L’album dei ricordi: l’eruzione del 1888 a Vulcano

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L’ILLUSTRAZIONE ITALIANA N. 34 12 AGOSTO 1888 (pag. 104. 105)

FIGURE: VEDUTA DELL’ISOLA DI LIPARI ”Gauchard”

L’ISOLA DI VULCANO DEL GRUPPO LIPARI, DOVE AVVENNE L’ERUZIONE.

Dall’atlante di A. Zuccagni – Orlandini vol.III- le eruzioni dell’Isola di Vulcano, incominciate il 3 agosto 1888 e terminate il 22 marzo 1890.

VULCANO E L’ISOLA DI LIPARI

Il 3 agosto scoppiò inopinatamente l’eruzione del vulcano nell’isoletta chiamata Vulcano, nel gruppo delle Lipari. All’ora che scriviamo l’eruzione continua ancora. L’isola, ci scrivono da Messina, è completamente coperta di cenere bianca; molti soldati e l’autorità, giunti ad una certa distanza, dovettero retrocedere, perché il vulcano lancia continuamente grossissimi sassi infuocati. Gli abitanti, atterriti, furono trasportati nelle isole vicine. La contrada più danneggiata è quella chiamata del Porto, dove tutte le piantagioni, case, depositi, sono completamente distrutti. Fra i più danneggiati si nota l’inglese Harleau, rappresentante di una società britannica, il cui danno scenderebbe a parecchie centinaia di migliaia di lire. Molte Barche, che si trovavano alla spiaggia, andarono in frantumi; la casa di pena è distrutta; l’ufficio telegrafico è assai danneggiato; parecchie persone sbarcarono ieri nell’isola; però molti soldati, giunti ad una certa distanza dovettero retrocedere, come si è detto, perché il vulcano gettava continuamente sassi infuocati di smisurata grossezza. Lo spettacolo, massime di notte, è imponentissimo, le detonazioni sono fortissime.

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Così scrivono in data 6 da Messina, dove si gode sicuri lo spettacolo, e dove il vento porta dei lapilli. Noi togliamo una descrizione dell’isola dal celebre viaggio di Eliseo Reclus, ed alcune incisioni da quest’opera, e del classico Atlante di Attilio Zuccagni Orlandini.

Ordinariamente è da Milazzo che i viaggiatori salpano alla volta di Vulcano e di Lipari, i due più grandi isolotti del gruppo Eolio. Io spesi non poco tempo davanti al porto per passare in rassegna non già le barche ma i battellieri; moltissimi, senza dubbio fiori di galantuomini, erano di aspetto poco rassicurante, né ci fu verso che mi lasciassi lusingare dalle loro proposte. Infine, messi gli occhi sopra un robusto vecchio dai bianchi capelli, la di cui fisonomia dolce ed arguta mi andava a sangue, in un attimo fu concluso il contratto. Il vecchio pescatore si fece prestare un comodo battello più solido della sua barca mezza sfasciata, radunò le provvisioni necessarie per la escursione, e in mezz’ora tutto era pronto: don Gaetano mi fece conoscere il suo compagno di remo, infelice sordomuto che mi diede subito segni di benevolenza e mi complimentava con grida inarticolate; presi posto nella barca e si sciolse la corda che ci riteneva nel porto di Milazzo.

