L’album dei ricordi : Nelle Eolie borsa nera dell’acqua ( Epoca, 1972)

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 Massimo Ristuccia ci invia l’ultimo articolo sulle Eolie pubblicato da “Epoca” dal 1950 al 1970

EPOCA 6 AGOSTO 1972. Nelle Eolie borsa nera dell’acqua.

Piero Fortuna
La scarsità dei rifornimenti, effettuati con le navi cisterna, allontana migliaia di turisti da questo fantastico arcipelago di vulcani. Per provvedere alle necessità dei clienti, gli albergatori devono arrangiarsi con le bottiglie di “minerale”.

Lipari, agosto

“L’acqua? Un miraggio, una vana speranza.” Il direttore del più grande albergo dell’isola di Lipari (aria condizionata, piscina e night psichedelico) allarga le braccia  in un gesto sconsolato. “Vi sono momenti in cui prende la disperazione. Non possiamo dire ogni giorno ai nostri ospiti: “Signori, per il bagno o la doccia eccovi una bottiglia d’acqua minerale”. Perché gli ospiti, pur apprezzando gli sforzi che facciamo, pur rendendosi conto che non è colpa nostra se manca l’acqua, al primo accenno di disagio fanno le valigie e se ne vanno.”

Quest’anno il panorama turistico delle Eolie è veramente drammatico. Un’attività che dà lavoro a tremila persone cioè a più di del trenta per cento della popolazione complessiva di Lipari, Vulcano, Salina, Panarea, Stromboli, Alicudi e Filicudi, è sull’orlo del collasso per la cronica mancanza d’acqua. Se va avanti così, queste isole bellissime finiranno per scomparire dal panorama turistico italiano.

L’anno scorso la scarsità d’acqua ha allontanato dalle isole migliaia di ospiti. Quest’anno, già nel mese di giugno, si è giunti alla paralisi dell’attività turistica: un grande albergo di Vulcanello ha dovuto chiudere i battenti per quindi giorni. Un altro, a Panarea, ha rinviato l’apertura alla metà di luglio. Tutti, comunque, hanno registrato una preoccupante diminuzione delle prenotazioni e della durata dei soggiorni. “All’atto pratico”, dicono gli albergatori, lavoriamo un mese all’anno a cavallo di Ferragosto. Ma è chiaro che non possiamo più andare avanti. O si provvede o saremo costretti a chiudere.”

Il problema è gravissimo. Esso trascende il limite locale per diventare il simbolo della trascuratezza con cui l’Italia, che pure è in preda a una drammatica crisi economica, affronta i temi del turismo, un’industria che frutta al Paese più di mille miliardi di lire all’anno in valuta pregiata. A chi risale la responsabilità di tutto questo? E’ difficile dirlo con precisione. Le colpe sono collettive. Affondano le radici nella miriade degli interessi particolari e nella pigrizia della burocrazia. Anche sotto questo punto di vista le isole Eolie fanno testo.

Sono prive di d’acqua e alle esigenze della popolazione si provvede con rifornimenti effettuati da navi cisterna che si approvvigionano presso gli acquedotti della Sicilia. Ma questi rifornimenti sono così saltuari e lacunosi che molto spesso, d’estate, le isole rimangono senz’acqua. Il problema sarebbe di aumentare il numero delle navi cisterna  o di rendere più frequenti i loro viaggi. In realtà non accade né l’una né l’altra cosa. L’azienda che, surrogando la Marina Militare, ha preso recentemente in appalto questo servizio, destina al rifornimento d’acqua delle isole tre navi. “Due delle quali”, sostengono gli albergatori “mancano spesso all’appello. Non si sa dove vanno, cosa fanno. Sono navi fantasma.”

E’ questo il motivo per cui Manca l’acqua? Certamente. Tuttavia non si riesce a capire perché quest’acqua, che viene trasportata con il contagocce ai prezzi ufficiali (gli alberghi la pagano 150 lire la tonnellata), diventa immediatamente reperibile e nella quantità desiderata se la si paga 2.350 lire la tonnellata. Lo scarto è di 2.200 lire ogni mille litri. “Un aggravio di prezzo”, spiegano gli albergatori, “che è immorale e insostenibile. Tanto più che non possiamo rivalerci sui turisti, i quali consumano in media sui 300 litri d’acqua al giorno a testa.”

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Ma oltre all’acqua, nelle Eolie, scarseggia, d’estate, anche il carburante. Quest’anno, tra la fine di giugno e i primi di luglio, l’apposita nave cisterna che deve rifornire le isole di benzina e gasolio è andata in bacino per certi lavori di manutenzione che, si potevano effettuare d’inverno o in primavera.

Risultato: l’attività dei pescherecci e quella delle barche che portano a spasso i turisti nell’arcipelago si è bloccata di colpo. Ma la benzina, introvabile sul mercato normale, era trovabilissima alla borsa nera. Bastava pagarla 220-230 lire il litro. Va da sé che anche la nautica da diporto ha subito un fiero colpo.

A questa catena di guai si è aggiunta la vertenza sindacale che ha pressochè paralizzato l’attività della Navisarma, la società che assicura i collegamenti marittimi tra Napoli e l’arcipelago Eoliano. Molti viaggi sono stati aboliti, molti turisti in procinto di imbarcarsi sono rimasti a terra. Insomma un’estate rovinosa.

A questo punto viene da chiedersi com’è possibile che in un Paese come il nostro si tolleri che le cose vadano a questo modo. Gli eoliani sono inveleniti. Fino a qualche anno fa vivevano dei magri proventi assicurati dalla pesca e dalle antichissime cave di pomice di Lipari. Da qualche tempo avevano scoperto il turismo e nel turismo hanno reinvestito i loro risparmi. Ma ora tutto viene rimesso in discussione. Tutto minaccia di regredire verso un passato di stenti. Perché? A chi giova? Ed è lecito sottrarre al panorama turistico del Sud un bene così prezioso?

Piero Fortuna

 

 

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