Florenzia e la santità nel quotidiano, una testimone della luce

suor teresa

di Michele Giacomantonio

Gesù “luce che illumina le genti” (Lc. 2,22)

E questo ha fatto Florenzia nella sua lunga vita: riproporre la forma di vita di Gesù. Ma come? Ed è  ancora attuale la proposta di Florenzia ormai a 56 anni dalla sua morte? Tutti certamente sappiamo di Florenzia non foss’altro perché c’è il suo Istituto e le sue suore a ricordarcelo ma probabilmente pochi sanno qual è la sua proposta di vita e come questa non solo continui ad essere attuale ma forse oggi lo sia ancora di più che nel passato.

Vorrei parlare della proposta di Florenzia in un percorso che si articola in tre fasi: Florenzia e la vita quotidiana, Florenzia e la vita spirituale, Florenzia e la santità.

 

Florenzia e la vita quotidiana

Florenzia fu una suora ma non scelse il convento. Formò una comunità religiosa, volle che condividesse l’esperienza quotidiana della gente comune, si mise al servizio degli ultimi e dei più bisognosi. Creò una comunità religiosa cioè volle fondare una scuola di fraternità impegnando le sue figlie alla formazione permanente alle virtù evangeliche: umiltà, accoglienza dei piccoli e dei poveri, correzione fraterna, preghiera comune, perdono reciproco, condividendo la fede, l’affetto e i beni materiali”( Messaggio per la 16.a Giornata mondiale della vita consacrata). Una esperienza forte per chi vi fa parte, una profezia per il resto del mondo.

Questa comunità religiosa doveva e deve condividere l’esperienza della gente comune a cominciare dal lavoro e dalle relazioni sociali, ma con uno stile di vita tutto particolare ispirato alla povertà evangelica e cioè “all’insegna dell’essenzialità, della gratuità, dell’ospitalità, superando le derive dell’omologazione e del consumismo” (Messaggio…).

Ancora, il servizio agli ultimi è rivolto allo sviluppo armonioso delle persone sia nelle opere assistenziali (Florenzia si dedicò agli orfanotrofi, ai mendicicomi, alla promozione umana e culturale delle periferie…), sia negli ospedali, sia nell’attività scolastica. Prima tentando di dare una risposta ai bisogni più immediati per combattere l’abbrutimento e risvegliare i tratti dell’umanità che spesso venivano sopraffatti dalla miseria; poi – soprattutto a contatto con le grandi città – scoprendo che oltre alle povertà materiali esistono anche le povertà morali e che anche i figli della borghesia hanno bisogno di una educazione che permetta loro di crescere in umanità. Ed è questa consapevolezza matura che caratterizza oggi l’Istituto dall’Italia al Brasile, al Perù.

 

Florenzia e la vita spirituale

 

Florenzia può sviluppare una forte opera caritativa che procede anche nei momenti di maggiore difficoltà perché quest’opera è alimentata da una spiritualità profonda ed intensa.  Di questa spiritualità vorrei cogliere soprattutto quattro aspetti.

Il primo aspetto è la preghiera: una preghiera radicata nel silenzio un silenzio vero che è tale – usava dire – “solo quando l’anima si incontra con Dio”. Preghiera e silenzio formano in Florenzia un binomio inscindibile perché aveva capito che la preghiera era dialogo, conversazione. Era lode, intercessione, supplica ma anche ascolto. E Gesù e la Madonna spesso rispondevano a Florenzia. Ed è certamente questa confidenza che diede alla madre quella grande forza per affrontare e superare le difficoltà e le avversità. Alla preghiera si appoggiava – ricordava suor Gemma che le fu compagna fin dai primi anni – “nella furiosa procella che  sembrava scaraventare tutta la sua opera nel profondo del mare”

E di fronte alle difficoltà ed alle avversità Florenzia comprende fino in fondo la grande lezione di Francesco sulla “perfetta letizia” che è la vera conversione, cioè il passaggio dal proprio “io” come centro della propria esistenza all’abbandono a Dio facendo di lui il centro vero ed unico. Ed è questo il secondo aspetto.

Ma che cosa vuol dire “abbandono a Dio” se non percorrerlo nella sequela di Cristo dal Presepe, alla crocefissione, al farsi Eucaristia. Questa è la prima concretizzazione della conversione ed il terzo aspetto della sua spiritualità.

Ed infine il quarto aspetto: la concretizzazione nell’altro, nel povero, nel sofferente, nel bisognoso. Alle suore missionarie in Brasile che erano andate a prestare la loro opera negli ospedali scriveva: “Come sarebbe bello se in uno dei tanti ammalati trovereste Gesù in persona. Ma se non Lo trovate visibile, Lo troverete sempre invisibile. Quindi quando avvicinate l’ammalato andate con quel pensiero che vedete Gesù”. E per Florenzia divennero Gesù i bambini abbandonati e bisognosi, le giovani universitarie da ospitare, le anziane, gli ammalati, “quanti non trovavano sulla terra l’atmosfera della  pace cristiana e la fortezza serafica”.

Florenzia e la santità

Ha scritto il card. Martini commentando quanto la Lumen Gentiun dice a proposito  del fatto che tutti siamo chiamati ad essere santi: “Oggi nella Chiesa la santità che ci si presenta è come ogni santità eroica, qualcosa di straordinario ma insieme semplice: un eroismo semplice, una normalità esemplare, una sublimità a noi vicina, una santità popolare.