Nel momento della partenza, il sole stava per tramontare dall’altra banda del promontorio, e i suoi raggi brillavano ancora dietro le cime degli oliveti. Un’ora dopo già avevamo valicato il capo, sospingendoci verso l’altro mare colla prora rivolta verso la purpurea regione dell’orizzonte, dove il sole si era pochi istanti prima abbassato. Si tranquillo era il mare, che il pilota non peritava di lasciare tra le mie mani inesperte il timone; intorno a noi i bagliori dell’atmosfera riflettevansi nel limpido specchio delle acque come in un altro cielo. Gli splendori del crepuscolo smarrirono a poco a poco la loro intensità, il rosso acceso, poi il giallo si tramutarono in un riflesso pallido e finalmente svanì anche questo. Dietro a noi, le scogliere di Milazzo perdevansi gradatamente nel buio. Verso occidente, il profilo lontano dell’isola di Vulcano confondevasi colle tenebre. Per reggere con mano ferma il timone, io dovea tener fisse le pupille sulla più grande stella d’Oriente, che la vela inclinandosi e poi drizzandosi colla barca or celava, or discopriva. Più tardi, sollevandosi dietro le montagne calabresi, la luna venne a seguire colla sua face luminosa il nostro viaggio, distendendo sul solco lasciato dal battello sull’onde la sua immensa orma di argentea luce. Le meduse fosforescenti passavano in lunghe processioni, tremolavano un tratto sotto il colpo dei remi, poi si disperdevano tra i flutti rischiarati dall’astro notturno. Come è soave in queste magnifiche nottate sul Mediterraneo abbandonare il pensiero in armonia colla natura, meditando a ciò che solo da qualche valore al pellegrinaggio della vita, alla pratica della giustizia e all’amore della libertà!

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La traversata durò circa ott’ore, tanto che mi colse il sonno. Il sordomuto prese dalle mie mani il timone, mentre il vecchio marinaio spiegava una vela sulla barca per proteggermi dalla malefica rugiada notturna. Quando il battello fece sosta alla spiaggia di Vulcano io mi ridestai bruscamente, e balzando in piedi contemplai la scena che avevo dinanzi tra il velo incerto dei primi albori. Alla vista dell’enorme rovina, chè tale apparisce la intera isola, la mia prima impressione fu il terrore. Da Tindaro e dal capo di Celavà già m’ero formato un’idea degli scoscesi dirupi delle pendici meridionali di Vulcano; ma da quella banda l’isola mostra qua e là variopinti lembi di verzura; vigneti oliveti, e come punti bianchi vi si distinguano perfino tre o quattro casupole abitate da coloni provenienti da Lipari. La regione orientale dell’isola, ove noi eravamo approdati, non offre invece che il simulacro della distruzione e della morte. Su quelle balze nude nessuna traccia di vegetazione; sembra essere al cospetto di una di quelle contrade dell’emisfero lunare ove il telescopio non mostra che precipizi vulcanici, spaccature del suolo, obelischi di lave. Nere sono quasi tutte le roccie o di un colore bruno vermiglio come il ferro irrugginito; ne vedi di sanguigne, di gialle, di biancastre; ogni colore ha un rappresentante in questa bolgia spaventosa, eccettuatone il verde, ristoro degli occhi. Tutto è un ammasso di lave e di scorie come quando l’isola tumultuosamente fu sollevata dalle profondità misteriose del mare. A dritta sorge un immenso cono vulcanico rinchiuso dritta sorge un immenso cono vulcanico rinchiuso in un cratere diroccato; a dritta sovra un’altra montagna eruttiva il Vulcanello; perfino il porto nel quale si culla la barca è un antico cratere sottomarino.

Non guari dopo il mio arrivo nell’isola un uomo sbucò fuori dalla caverna che si spalanca alle basi di Vulcanello, affrettandosi a venirmi incontro. Era il cicerone di Vulcano. Salutandomi, senza dir motto s’incamminò verso il grande cratere precedendomi a rapido passo. Il sentiero attraversa prima una piccola valle formata da tutte le scorie che le acque pluviali strappano dai dorsi montuosi e depongono sull’imboccatura della baia; poi serpeggia tra i fianchi dirupati del monte, qua e là divisi da profondi abissi. La terra che si calpesta risuona sotto i passi come una volta cava. Verso i due terzi dell’altezza da piccoli crepacci rampollano fumaiuole, e il suolo si riveste di cristalli di solfo rassomiglianti a licheni. Vapori bianchicci durante il giorno, rossastri nella notte, fiottano sul vertice della montagna, e secondo lo stato atmosferico, secondo la gagliardia dell’impeto eruttivo, si accumulano in fitte nuvole sulla bocca del cratere o si sparpagliano in nebbie sottili nell’azzurro celeste. Gli abitanti di Lipari considerano il fumo di Vulcano come un infallibile barometro. Una data corrente di vento deve spirare quando le bianche nubi di vapori cadono a larghi strati lungo i fianchi di tutta la montagna; una diversa direzione deve prevalere nella corrente atmosferica quando più non si vede il berretto sul monte. Certamente in simili pronostici, dei quali fin da Polibio favellarono tutti gli antichi autori, un fondo di verità deve esservi, essendo essi basati sulla secolare esperienza dei marinai liparoti; ma a Spallanzani e ad altri naturalisti non fu possibile confermare la tradizione con osservazioni dirette.

