SAM_588413 luglio 2007

Colpo Grosso all’Antonveneta

 Lipari si sveglia con una notizia bomba, tra le 7,30 e le 8,15, tre rapinatori mettono a segno un colpo da 300 mila euro. Una rapina a mano armata operata da professionisti e studiata nei minimi particolari compiuta ai danni della Banca Antonveneta di Lipari.

Ma andiamo per ordine:

I ladri, due oltre un complice rimasto fuori a far da “palo”, italiani e dall’accento napoletano o campano, entrano in azione intorno alle 7,30 di venerdì 13 luglio. Avevano visto entrare cinque minuti prima, il vicedirettore Antonio Brundu e i giovani operai Davide Guarino e Giuseppe Martinucci immediatamente erano entrati in azione, utilizzando l’ingresso della clientela, lato via Ten. Mariano Amendola. Quello sorvegliato da una telecamera, la stessa situata sopra il bancomat. I rapinatori erano vestiti normalmente, uno era a viso coperto mentre l’altro portava un berretto con la visiera calata sul volto. Una volta all’interno, avevano la pistola e bloccato in un angolo, legandoli, gli imbianchini. Poco dopo stessa scena con altri due impiegati che stavano per prendere servizio, e il direttore Piero Subba. I tre venivano rinchiusi in bagno al piano superiore dell’edificio.

A quel punto uno dei rapinatori intimava al vicedirettore Brundu, puntandogli la pistola, di aprire la cassaforte. Al rifiuto opposto con la motivazione che la cassa era temporizzata e che quindi non si poteva aprire prima delle 9,00, uno dei malvivente colpiva il bancario con un colpo di martello alla schiena. Subito dopo un secondo rifiuto, un altro colpo, forte, sul ginocchio sinistro. A Brundu, a quel punto non era rimasto altro che aprire il forziere . Proprio in quei momenti, intorno alle 8,00 entrava in banca, proveniente da Stromboli l’attuale Sindaco, Marco Giorgianni per depositare una consistente somma di denaro. Chiaramente ignaro, di quanto stesse accadendo percepì qualcosa di strano quando uno dei malviventi rimasto nei pressi degli sportelli, gli aveva indicato, mettendogli una mano sulla spalla, di recarsi nelle zone più interne dei locali del piano terra. Giorgianni, aveva immediatamente compreso. Aveva quindi cominciato a urlare, invocando aiuto e provocando la reazione del bandito di “guardia”. Era nata una colluttazione nel corso della quale Giorgianni, per non farsi tappare la bocca, aveva ricevuto un lieve colpo al labbro con il calcio della pistola. Subito dopo era stato costretto a “gattonare” dal piano terra fino al piano superiore, per non essere visto da fuori attraverso le ampie vetrate, Frattanto dopo aver svaligiato la cassaforte dei 300 mila euro, giungeva l’altro rapinatore che redarguiva lo stesso Giorgianni per aver reagito; lo stesso, offriva ai malviventi la somma da versare ma si sentiva rispondere “noi non vogliamo i tuoi soldi!”. Il ricco bottino, del resto, era già in un borsone. Anche Giorgianni, quindi, veniva condotto in bagno dove già si trovavano gli impiegati e il direttore Piero Subba. I rapinatori a quel punto, erano le 8,15 circa, si dileguavano per le vie di Lipari. Scattava l’allarme: alle 08,30 i carabinieri erano già in mare con la motovedetta e al porto di Sottomonastero per controllare il traffico nei mezzi di linea. Lo stesso accadeva al porto di Milazzo. Nel corso delle giornata veniva eseguiti controlli in tutta l’isola anche con agenti in borghese.

Subito dopo la rapina Lipari viene passata al setaccio con i controlli eseguiti da parte dei carabinieri, della guardia di finanza e in generale da tutte le forze dell’ordine presenti nell’isola.

Gli investigatori di Lipari, per fortuna, ricevevano un assist inatteso. Giovanbattista Lo Nigro, uno dei rapinatori, fratello di un presunto boss mafioso, era tenuto sotto controllo attraverso l’intercettazione del telefonino dal sostituto procuratore della Dda di Palermo Sergio Barbiera, nell’ambito di una indagine su un traffico di droga gestito da cosa nostra condotta dal Gico della guardia di finanza di Palermo.