In qualche modo la santità ci appare come il ponte che collega il “già” ed il “non ancora” del regno di Dio.

Gesù “ interrogato dai farisei “Quando verrà il regno di Dio?”, rispose. “il regno di Dio, non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui, eccolo là.. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!””.(Lc. 17, 20-25).

Si tratta di usare il discernimento per individuarne i semi di questo regno – e cioè tutti i segmenti di amore, di carità di solidarietà sparsi nel mondo – ed aiutarli a crescere ( Mt 13, 31-32) come accade al lievito che è una piccola parte della farina ma fa lievitare tutta la pasta (Mt. 13, 33).

Il pane è ben diverso dalla farina, ha subìto una profonda trasformazione. E così, potremmo dire, dei granelli di senapa che diventano piante. E forse lo stesso potremmo dire degli spezzoni di amore presenti nel mondo che proprio grazie alla loro trasfigurazione, cioè attraverso la santificazione di chi li impersona, diventano il “non ancora”. In questo senso parliamo della santità come ponte nella costruzione del regno.

Di questa santità popolare, vissuta nel quotidiano, Florenzia fu un  caso esemplare.

Ad una suora che le chiede come farsi santa Florenzia risponde con humor. ”Le sue parole molto gradite al mio cuore mi spronano ad una risposta. Ma che risposta posso darle io poverella e figlia di poverello? Ripeto le stesse sue parole: tra pentole e pentolini vi è la sua santità. Quando accende il fuoco si ricordi dell’inferno e del purgatorio e così il suo lavoro sarà tra meditazione e lavoro tutto per Gesù.Cosa vuole di più? Si faccia santa e preghi per me”.

Una “piccola via” potremmo dire. Ma questa piccola via vissuta nella quotidianità non sempre e non necessariamente è banale, anzi qualche volta giunge a richiedere un eroismo molto prossimo a quello dei martiri.

“La sicurezza che la sua missione nella Chiesa era voluta da Dio – ha scritto di Florenzia suor Gemma -, le fece sostenere con animo virile le incomprensioni, le defezioni, gli scontri, specialmente con le autorità ecclesiastiche. Queste lotte scalfirono la sua fibra fisica, ma la sua fede affondava in più salde radici. Giustamente fu definita “la roccia”…Fidò nella Divina Provvidenza anche quando la Comunità versava in difficoltà finanziarie. Quante volte si mancava anche del necessario, ed essa soleva dire che Dio aveva promesso a S. Francesco: “Anche se tutto il mondo avesse un solo pane, metà sarebbe dei suoi figli”.

La virtù della pazienza in madre Florenzia

Premessa

Mi sono convinto, riflettendo sulla vita di Florenzia, che la virtù maggiore che ha connotato tutta la vita della Serva di Dio, dalla fanciullezza alla vecchiaia, sia stata la pazienza. La pazienza più dell’obbedienza. L’obbedienza era naturalmente uno dei tre voti, uno dei tre consigli evangelici, ma questa era così salda e spontanea senza apparire mai come costrizione perché era fondata sulla pazienza e la pazienza a sua volta era fondata sulla certezza incrollabile, senza dubbi e senza incertezze, che il suo progetto – dalla propria vocazione alla promozione dell’Istituto ed alla affermazione di questo – era voluto da Dio.  Una certezza che le derivava  dall’”ascolto della voce” maturato nella preghiera e nel silenzio.

Ma la pazienza è una virtù così importante? Più dell’obbedienza tanto da poterle fare da fondamento?  Ed è importante sotto l’aspetto umano o anche dal punto di vista della fede? Ed ha valore anche nel nostro tempo o è una virtù del passato che nell’era della comunicazione in tempo reale non ha più senso?

Attualità della pazienza

Non ho la pretesa di affrontare il problema a livello interdisciplinare. Per quando riguarda l’importanza della pazienza nella società moderna o post-moderna, come si usa dire, faccio riferimento ad un articolo del sociologo polacco Zygmunt Bauman[1] che sostiene che viviamo un tempo in cui la pazienza si è estinta e desideriamo un mondo sempre più simile al caffè istantaneo ma, a suo avviso, applicare le regole di internet alla vita reale provocherebbe danni gravi sul piano etico e sociale.

“Stiamo perdendo la pazienza – constata Bauman -, eppure i grandi risultati necessitano di grande pazienza. Il periodo di tempo in cui si è in grado  di tenere desta la soglia di attenzione, l’abilità a restare concentrati per un tempo prolungato – in definitiva, quindi, la perseveranza, la resistenza e la forza morale, caratteri distintivi della pazienza – sono in calo, e rapidamente”.

Questo influisce sulla disponibilità ad ascoltare e sulle facoltà di comprendere, sulla determinazione ad “andare al cuore della faccenda”, quindi provoca un continuo declino delle capacità di dialogare. “Strettamente connesso ai trend descritti è il danno inferto alla memoria, oggi sempre più spesso trasferita e affidata ai server, invece che immagazzinata nel cervello”.

