circa un anno per delle difficoltà sopraggiunte nell’adeguamento dei locali. Comunque, a metà del 1903, l’esperienza ebbe il via. Le suore destinate a formare il convento chiamato di Santa Clara erano dieci e l’incarico di superiora e di maestra delle novizie fu dato a suor Eufrosina, che era l’unica del gruppo ad aver professato i voti perpetui. Florenzia, che aveva conosciuto suor Eufrosina ad Allegany e aveva stretto amicizia, venne da questa incaricata di seguire un gruppo di ragazze italiane per sincerarsi se avevano la vocazione per entrare in convento.

Ma tutto era informale. Si era detto inizialmente che il gruppo di suore doveva dare un aiuto speciale a padre Sesto e ai frati francescani e rimanere sotto la direzione del superiore della Custodia dell’Immacolata, ma la Custodia era lontana e, già dopo pochi mesi, l’obiettivo sembrò cambiare radicalmente e si cominciò a ragionare come se si fosse costituita una comunità nuova totalmente separata da quella di Allegany. Il Santa Chiara, però, non era un vero convento e suor Eufrosina non era una vera superiora. Forse proprio per questo si vide, fin dall’inizio, che mancava della necessaria autorità e alcune suore non le ubbidivano.

Florenzia era preoccupata. Dopo un primo momento di incertezza, aveva posto molte speranze in questa missione. Nei suoi lunghi momenti di preghiera e di ascolto, si chiedeva se la voce che aveva sentito quella mattina a New York – “Io ti farò superiora di una casa religiosa e ti proteggerò” – stava a indicare proprio questa vicenda. Eppure le cose non andavano bene. Spesso regnava nel convento una grande confusione. Le suore litigavano fra di loro, era difficile tenere una linea comune nei confronti delle postulanti che si erano avvicinate al convento, ne risentiva anche l’assistenza ai bambini perché gli orari non erano rispettati ed era del tutto assente una linea pedagogica. C’era chi pretendeva dai bambini una disciplina rigorosa, come se si trattasse di un riformatorio, e chi invece lasciava correre senza intervenire se non proprio quando i piccoli venivano alle mani.

E così sul convento e la sua attività cominciarono a circolare fra la gente giudizi poco lusinghieri e, siccome non c’è niente di peggio che dare  adito al pettegolezzo,  cominciarono a circolare anche storie esagerate, non vere, calunniose.

Padre Sesto aveva creduto che la confusione iniziale fosse un fatto passeggero e che, col tempo, le giovani avrebbero trovato un equilibrio. E più volte aveva rassicurato i superiori della Custodia che quello che si diceva sul convento di Santa Chiara erano tutte calunnie e falsità. Sì, c’era poca disciplina, l’organizzazione complessivamente lasciava a desiderare, e la direzione religiosa  non veniva curata,

Ma erano tutti qui i peccati del convento. Non vi era altro.

Una sera del mese di agosto, dopo una giornata particolarmente convulsa, e più volte fra le suore, durante la discussione, si era alzata la voce, suor Eufrosina fece cenno a Florenzia che voleva parlarle.

– Voleva ringraziarti, suor Florenzia, perché fra tutte tu sei quella che ci invita sempre a mantenere la calma, non alzi mai la voce, cerchi di stemperare i contrasti. Ma ti sarai accorta anche tu che le cose non vanno. Dovevamo creare un noviziato e non abbiamo nessuna novizia. Le postulanti che si accostano a noi dopo un poco ci abbandonano probabilmente preoccupate dalla tensione e dal caos che c’è nel convento. Ho deciso di scrivere al superiore della Custodia dell’Immacolata dicendogli chiaramente com’è la situazione. Ne parlerò prima, naturalmente, a padre Sesto, ma non posso più tacere. Ogni giorno la mia responsabilità diventa più pesante. Ho voluto parlartene perché so quanto hai tenuto a questa esperienza. Ma, credimi, è impossibile andare avanti così.