Utilizzando i telefonini i finanzieri del Gico ed i carabinieri riuscirono a stringere il cerchio intorno a Sergio Giannone, Francesco Paolo Rubino e Giovanbattista Lo Nigro. Le intercettazioni portarono all’arresto, nel pomeriggio di sabato, dapprima di Giannone e Rubino e subito dopo al rientro da una escursione a Salina, del Lo Nigro, ad opera che carabinieri. Nello stesso pomeriggio, a Palermo, veniva arrestato anche il basista, Giacomo Sparaco, impiegato dell’Istituto di Credito. Il basista era stato individuato, attraverso le intercettazioni telefoniche; la certezza della presenza di un basista nasceva dalla sicurezza nei movimenti all’interno della barca da parte dei rapinatori, la perfetta conoscenza dei tempi del “timer” per l’apertura del caveau e dal fatto che soltanto un dipendente poteva sapere che il giorno prima erano arrivati i contanti dalla terraferma.

I fermi sono stati effettuati dal Gico con l’impiego di ben venti uomini e dai carabinieri di Lipari. L’operazione scattò intorno alle 16,30 in due complessi residenziali: in località Ponte e nel tratto finale del corso Vittorio Emanuele dove i malviventi avevano preso in affitto due appartamenti. L’incursione degli uomini del Gico nell’appartamento di via Ponte portò al recupero della refurtiva. Giannone e Rubino erano stati catturati dopo una breve fuga da via Ponte alla via Conti Vainicher e condotti direttamente nella stazione della tenenza della GdF in via Madre Florenzia Profilio.

Sabato notte gli agenti del Gico riportarono in banca quasi tutta la refurtiva ritrovata, meno i 25 mila euro consegnati al basista.

I tre palermitani erano sbarcati da quasi una settimana a Lipari insieme alle loro famiglie e avevano affittato i due appartamenti. Nel giro di un giorno e mezzo, quindi, il caso era risolto.

Stupore, naturalmente, tra i dirigenti della banca di Lipari per il ruolo ricoperto nella vicenda dal collega. I sospetti si erano, da subito, indirizzati verso il giovane di Corleone per una serie di “passi falsi”: l’ingresso per ultimo in banca subito dopo la fuga dei rapinatori; l’essersi diretto immediatamente verso il bagno del piano superiore a liberare i suoi colleghi e Marco Giorgianni, l’unico zona al piano superiore privo di telecamere.

La domenica mattina, 15 luglio, i rapinatori a bordo di motovedette della GdF e dei Carabinieri, venivano  trasferiti al Carcere di Gazzi a disposizione della magistratura.

Le indagini chiarivano le dinamiche della rapina. Il piano era stato pianificato da Francesco Paolo Rubino, la mente della banda, colui che nell’azione impugnava la pistola. Rubino era giunto in trasferta a Lipari da 10 giorni con al seguito la moglie, un figlio e persino la suocera e già il sabato si stava organizzando il rientro con due borsoni carichi di denaro. Il sabato, infatti, era sbarcata a Lipari la fidanzata di Sergio Giannone, considerata complice a tutti gli effetti. La donna aveva portato l’auto per ripartire da Lipari.

L’organizzazione logistica era stata curata dal Lo Nigro, abituale frequentatore di Lipari dove da anni trascorreva le vacanze. Era stato lui, “il palo” che aveva telefonato ai complici all’interno della banca per anticipare l’arrivo di Marco Giorgianni.

La telefonata che aveva fatto individuare il basista era stata, invece, inizialmente diretta alla titolare di un esercizio commerciale situato vicino alla banca. Lo Nigro, infatti, non riusciva a contattare il telefono cellulare del cassiere della banca e, conoscendo perfettamente i luoghi, aveva telefonato alla negoziante per chiederle se poteva chiamare “Giacomo”. Cosa che la donna aveva fatto, recandosi in banca e informando il cassiere della telefonata. Tutto questo mentre gli agenti del Gico ascoltavano i colloqui.

A distanza di qualche anno i loro processi si sono conclusi con condanni diverse a seguito di patteggiamenti e riti abbreviati.

 

Giuseppe La Greca

 

sergio giannone

001

002

arresto

13 luglio 2007