Naturalmente non possono mancare i riflessi sulla natura stessa dei rapporti umani. “Allacciare e spezzare legami online è più comodo e meno imprudente che farlo offline. Non comporta obblighi a lungo termine, e tanto meno promesse del tipo ‘finché morte non ci separi, nella buona e nella cattiva sorte’; non esige un obbligo così prolungato e coscienzioso come esigono i legami offline. Certo questo è un effetto non ascrivibile solo al diffondersi del digitale ed anche ad un malinteso senso della libertà ma forse soprattutto a quella che viene definita la banalizzazione dell’esistenza con l’affermarsi di stili di vita superficiali non fondati su scelte di vita che investono le basi dell’esistenza.  Per quanto riguarda la libertà oggi essa viene spesso immaginata come l’assenza di legami, di vincoli, come possibilità di azzerare il passato rimuovendo tutto ciò in cui prima si viveva, e anzitutto le relazioni e gli impegni assunti,  e ricominciare tutto da un nuovo punto di partenza. Oggi la vita di coppia è divenuta fragile, la fedeltà difficile, il compatimento impossibile. Ma non è solo problema delle coppie ma di tutti i rapporti fondati sui sentimenti,  sulla fede, sui valori, sull’interiorità e quindi anche  le vocazioni, le amicizie.

Dai rapporti umani alla democrazia. “Al contrario delle aspettative abbastanza diffuse secondo le quali Internet rappresenterà un grande salto in avanti nella storia della democrazia e coinvolgerà noi tutti nel processo di dar forma al mondo che condividiamo, osserva Bauman che si vanno accumulando le prove per le quali Internet potrebbe servire anche a perpetuare e a rafforzare conflitti e antagonismi”.

Naturalmente i sociologi lavorano sulle linee di tendenza e sono portati ad accentuare i contorni degli scenari che vanno prefigurando. Ed è lo stesso Bauman a metterci sull’avviso affermando che è  prematuro valutare gli effetti aggregati di un cambiamento-spartiacque fra mondo online e mondo offline, così determinante nella condizione umana e nella storia culturale. Ma subito dopo aggiunge che “a conti fatti, d’ora in poi, faremo bene a tenere d’occhio da vicino le conseguenze della spaccatura online/offline”.

E faremo bene  quindi a coltivare quella virtù della pazienza che è alla base di quella cultura del dialogo, della responsabilità, dell’affidamento reciproco, della fedeltà, ecc. che hanno garantito forme di convivenza fondate sul rispetto reciproco che hanno consentito di risolvere gravi problemi umani e sociali. Di fronte a tutte le trasformazioni tecnologiche, sociali e politiche vagheggiate o temute la pazienza si è dimostrata come la vera forza rivoluzionaria di cui l’uomo dispone.

 

La pazienza di Dio

Ma se la pazienza a livello umano e sociale è così influente che ci dice la teologia e quindi la fede? “La virtù dell’anima che chiamiamo pazienza – osserva Sant’Agostino – è un dono di Dio così grande che noi parliamo di pazienza anche riferendoci a colui che a noi la dona; e vi intendiamo la tolleranza con cui egli aspetta che i cattivi si ravvedano. È vero infatti che il nome “pazienza” deriva da patire, ma pur essendo vero che Dio non può in alcun modo patire, tuttavia noi per fede crediamo, e confessiamo per ottenere la salvezza, che Dio è paziente”[2] .

Ed il monaco Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, spiega che noi sappiamo fin dall’Antico testamento  che Dio è paziente. Dio lo afferma a Mosè quando lo incontra sul monte Sinai per dargli le tavole della legge: “ Io sono il Signore, il Dio misericordioso e clemente, sono paziente sempre ben disposto e fedele” (Esodo 34,6). L’espressione che sentiamo tornare di frequente per indicare la pazienza di Dio nell’Antico Testamento, è “lento all’ira”[3].

 

La pazienza del Figlio

La pazienza del Padre si traduce nella pazienza del Figlio. C’è una parabola che dà la misura e la natura di questa pazienza ed è la parabola della remissione dei debiti ( Matteo 18,23 e ss.). Il padrone accoglie la preghiera del servo che chiede pazienza perché non può pagare i  propri debiti ma lo punisce duramente quando vede che questi non si comporta, con altrettanta misericordia, verso i propri debitori.

La pazienza di Gesù è scandita da quella che il Vangelo chiama “la sua ora”. Osserva il teologo José Maria Cabodevilla che Gesù vivrà sempre dipendente da quella “ sua ora, tante volte da lui stesso menzionata (Mt 26, 45; Lc l4, 35.41; Gv 12,27; 17,1…)… Non ha alcun potere su quell’ora e nemmeno la conosce (Mc 13, 32). Conoscerla avrebbe significato una forma di potere su di essa, una anticipata notizia relativa agli occulti disegni del Dio dell’Esodo e ciò avrebbe reso psicologicamente impossibile una normale vivibilità umana del tempo…. Ogni uomo ha la sua ora e davanti ad essa dovrà osservare un comportamento simile: «Abbiate pazienza finché arriverà il giorno del Signore» (Gc 5, 7). Come qualsiasi altra virtù cristiana, la nostra pazienza si può solo intendere come imitazione e sequela di Cristo. Non ha niente dell’imperturbabilità e dello stoicismo agnostico[4].