Proprio nell’autunno del 1904 arrivò l’episodio che convinse non solo i superiori, ma anche la Delegazione apostolica di Washington a mettere fine alla vicenda.

In questo episodio fu coinvolta anche Florenzia se pure, come tutti le riconobbero, senza nessuna colpa da parte sua. Suor Eufrosina, d’accordo con padre Sesto, aveva deciso che si dovesse avviare una questua nel circondario di Pittsburgh a favore del convento e del centro di assistenza che avevano organizzato, perché non avevano più risorse e dovevano far fronte alle spese per un nuovo anno sociale: i colori, i quaderni e i giocattoli per i bambini in particolare. Scelse due suore: Florenzia ed Emanuela, che era più giovane e anch’essa siciliana.

– Visto che siete tutt’e due siciliane, vi capirete meglio. Florenzia, che è la più anziana avrà la guida della missione. Andrete per le case e i casolari agricoli, ma la sera tornerete in convento.

Le due ragazze si misero d’impegno e a sera, sulla via del ritorno, calcolarono che avevano raccolto un bel gruzzolo, duemila dollari.

– Io non torno in convento – disse Emanuela –, sono stufa di questa vita e non mi sento tagliata per fare la suora. Dividiamo i soldi, mille dollari ciascuno, e ognuno per la propria strada.

– Ma che cosa dici –  ribatté Florenzia –, nemmeno a pensarci. Fare la suora è la mia vocazione e non scappo per un pugno di denari. Mi sembra di essere peggio di Giuda.

– Tu fai quello che vuoi, eccoti qui metà del ricavato e tanti saluti al convento – e così Emanuela girò  le spalle  e sparì dalla sua vista.

Al convento Florenzia tornò da sola e, affranta, riferì a suor Eufrosina e a padre Sesto quanto era successo.

– Ho paura – concluse il francescano – che questo sia il requiem per l’esperienza. I superiori erano già preoccupati per come andavano le cose. Ora sicuramente non vorranno più saperne.

Qualche giorno dopo, arrivò in parrocchia padre Camillo, il superiore della Custodia, che parlò con tutti, ascoltò tutti e poi scrisse al Delegato apostolico: “L’Istituto deve essere soppresso perché non ha noviziato, le suore sono del tutto incapaci di insegnare, non ci sono suore capaci di reggere la responsabilità di fare la superiora. Le suore che hanno partecipato all’esperienza siano assegnate a un altro istituto francescano o non francescano”. E il Delegato apostolico, mons. Diomede Falconio, il 22 dicembre 1904 emetteva un decreto in cui dichiarava soppresso, senza possibilità di revoca, l’istituto delle suore francescane italiane. “Ciascuna suora del summenzionato Istituto, entro un mese dalla data di pubblicazione di detto decreto, ci invii una petizione dichiarando a quale istituto religioso essa desidera essere trasferita, se persevera nella propria vocazione, altrimenti dovrà richiedere, per iscritto, la dispensa dei voti.

 

 

  1. Una difficile scelta

 

Qualche tempo prima, nel mese di maggio del 1904, Florenzia aveva ricevuto la visita di sua madre a Pittsburgh. Era venuta con Angelina e Giuseppe perché avevano deciso di tornare in Italia. L’aria di New York non faceva bene a Nunziata e il dottore le aveva consigliato di tornare al paese di origine.

– Fra qualche settimana noi rientriamo. E, giunta a Lipari, vado a trovare il vescovo perché voglio che scriva chiedendo il tuo rientro. Mi dicono che a Lipari hanno bisogno di una suora per creare un nuovo istituto…

– Mamma, mamma. È possibile che voi decidiate senza mai sentirmi? Ormai io ho fatto la mia scelta e questa è la mia nuova terra. Qui ci sono tanti italiani poveri e bisognosi, tanti bambini che vivono nella miseria, tante donne senza dignità, più di quanti ce ne sono a Lipari. La mia vocazione è di servire i poveri e gli emarginati qui in America. Mi dispiace non potervi seguire. Salutatemi Lipari, i parenti e gli amici.

