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Lino Natoli : distinguere fede da religione

Riceviamo da Lino Natoli e pubblichiamo:

Lino Natoli

Lino Natoli

Su queste stesse pagine, Michele Giacomantonio propone i suoi – e non solo suoi – sofferti interrogativi riguardo la natura divina di Gesù. Questioni, egli scrive, che spesso si infrangono sull’imbarazzato silenzio di sacerdoti e teologi che rifiutano di affrontare l’argomento rifugiandosi dentro le proprie certezze dottrinali. Giacomantonio lamenta che tale atteggiamento avrebbe origine da una teologia troppo dipendente dalla filosofia e troppo distante dalle Scritture.

La storia del pensiero occidentale  offre un panorama evidente dell’uso strumentale che la teologia ha fatto della filosofia, sin dai primi secoli in cui il cristianesimo si è sviluppato e ha dovuto mettere ordine alla dottrina. La filosofia ha costituito lo strumento privilegiato affinché la religione fosse disciplinata in termini razionali o ragionevolmente ammissibili. Dando origine, tra l’altro, a capolavori dell’ingegno umano, oltre che della sensibilità religiosa.

La filosofia però, sottratta alle necessità della teologia, rimane uno strumento formidabile di comprensione che può persino costringere i teologi più refrattari ad aprirsi al dialogo ed all’analisi delle questioni che più affondano nell’animo umano, sia di credenti che di non credenti.

Una delle lezioni fondamentali che la filosofia ci propone è la chiara distinzione di ciò che è creduto da ciò che è saputo. Ciò che è creduto rimane di pertinenza delle questioni di fede, mentre ciò che è saputo riguarda la scienza, costantemente soggetta a rigorose verifiche di ordine epistemologico. Non si può fare confusione tra creduto e saputo, ed ormai disponiamo della maturità culturale e religiosa sufficiente per evitare commistioni così ingenue. Ovviamente, la tentazione di confondere il creduto con il saputo può contaminare certa teologia, con la conseguenza di trascinare la religione verso forme di superstizione ormai inaccettabili, così come  certe inclinazioni scientiste pretendono di separare i due campi affidando alla incontrovertibilità dell’osservazione razionale il compito ultimo di distinguere il vero dal falso, il creduto dal saputo.

Proprio in questo ambito, nell’angusto spazio tra creduto e saputo viene in soccorso la filosofia, laddove chiede alla fede di fare i conti con la ragione e alla ragione di non arrestarsi alla esclusività della esperienza del dato di fatto, pena la fine stessa del progresso scientifico.

Tornando quindi agli interrogativi che si pone Giacomantonio, penso che si debba preliminarmente fare una distinzione tra fede e religione. Se per fede si può dire: “Dio esiste”, ciò non implica che per fede si debba accettare tutto l’apparato dottrinale, rituale e di tradizione che le varie religioni propongono. Dunque, ragionare sulla natura divina di Gesù non implica un venir meno della fede, ma un desiderio di credere senza negare tutti quei dubbi di cui la fede consapevole si alimenta alla luce della ragione ragionante.

Ciò significa anche, e questo vale per me, che le religioni non sono altro che strumenti che possono, ma non necessariamente, accompagnare e sostenere la fede del credente, pur non svolgendo una funzione determinante. La conseguenza è che non esiste una sola religione attraverso la quale, e solo per la quale, è possibile l’incontro con Dio, ma tutte devono essere considerate strade legittime da percorrere secondo le proprie inclinazioni, culture e tradizioni. Ed ho la pretesa di ritenere che se nessuna considerasse se stessa unica depositaria della verità vivremmo in un mondo più tollerante e rispettoso delle libertà reciproche.

Il Cristo dubitante che dalla croce chiede conto al Padre del suo abbandono, al di là della questione trinitaria, pone ciascuno di fronte le proprie responsabilità nei riguardi della verità, credere e basta non basta. Così come non credere non esime dall’angoscia della ricerca di senso. Consegnare lo spirito nelle mani del Padre non è l’ultimo rassegnato gesto di fronte l’ineluttabilità della morte, ma la fiducia che anima il credente, ogni credente, comunque credente che la morte non costituisce l’ultimo, inesorabile limite alla ricerca della verità.

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