La pazienza di Dio trova  la sua espressione più pregnante nella passione e croce di Gesù: lì la dissimmetria fra il Dio che pazienta e si spoglia di tutto per farsi prossimo all’uomo e l’umanità peccatrice si amplia a dismisura nella passione di amore e di sofferenza di Dio nel Figlio Gesù Cristo crocifisso. Da allora la pazienza, come virtù cristiana, è un dono dello Spirito  elargito dal Crocifisso-Risorto, e si configura come partecipazione alle energie che provengono dall’evento pasquale. Mentre l’egoismo umano produce immoralità, corruzione e vizio, idolatria, magia, odio, litigi, gelosie, ire, intrighi, divisioni, invidie, ubriachezze, orge ed altre cose di questo genere, lo Spirito produce amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé (Galati 5,22).

Ed ai primi cristiani che si lamentavano che il ritorno del Signore sembrava tardare Pietro ricordava che per il Signore un giorno sono come mille anni e mille anni come un giorno. «Il Signore non ritarda nell’adempire la promessa […], ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti giungano a conversione» (2 Pietro 3,9). E  Giovanni, rifacendosi direttamente al Maestro,  aggiungeva: «Se rimarrete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 31-32) .

Proprio commentando queste parole, Cipriano di Cartagine, vescovo e martire, osserva:  “ammessi alla speranza della verità e della libertà, possiamo davvero arrivare alla verità e alla libertà. Il fatto stesso di essere cristiani è questione di fede e di speranza; ma perché la speranza e la fede possano arrivare a portare frutto, è necessaria la pazienza”[5].

San Paolo parlando della carità, unisce ad essa anche la sopportazione e la pazienza. «La carità, dice, è paziente; è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, … non si adira non tiene conto del male ricevuto. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Cor 13, 4-5). Egli ci fa vedere così che essa può perseverare tenacemente per il fatto che sa sopportare tutto.

Ancora San Paolo nella lettera ai Romani ci ricorda che la sofferenza produce perseveranza e la perseveranza ci rende forti nella prova, e questa forza ci apre alla speranza. (5,4). A questo proposito il teologo Cabodevilla ci fa rilevare che apparentemente sembra che debba essere la speranza a generare la pazienza poiché solitamente è la speranza che ci incita ad essere pazienti. Ma la parola dell’apostolo contiene una verità più profonda, e cioè che solo con la pazienza si costruisce la speranza in quanto virtù, come nell’amore coniugale, che necessita del tempo e delle difficoltà inerenti al tempo, per essere qualcosa di più di un innamoramento passeggero. Il superamento di queste difficoltà genera la pazienza, rende ardua la nostra speranza, la consolida e la rivaluta fino a giungere a «sperare contro ogni speranza» (Rm 4,18). Pratica questa non meno dura, non meno paziente, di quella di credere contro ogni evidenza, di amare il nemico come noi stessi[6].

Ancora Enzo Bianchi fa osservare che, per il cristiano, la pazienza è coestensiva alla fede. Sia intesa come perseveranza, cioè come fede che dura nel tempo, sia come arte di accettare e vivere l’incompiutezza che rende capaci di guardare e sentire in grande. Questo secondo aspetto dice come la pazienza sia necessariamente umile: essa porta l’uomo a riconoscere la propria personale incompiutezza, e diventa pazienza verso se stessi; essa riconosce l’incompiutezza e la fragilità delle relazioni con gli altri, strutturandosi così come pazienza nei confronti degli altri; confessa l’incompiutezza del disegno divino di salvezza, configurandosi come speranza, invocazione e attesa di salvezza. La pazienza è la virtù di una chiesa che attende il Signore, che vive responsabilmente il non ancora senza anticipare la fine e senza ergere se stessa a fine del disegno di Dio[7].

Abbiamo parlato di pazienza nei confronti degli altri. Ne abbiamo parlato sopra a proposito delle relazioni umane nell’epoca del digitale e della banalizzazione degli stili di vita. Lo riprendiamo ora per le sue implicazioni religiose.  La pazienza è attenzione al tempo dell’altro, nella piena coscienza che il tempo lo si vive al plurale, con gli altri, facendone un evento di relazione, di incontro, di amore. Il pazientare, cioè l’assumere come determinante nella propria esistenza il tempo dell’altro (di Dio e dell’altro uomo), è infatti opera dell’amore. «L’amore pazienta», dice Paolo (1 Corinti 13,4). E la misura e il criterio della pazienza del credente non possono risiedere, in ultima istanza, che nella «pazienza di Cristo»(2 Tessalonicesi 3,5).

Ecco perché spesso la pazienza è stata definita dai Padri della chiesa come la summa virtus (cfr. Tertulliano, De patientia 1,7): essa è essenziale alla fede, alla speranza e alla carità. Innestata nella fede in Cristo, la pazienza diviene «forza nei confronti di se stessi» (Tommaso d’Aquino), capacità di non disperare, di non lasciarsi abbattere nelle tribolazioni e nelle difficoltà, diviene perseveranza, capacità di rimanere e durare nel tempo senza snaturare la propria verità, e diviene anche capacità di sup-portare gli altri, di sostenere gli altri e la loro storia. Nulla di eroico in questa operazione spirituale, ma solo la fede di essere a propria volta sostenuti dalle braccia del Cristo stese sulla croce.