E, così dicendo, Florenzia si alzò ad abbracciare la mamma e i fratelli, ma Nunziata stringendo la figlia le ripete a voce alta: “Ti aspetto a Lipari”.

Quando, ai primi di gennaio, Florenzia ebbe fra le mani la lettera del superiore della Custodia dell’Immacolata che le trasmetteva il decreto di mons. Falconio, non sapeva che fare. Avrebbe volentieri acconsentito a rifare l’anno di noviziato come era previsto per le suore che erano state a Pittsburgh, e avevano dato solo i voti semplici. L’anno di noviziato e poi finalmente i voti solenni e sarebbe stata suora per sempre. Suora francescana, perché ormai la sua vocazione si era venuta approfondendo sul modello e la spiritualità di Francesco d’Assisi. Aveva letto il suo testamento, la Regola, le vite scritte da Celano e da san Bonaventura e la leggenda dei tre compagni, aveva letto e riletto le Laudi e le preghiere. Per questo, quando a ottobre mons. Ferrante, della curia vescovile di New York, era venuto a Pittsburgh in visita canonica, e le aveva proposto di entrare a far parte di un’altra congregazione, di cui era protettore e animatore, lei aveva ringraziato, ma anche declinato l’invito. Non sapeva dove, ma avrebbe continuato a essere suora francescana. Mons. Ferrante aveva insistito perché le avevano parlato molto bene di lei padre Sesto e suor Eufrosina, e sapeva che Florenzia non aveva ancora rinnovato i voti anche se quelli triennali erano già scaduti da più di un anno.

Non sapeva dove Florenzia, perché qualche settimana prima le era arrivata una lettera del fratello don Antonino, che frequentava l’ultimo anno di seminario e le parlava dell’attesa che si era creata a Lipari fra alcuni sacerdoti per un suo possibile rientro, di cui aveva parlato mamma Nunziata appena rientrata. Non aveva perso tempo la mamma e, come era nel suo temperamento, si era subito data da fare. Il fratello le aveva confidato che anche il segretario del vescovo, il canonico Giovanni Paino, un giorno, incontrandolo, gli aveva detto: – Don Antonino, quando possiamo avere a Lipari suor Florenzia che la facciamo superiora di un istituto tutto liparese?

Non poteva negare che quella battuta del canonico le aveva fatto tornare alla mente, turbandola, la voce che aveva sentito, anni prima, camminando per le strade di New York. Quale era la volontà di Dio? Rimanere in America o tornare a Lipari? Si era confidata in confessione e le era stato detto che, se ci fosse stata una richiesta del suo vescovo, avrebbe dovuto obbedire.

Da novembre la suora di Lipari si trovava a Mt. Vernon, una città della contea di Westchester, a nord del Bronx, nell’istituto del Mount Carmelo, sempre delle suore di Allegany, che gestiva una scuola. Lì era stata trasferita, in attesa di una decisione, quando era stata chiusa la sede di Pittsburgh. Ed è da Mt. Vernon che, prima che scada il mese previsto dal decreto, scrive a mons. Falconio spiegandogli la sua difficoltà a prendere una decisione. L’unica cosa certa è che vuole continuare a fare la suora francescana e, quindi, non vuole la dispensa dei voti, non se la sente però di tornare ad Allegany per rifare l’anno di noviziato, perché potrebbe arrivare da un momento all’altro la chiamata del vescovo di Lipari. Una chiamata, però, della quale non è per nulla certa e forse nemmeno la auspica.