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Nel momento della mia visita i vapori a turbini muggivano nel cratere. Questa immensa fornace, più grande di quante se ne vedano nei vulcani dell’Europa meridionale, non ha meno di due chilometri di circonferenza nel margine superiore; le sue pareti drizzansi verso sud a trecento metri di elevatezza; la profondità dell’abisso avanza in larghezza i cento metri. Attraverso il fumo che si sprigiona possono distinguersi gli interni dirupi rossi come cinabro o gialli come l’oro qua e là venati dai più svariati colori, a seconda delle diverse sostanze che in quell’immenso laboratorio si sublimano. Sull’orlo del precipizio le pietre smosse cedono sotto il passo, e pure e d’uopo discendere rapidamente, imperocchè in qualche luogo il suolo cavernoso scotta come la volta in un forno. Lingue di fiamme guizzano sulle pendici. L’aria è impregnata di vapori gravi al respiro a tanfo di solfo. Un incessante susurro di zufolii arcani mormora in quel recinto, e d’ogni banda spalancansi fori d’onde irrompono i gas. Alcuni isolani, ormai assuefatti come le salamandre della favola a vivere tra le fiamme, vanno qua e là raccogliendo le stalattiti di aureo solfo ancora fumante, e le fine punte dell’acido borico candide come la piuma del cigno .

Non è raro che ingolfandosi in questa in questa cerchia le acque pluviali la convertano d’improvviso in un lago, ed è allora bello vedere zampilli e cascatelle sfuggire di qua e di là per le fessure e traboccare come torrenti sui dorsi esterni, mentre una pronta evaporazione asciuga le roccie interne, calde degli ardori vulcanici. Certe fumaiuole, di cui gas vennero non ha guari analizzati da Fouquet, hanno una temperatura di 360 gradi; altre polle meno cocenti sbucano da molti luoghi dell’isola e perfino tra i rifiuti della baia. Dal margine del grande cratere è facile scorgere questi getti di vapori che gorgogliando si innalzano dal fondo del mare allargandosi a spira, come se un grigio fango venisse dalle profondità iniettato tra le onde. V’hanno luoghi dove l’acqua marina riscaldata da queste eruzioni offre ai turisti inglesi il puerile trastullo di cuocere qualche uovo nel grande paiuolo!

Quantunque la superficie di Vulcano si estenda per cinquanta chilometri quadrati, non è stabilmente abitata che da sei o sette operai intenti a farvi raccolta di solfo e di acido borico o a fabbricarvi l’allume. La officina è un meschino tugurio che per colore si confonde colle roccie circostanti; gli operai, veri trogloditi, succinti in sordide vesti alle quali la polvere della lava dona una tinta di ruggine, dimorano negli antri della montagna di Vulcanello. Tentarono di coltivare legumi nella convalle delle ceneri e delle scorie, ma invano; ogni fili d’erba vi si spegne, e tra i molti frutteti colà piantati non restano che due o tre ceppaie di fichi rattrappiti e morenti. Ogni settimana deesi aspettare da Lipari una scorta di vitto; se per malavventura il battello delle provvigioni mancasse ad un solo dei suoi viaggi, la piccola popolazione di Vulcano sarebbe condannata a perire di fame.