In questa difficile opera il credente è sorretto da una promessa: «Chi persevera fino alla fine sarà salvato» (Matteo 10,22; 24, 13). Promessa che non va intesa semplicemente come un rimanere saldi in una professione di fede, ma come un mettere in pratica la pazienza e l’attiva sopportazione tanto nei rapporti intra-ecclesiali, intra-comunitari («sopportatevi a vicenda», Colossesi 3,13), quanto nei rapporti della comunità cristiana ad extra, con tutti gli altri uomini («siate pazienti con tutti», 1Tessalonicesi 5,14). La pazienza diviene così una categoria che interpella la struttura interna della comunità cristiana e il suo assetto nel mondo, in mezzo agli altri uomini, ai non credenti. E mentre interpella, inquieta.

C’è ancora un aspetto della pazienza su cui vorrei soffermarmi perché ha a che fare con la perfetta letizia e la capacità, di fronte anche a forti tribolazioni di mettere al centro dell’attenzione Dio e non noi stessi. Molto spesso, infatti, a noi sembra che Dio non premi la nostra pazienza. Sebbene Gesù abbia detto “Bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato” e ancora “Io sono la vite, voi i tralci, se rimarrete legati a me darete molti frutti e tutto ciò che chiederete radicati nelle mie parole, lo otterrete” ci sembra che le nostre richieste rimangano inascoltate. Le riproponiamo con frequenza ma senza risultato. E così ci chiediamo “Fino a quando deve prolungarsi la nostra preghiera perché Dio la ascolti?”. Forse,  ci suggerisce il teologo Cabodevilla, bisognerebbe porsi diversamente il problema. Non  quale sia il tempo di Dio per accogliere le nostre suppliche, ma quale è il tempo nostro finché non scopriamo e accogliamo e accettiamo la volontà di Dio. Lungo tutto il percorso della nostra  preghiera infruttuosa è stato Dio a dimostrarsi paziente alla sordità di un’anima che a forza di parlare, si rendeva incapace di udire. Infatti la comunione di più volontà alla quale tende ogni vera preghiera deve realizzarsi verso l’alto e non verso il basso. Dio esaudirà tutte le sue promesse, ma non è tenuto a soddisfare tutti i nostri desideri. Mai dà una pietra a chi gli chiede un pane, ma neanche dà un coltello al bambino che gli chiede un coltello oppure non intende sacrificare un disegno più grande di quello che chiediamo. Se l’uomo, invece di lamentarsi che Dio non lo ascolta, si immergesse nel silenzio per ascoltare Dio, finirebbe per capire e il suo cuore potrebbe così evolvere dal desiderio all’annientamento, dall’esigenza fino al distacco, dall’impazienza fino alla pazienza.

Infine ancora una considerazione. La pazienza cristiana non ha niente di quelle passività tipiche di tante pazienze umane per cui sarebbe meglio parlare di rassegnazione. La pazienza cristiana non è rassegnazione a qualcosa ma abbandono a qualcuno. Più che sperare in qualcosa noi speriamo in qualcuno.

La pazienza di Florenzia[8]

Abbiamo già detto che la pazienza fu una virtù che accompagnò Florenzia tutta la vita dalla fanciullezza sino alla vecchiaia. Ora, alla luce delle considerazioni fatte, possiamo dire che la pazienza di Florenzia fu una pazienza radicata nella fede ed alimentata dalla fede.  Fu il fondamento della sua spiritualità ed a questa spiritualità si alimentò. Se vogliamo partire dall’ultima considerazione che abbiamo fatta e cioè che la pazienza cristiana non è rassegnazione ma abbandono a qualcuno scopriamo che essa si addice a Florenzia pienamente e rimanda al suo affidamento pieno, completo, senza misura a Gesù. Ma se ripercorriamo tutto il ragionamento che abbiamo fatto ci accorgiamo come ogni singolo passaggio si addice pienamente a Florenzia come l’attesa paziente dell’ora , l’attenzione ai tempi degli altri, l’anteporre la volontà di Dio alla nostra supplica, ecc. Certo lungo il corso della vita della Madre questa pazienza è venuta approfondendosi, ha fatto i conti con un temperamento che in gioventù era un po’ impulsivo, impaziente e quindi è arrivata a raggiungere il pieno controllo del proprio carattere. Ma anche questo è un merito della Serva di Dio ed in qualche modo una anticipazione dell’urgente bisogno che abbiamo oggi di formarci alla pazienza. Ella infatti ha compreso che la pazienza non era sì un dono da chiedere nella preghiera ma, ancora prima, un valore da costruire attraverso l’autoformazione e il controllo di sé e che quante maggiori erano le avversità da affrontare tanto più doveva confidare nella pazienza.

Se vogliamo seguire questo cammino lungo i molti problemi che,  Giovanna prima e Florenzia dopo, incontra potremmo articolare la sua vita in tre periodi tutti scanditi dal tema della pazienza.  La pazienza per realizzare la sua vocazione di  suora, prima a Lipari e poi negli Usa, che potremmo chiamare la pazienza della semina. La pazienza nel realizzare e consolidare il suo istituto, alle prese prima con l’apertura della casa a Lipari, poi con la carenza di vocazioni, e quindi con i pregiudizi dei superiori ed i contrasti che ne derivavano. Una pazienza che potremmo chiamare delle prove alle prese con le difficoltà. Infine la pazienza del raccolto e cioè l’attenzione ad accompagnare lo sviluppo dell’istituto dai piccoli paesi di provincia alle città, all’apertura della casa generalizia a Roma, alla missione in America latina.