E mons. Falconio mostra comprensione per questa giovane che vede angustiata da sentimenti che le fanno onore e, quindi, scrive al superiore della Custodia dell’Immacolata, padre Camillo Bonifazi. Gli riassume la situazione e propone un accomodamento in attesa che le cose si chiariscano. Intanto Florenzia non partirà per l’Italia come suora, se prima non giunge la lettera del suo vescovo. Potrà lasciare Mt. Vernon e avrà i cento dollari previsti per le suore che hanno chiesto la dispensa e sarà autorizzata a portare con sé la biancheria e altri oggetti di uso personale. Per un certo tempo, durante questo periodo di attesa, potrà vivere come suora a New York in una casa religiosa o privata secondo il giudizio del superiore.

Padre Camillo, risiedendo nel convento di Sullivan street, conosce bene Florenzia e si sente un po’ responsabile della situazione, dato che sono stati lui e padre Daniele a insistere perché accettasse di far parte del gruppo per Pittsburgh. Così, per prima cosa, si assicura che la giovane sarà la benvenuta nel convento di Sant’Antonio, quindi va a Mt. Vernon a incontrarla. Le fa leggere la lettera del Delegato apostolico e le consegna i cento dollari.

– Andiamo a Sullivan street, le suore l’aspettano a braccia aperte. Sanno che starà con loro per qualche settimana prima di riaffrontare il noviziato. Per ora non dica niente di un possibile rientro in Italia. D’altronde, si tratta solo di un’eventualità ed è bene non creare curiosità e discussioni inutili.

Ma l’idea di non parlarne con nessuno, nemmeno con la superiora, forse non fu delle migliori anche perché un pomeriggio questa convocò Florenzia nel suo studio.

– Volevo dirle quanto siamo contente di riaverla con noi. Ci è mancata. E della sua assenza ne hanno risentito particolarmente l’asilo e la scuola materna. I bambini hanno chiesto a lungo di voi e molte mamme vi inviavano i loro saluti. Ho pensato che non è giusto che dobbiate fare di nuovo il noviziato. Se ho capito quanto è successo, quello che ha passato a Pittsburgh è stato ben più duro di un noviziato.

Florenzia fu commossa da queste parole perché le dicevano come le volessero bene e che stima avevano di lei, mentre lei le ripagava tacendo una possibilità che avrebbe cambiato completamente questa ipotesi su cui avevano ragionato. Infatti un giorno, prima della fine di gennaio, la superiora la chiamò e, col volto scuro e un tono di voce risentito, le comunicò che doveva recarsi a Washington perché il Delegato apostolico voleva parlarle. Florenzia capì subito la ragione del viaggio, ma non era per niente sicura del suo esito. Dall’atteggiamento della suora capì che quello che le aveva comunicato al telefono mons. Falconio l’aveva sorpresa e rattristata.

E su questo, come anche sul suo destino futuro, continuava a rimuginare durante il tragitto in treno, mentre scorrevano dinanzi ai suoi occhi le campagne innevate, i villaggi operosi e i sobborghi di Philadelphia e Baltimora. Pregava Florenzia come era solita fare. Pregava e rifletteva e la preghiera diventava una conversazione carica di interrogativi. Le dispiaceva per la superiora e le altre suore. Ma che poteva fare? Aveva obbedito a padre Camillo. E, d’altronde, era vero che quella del ritorno a Lipari era solo un’ipotesi della quale era proprio lei la meno convinta. Sì, le piaceva ritornare nella sua isola, rivedere tante persone care, riavere vicino la madre, le sorelle e i fratelli. Ma temeva che lì la sua vita di suora non sarebbe stata semplice. A sua madre interessava averla vicina, ma non si preoccupava di sapere quali problemi avrebbe dovuto affrontare. Lei invece, dopo l’esperienza del convento di Santa Clara, era molto prudente. Non poteva fare un altro buco nell’acqua. Ma via via che il tempo passava e Washington si avvicinava, anche il suo animo si rasserenava e andava riacquistando fiducia. Se questa era la volontà del Signore, che lei tornasse a Lipari e si impegnasse a favore della sua gente, l’avrebbe fatto e sicuramente la Madonna l’avrebbe guidata e sostenuta. La Madonna. Diverse volte aveva pensato a lei nelle ultime settimane. Non aveva più sentito la sua voce, forse perché il suo animo era tormentato da mille preoccupazioni e se lo sentiva come stretto in una morsa angosciosa. Ma perché preoccuparsi per cose che non stavano nella sua disponibilità? Aveva imparato che quelle a cui poteva provvedere direttamente doveva farlo in fretta e bene, ma per quelle su cui non poteva influire conveniva affidarsi a Dio e attendere con fiducia. Stava riflettendo su questo, quando si accorse che quelle che stavano sfilando dinanzi al finestrino erano ormai le case dei sobborghi di Washington.