E’ facile intendere come tale esistenza non offra nulla di piacevole, sia pure sotto il cielo ridente del Mediterraneo, e la tristezza e il patimento sono i caratteri fisionomici di quei poveri lavoranti. Mi si era fatto credere a Milazzo che costoro fossero ribaldi briganti, costà relegati dalla Calabria, e per assicurarmene ne chiesi contezza alla mia guida che io stimava fosse il loro guardiano. Impallidì, e il suo sguardo profondo si rivolse dolorosamente verso le cime azzurre degli Appennini, che lontane apparivano al di là del golfo. Ah sì, è vero! rispose sospirando, e il suo lugubre aspetto rivelava una immensità di angoscia. Ed infatti l’esilio è orrendo tra questi scogli rossi e fumanti!

Vicinissima a Vulcano è Lipari; il canale che divide queste due isole ove è più ristretto non è largo più di un chilometro. Due roccie a forma di obelischi torreggiano nel mezzo dello stretto, per modo che un valente nuotatore potrebbe agevolmente passare da un isola all’altra riposandosi a mezzo cammino. Ma c’è il guaio dei pescicani che bazzicano volentieri, a quanto dicono i Liparisti, tra le isole Eoli, pesci che presto ti piombano addosso e a inghiottirli la testa o le gambe non ci mettono scrupolo.

Indicibile è il contrasto tra i mucchi di scorie di Vulcano e la pendice orientale di Lipari. Qui una considerevole cittadella si innalza a duplice anfiteatro sui due fianchi di un promontorio coronato da un antico castello. Nel porto convengono molte piccole barche e navicelli, e una pianura abbellita da ulivi, aranceti e famosi vigneti ricinge la città. I campi coltivati invadono i monti fino alle cime. Una operosa popolazione di marinai e di mercanti dà vita e moto al porto, e per le strade incontransi cittadini d’aspetto lieto e gioviale.

Lipari pei geologi e i mineralogisti è terra promessa. Ha, come le vicine isole, vulcani, crateri, lave di più maniere , e, per soprassello, è ricca di formazioni assai rare nel resto dell’arcipelago. Tutto composto di ossidiana è il monte Castagna; un altro colle elevato, detto Monte o Campo Bianco, è un ammasso di pomice che visto da lontano sembra un enorme mucchio neve. Lunghe colate bianche rassomiglianti a valanghe, riempiono le gole della montagna, e il più debole movimento, il passo d’un animale o il soffio della brezza bastano per far distaccare dai fianchi scoscesi una pioggia di pietre che piombano tuonando di rupe sin nei flutti ai piedi del vulcano. Spesso nei dintorni dell’isola vedonsi galleggiare sul mare queste pietre leggiere in sembianza di fiocchi di spuma.

A Lipari abbondano le meraviglie. Qui si spalanca la grotta di Molini, dove, a quanto narrano le antiche leggende, rifugiavasi il diavolo nella vana speranza di sfuggire alla spada di san Calogero, finchè inseguito e snidato da quell’asilo, si decise a dare il tuffo nel cratere di Vulcano che è porta massima dell’inferno. Alle preziose ricchezze naturali qui si aggiunge il pregio di una situazione favorevolissima ai curiosi per esplorare dall’alto di un poggio la distribuzione di tutte le isole Eolie. E’ Lipari il centro di tre irradiamenti vulcanici, l’uno dei quali è rivolto al sud verso Vulcano; l’altro ad ovest verso Alicuri, Salina e Filicuri; il terzo a nord-est verso Stromboli, faro gigante del Mediterraneo. A me non toccò in sorte il diletto di ascendere quest’ultima massa ignivoma; ma indelebile mi resterà nella mente lo stupore che mi colse nel trovarmi alle falde della fumante piramide. Alla superba sveltezza si comprende che la montagna deve a profondità enormi distendersi sotto il mare; i suoi abissi si prolungano fino ai mille metri, che lo scandaglio misura per arrivare al fondo del mare Eolio. Nel contemplare Stromboli i naviganti che ne rasentono le pendici a picco credono di trovarsi quasi sospesi nell’aria, credono di vedere la loro nave avanzarsi nell’atmosfera a mezza altezza della montagna.

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