Parlando di pazienza della semina e del raccolto viene in mente San Giacomo. “Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera” (Gc.5,7).

Per Giovanna anche il periodo della semina non fu privo di problemi. Fin da bambina mostrò subito una spiccata attitudine alla preghiera ed al silenzio. Passava lunghe ore dinnanzi all’immagine della Madonna degli angeli e spesso mamma Nunziata doveva mandarla a chiamare e la sgridava perché trascurava gli impegni di casa fra cui vi era la cura dei fratellini più piccoli. Il silenzio e la preghiera la portarono nel giorno della prima comunione a sentire la voce di Gesù. Non se ne meravigliò ed anzi lo confidò alla sorella più grande che le consigliò di tenere questo segreto per sé se non voleva essere presa per matta.

La pazienza della semina

Giovanna non ne parla più ma continua sentire nel cuore e nelle orecchie la voce di Gesù e della Madonna. A 17 anni confida alla madre che vuole farsi suora. Mamma Nunziata non ne vuole nemmeno sentire parlare. Non è il momento, con la malattia del padre che si protrae ormai da anni e lo rende invalido, c’è bisogno del lavoro di tutti. Giovanna china la testa ma fa nel suo cuore una scelta di vita: se non potrà andare in convento e farsi suora, allora vivrà in casa come una suora abolendo dalle sue consuetudini anche il più innocente atteggiamento mondano: le festicciole con gli amici e parenti, le passeggiate con le amiche, e da ragazza giuliva e gioiosa diventa riservata e schiva. Già da tempo si era dedicata a curare il papà infermo, ora aumenta il suo impegno e se fino allora la madre si era riservata le cure più intime per rispettare il pudore di Giovanna, ora Giovanna non accetta più limitazioni. Se deve curare suo padre come farebbe una suora deve poter fare tutto quello che fanno le suore in ospedale, senza scrupoli e falsi pudori.

Giovanna torna a riparlare della sua intenzione di farsi suora alla morte del padre quando mamma Nunziata annunzia che sono costretti ad andare a New York dove suo fratello garantisce che troverà  un lavoro a Giovanna ed i suoi fratelli  grandicelli Angelina, Nunziatina, Peppino e Maria mentre Antonino rimarrà a studiare in seminario.

“Perché non posso rimanere anch’io e farmi suora?”, chiede Giovanna. “Perché i risparmi che abbiamo – risponde mamma Nunziata – bastono solo per gli studi di Antonino e non ce ne sono per la tua dote. E poi, questo viaggio costa e costa anche il soggiorno a New York. Lo zio anticipa tutto ma poi bisogna rimborsarlo e questo sarà possibile con gli sforzi di ciascuno di noi. Giovanna, non è questo il momento”. Ed ancora una volta Giovanna china la testa.

Ma a testimoniare che la sua non è rassegnazione ma affidamento alla volontà di Dio, lo dimostra il fatto che il viaggio negli Stati Unità darà i suoi frutti. Infatti è grazie al terribile viaggio in nave ed all’incontro con i frati di Sant’Antonio in Sullivan Street che la vocazione di Giovanna si precisa come vocazione francescana. E proprio a Sant’Antonio Giovanna incontrerà in padre Daniele, una valida guida spirituale, che saprà consigliarla quando, a quasi tre anni dall’arrivo a New York, constatando che tutti i debiti con lo zio erano stati saldati e che ormai aveva compiuto ventisei anni, decide di riproporre con forza la richiesta di farsi suora. Ancora una volta la risposta di mamma Nunziata è negativa. “Solo ora, finalmente abbiamo un po’ di respiro e tu vuoi andartene? Non se ne parla proprio”. Ma questa volta Giovanna non è sola a decidere. Le viene in soccorso a confortarla la “sua voce” e padre Daniele, dopo averle chiesto di fare un ultimo tentativo che sarà ancora infruttuoso, decide di aiutarla. Finalmente anche per Giovanna è giunta la “sua ora”, l’ora di realizzare il suo sogno. E così Giovanna va alla casa delle novizie ad Allegany dalle Franciscan sisters che avevano un convento vicino alla chiesa di Sant’Antonio ed a metà luglio del 1899 vestirà l’abito francescano ed assumerà il nome di Maria Florenzia.