Quando venne ammessa alla presenza del Delegato apostolico, in quel palazzetto che un po’ la intimoriva mons. Falconio l’accolse affabilmente.

“Mi ha scritto il vostro vescovo di Lipari che vi vuole lì. Io non trovo nulla in contrario. Vi metterete sotto la sua direzione. Per ora state nell’istituto e aspettate la mia obbedienza per partire”.

Florenzia chinò la testa, si inginocchiò e baciò le mani dell’arcivescovo.

“Mi benedica, Eccellenza, ho l’animo turbato e sono confusa.”

Dandole la benedizione, il prelato le consigliò, per affrettare i tempi, di inviargli subito una lettera con la domanda di rimpatrio.

A New York, in convento, già la notizia si era sparsa e la giovane si accorse che ora c’era un po’ di freddezza nei suoi confronti ed ella volle spiegare alla superiora perché non si era confidata con lei e come, fino all’ultimo, avesse creduto e forse anche sperato che la lettera del vescovo di Lipari non sarebbe mai arrivata. Ma sua madre era una donna determinata quando si metteva una cosa in mente e nessuno riusciva a fermarla.

L’ultimo tentativo per farle cambiare idea lo fecero i Frati francescani.

– Voi tornate in Italia – le chiese padre Camillo.

– Sì, Padre.

– Questo mi dispiace. Vorrei che ci ripensaste e rimaneste. Se è per la salute, la farò trasferire a San Francisco in California, dove il clima è più mite, simile a quello della vostra Sicilia.

– No, Padre, non è per il clima. Ormai ho deciso, obbedisco al mio vescovo.

– Vi rilascerò, come mi ha chiesto, un attestato di buona condotta morale da presentare al vostro vescovo. Purtroppo non posso scrivere di più, perché, anche se non per colpa vostra, non avete potuto rinnovare i voti e dell’esperienza di Pittsburgh è meglio non parlare.”

Florenzia assentì, ma dentro di sé sapeva che quegli anni in America non erano passati invano. Ora era una donna nel pieno della sua maturità e si sentiva dentro più ricca umanamente e spiritualmente. Anche il carattere era maturato ed era più forte e tenace.

Dopo qualche giorno, le arrivò la risposta di mons. Falconio che portava la data del 3 febbraio. L’autorizzava al rimpatrio e ad andare dal suo vescovo, il quale “nella sua prudenza la consiglierà come si conviene”. E insieme con la lettera del Delegato apostolico si fece vivo il cugino che era stato incaricato da mamma Nunziata.

– È tutto pronto – le disse –, ecco il biglietto, il giorno della partenza è il 7 febbraio. Il vapore è nuovo e, per quanto è grande, lo chiamano l’Isola. Vostra madre ha voluto che viaggiaste in seconda classe, perché siete sola e non vuole farvi rivivere l’esperienza dell’andata.

Florenzia dentro di sé sorrideva. Non avrebbe viaggiato da sola perché  un’accompagnatrice l’aveva: la statuetta della Madonna che portava gelosamente nella manica dell’abito.

 

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