La pazienza dinnanzi alle prove

Superato il periodo della semina si apre per Florenzia un lungo periodo in cui la sua pazienza è messa alla prova e spesso si tratta di prove dure. La prima prova deve superarla negli Stati Uniti a Pittsburg dove è stata inviata con altre compagne per aprire un centro di assistenza sociale e spirituale per gli immigrati italiani. L’esperimento fallisce, non certo per colpa di Florenzia, e lei si trova nella delicata situazione di ricominciare tutto da capo e dover rifare il noviziato. In questo frangente si pone il problema di rientrare a Lipari dove è tornata la sua famiglia. Ma non è questo che la convince a rientrare. Florenzia torna a Lipari perché lì la chiama il vescovo di Lipari che vuole che si occupi delle ragazze madri e dei bambini abbandonati realizzando per loro un istituto. Ma proprio l’apertura di questo istituto sarà una prova durissima. La diocesi non può aiutarla e deve fare tutto da sola ma finalmente col sostegno della famiglia. Deve trovare una sede, deve arredarla, deve cercare delle novizie che accettino di condividere con lei l’esperienza, deve prendere contatto a Roma con il Ministro generale dei Frati minori per ottenere l’aggregazione all’ordine. Il vescovo di Lipari, Mons. Raiti la sostiene ma non può fare molto per non ingelosire le suore di Carità che sono a Lipari dal 1886 e si dedicano alla formazione delle ragazze delle famiglie borghesi.

Finalmente l’1 novembre del 1905, circa dieci mesi dopo il suo rientro a Lipari, nasce l’Istituto ma questo non risolve tutti i problemi. Anzi…Intanto mons. Raiti, che l’aveva richiamata a Lipari, lascia la diocesi per diventare vescovo di Trapani e dopo di lui i successori si susseguiranno con una certa rapidità fino a quando nel 1921 arriverà come amministratore apostolico mons. Salvatore Ballo Guercio che si rivelerà particolarmente ostile nei confronti di Florenzia e verso il suo Istituto. Mons. Guercio, che ritiene Florenzia non all’altezza del suo compito, vorrebbe che confluisse con le sue compagne in una congregazione più radicata e consistente e al suo rifiuto farà quanto è in suo potere per rendergli il cammino difficile. Tenterà inutilmente di non farla eleggere superiora, non riconoscerà la casa del noviziato ad Acireale e bloccherà le professioni di fede e le vestizioni. Saranno anni terribili nei quali ai problemi dell’Istituto si sommano i dolori e le sofferenze per la morte di una bambina, Linuccia, che le suore avevano cresciuto perché rimasta orfana durante il terremoto di Messina, quindi i suoi problemi di salute per le forti tensioni a cui il suo fisico era stato sottoposto, infine lo scandalo per l’abbandono di una suora.

Possiamo dire che solo col 1928 – ventitré anni dalla costituzione –  il periodo delle prove può dirsi superato e l’Istituto entra in una fase nuova  che abbiamo chiamato del raccolto.

La pazienza del raccolto

Fino a quel momento l’Istituto aveva vissuto in maniera stentata aprendo sedi nei piccoli paesi della provincia dove  le suore insegnavano alle ragazze per lo più taglio e cucito ed aiutavano le parrocchie nella liturgia e nel catechismo. Ora Florenzia può pensare alle grandi città della Sicilia dove oltre alle povertà materiali crescono altre povertà che colpiscono l’animo e lo spirito delle persone e così nascono le case di Trapani, Catania ed infine Palermo.  Povertà che sono accresciute dalla guerra mondiale con i bombardamenti, il mercato nero, gli sfollamenti. E quando la guerra finisce, il giorno stesso dell’armistizio, Florenzia, che ha ormai settant’anni e la salute malferma, con due suore parte per Roma, traversando un’Italia dalle ferrovie distrutte, dalle strade e ponti dissestati, per andare ad aprire a Roma la Casa generalizia che ha sempre sognato e senza la quale teme che il suo Istituto rimarrà sempre di diritto diocesano mentre lei vuole che diventi di diritto pontificio. Partono il 22 maggio 1945 e dopo due giorni e due notti di passione giungono in una Roma devastata, rifugio di sbandati, alle prese con una grave crisi degli alloggi.  Cercano due cose: l’autorizzazione del Vicariato ad aprire una casa in città, un edificio che possa diventare la loro casa generalizia. Un obiettivo più difficile dell’altro perché il Vicariato è diffidente con le congregazioni siciliane che cercano una sede a Roma giudicandole affette di familismo e perché, come abbiamo detto, a Roma, in seguito ai bombardamenti ed alle vicissitudini di “città aperta” alle prese oltre che con la guerra fra americani e tedeschi anche con la guerra civile fra gli italiani, trovare un alloggio libero è praticamente impossibile. Eppure il 30 giugno a cinque settimane dall’arrivo le nostre suore hanno il contratto di un edificio e l’autorizzazione del Vicariato. Un vero e proprio miracolo. Un miracolo della fede e della pazienza.

Ora forse Florenzia potrebbe riposare tranquilla anche se le vicissitudini non mancano come l’infedeltà di una suora che crea molto imbarazzo. Ma c’è ancora una tappa da compiere prima che il raccolto sia completo. E’ una tappa importante a cui Florenzia ha spesso pensato ma che solo ora le si presenta concretamente. La tappa delle missioni. E alla fine di maggio del 1953 suona al cancello di via delle Benedettine un cappuccino missionario in Brasile, Padre Oderico, e, per il suo tramite,  prende il via questa nuova avventura. E’ una esperienza che richiede a Florenzia più pazienza del solito perché ormai ha ottant’anni e non può pensare di  andare lei in America Latina; perché il Brasile è lontano e la corrispondenza impiega settimane fra una lettera e la risposta, settimane che lei trascorre in trepidazione; perché è un mondo con cui si ha poca dimestichezza con una lingua diversa, costumi diversi, stagioni e clima diversi. Ma ormai Florenzia è maestra di pazienza e può raccomandarla alle proprie figlie. Probabilmente ripete a se stessa quanto scriveva Santa Teresa di Lisieux, la sua santa del cuore, come un’amica per lei: “Nulla ti turbi, nulla ti sgomenti, chi ha Dio nulla gli manca, con la pazienza tutto si acquista”. E questa massima di Teresa è divenuta anche sua e la ripete spesso alle sue figlie “Vi sentite sole? Ma quando avete Gesù nel tabernacolo della cappella, avete tutto”.
Conclusione

Vorrei concludere queste considerazioni sulla pazienza di Florenzia con due riflessioni legate proprio che giorno 24 giugno celebreremo la Venerabilità della Serva di Dio, un passo importante nel cammino del riconoscimento della sua santità. Essere santi vuol dire che il cristiano ha testimoniato la sua fede in modo eroico. Se la pazienza è la virtù principale di Florenzia possiamo dire che lei l’ha esercitata in modo eroico? Mi vengono in soccorso due massime che mi pare rispondano in pieno alla domanda. La prima è di Papa Gregorio Magno: “Noi possiamo essere martiri – osserva il grande pontefice –  anche senza gli strumenti del martirio, se siamo pazienti” . La seconda è di Giacomo Leopardi: “La pazienza è la più eroica delle virtù, giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico”. Se la pazienza è una forma di martirio e di eroismo allora Florenzia li ha vissuti in pienezza.

La seconda considerazione riguarda il miracolo che di prassi la Chiesa richiede per riconoscere la santità ( anche se non sempre l’ha ritenuto necessario). Anche noi chiediamo che il Signore, affinché Florenzia venga riconosciuta santa, permetta dei miracoli legati alla sua intercessione ma ci viene da pensare che se leggiamo attentamente la vita di Florenzia proprio la sua vita è un miracolo. Un miracolo  di pazienza che le ha permesso di ottenere risultati eccezionali.

 

L’accoglienza verso gli ultimi vissuta da Florenzia e le sue figlie

Mai come in questa fase della storia dell’umanità l’accoglienza  dei più poveri ed emarginati è stata posta sotto attacco. Addirittura il presidente americano Trump se l’è presa con i i bambini degli immigrati che vengono separati dai loro genitori perseguiti penalmente e rinchiusi in campi di concentramento per bambini ed è arrivato a dire che la loro morte toglierebbe di mezzo futuri delinquenti. E solo le forti reazioni degli americani a cominciare da sua moglie e dalle altre first lady e di Papa Francesco, gli hanno fatto fare marcia indietro.

Ma non meno sconsiderata è stata la decisione del Ministro degli interni italiano, Matteo Salvini, di avere rifiutato l’attracco ad un porto italiano alla nave Acquarius col suo carico di oltre 600 persone di cui molti bambini e persino donne in cinta pescati nelle acque Mediterranei e salvati dagli scafi che li portavano via dall’Africa. E così per giorni questa povera gente è rimasta in balia delle onde in rotta verso la Spagna che le aveva dato accoglienza.

 

Il povero sacramento di Gesù

11 gennaio 2015 “Gesù lo possiamo riconoscere nel volto dei nostri fratelli, in particolare nei poveri, nei malati, nei carcerati, nei profughi: essi sono carne viva del Cristo sofferente e immagine visibile del Dio invisibile”. E’ una delle tante immagini che Papa Francesco usa per ricordarci che i poveri sono sacramento di Cristo. Questa è una citazione presa dall’Angelus dell’11 gennaio del 2015, ricordando che con la nascita di Gesù “la terra è diventata la dimora di Dio fra gli uomini e ciascuno di noi ha la possibilità di incontrare il Figlio di Dio, sperimentandone tutto l’amore e l’infinita misericordia”. Così Gesù, ha spiegato, “lo possiamo incontrare realmente presente nei sacramenti, specialmente nell’Eucaristia” e ritrovare nel volto degli ultimi.

Questo collegamento forte fra l’accoglienza di Gesù e quello dei poveri e degli emarginati in Florenzia è sempre stato particolarmente  presente.

La prima esperienza  di accoglienza dei sofferenti scoprendo in loro il volto di Gesù , Florenzia, ancora Giovanna, dovette farla, al capezzale del padre durante la lunga malattia che lo portò alla morte.

Alle suore missionarie in Brasile che erano andate a prestare la loro opera ai malati scriveva – probabilmente ricordando quelle lunghe giornate passate  a spiare la sofferenza di papà Giuseppe –“Oh come sarebbe bello se in uno dei tanti ammalati trovereste Gesù in persona! Ma se non lo trovate visibile. Lo trovereste sempre invisibile, Quindi quando  avvicinate l’ammalato andate con quel pensiero che vedete Gesù”.

Ed una suora commentando questa lettera osservava che in Madre Florenzia il motivo teologico della carità per il prossimo era il corpo mistico di Cristo da curare così come si legge in Matteo 25,26 “Tutto ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me”. E per Florenzia divennero Gesù i fanciulli abbandonati e bisognosi, le giovani universitarie da ospitale, le anziane, gli ammalati “quanti non trovano sulla terra l’atmosfera della pace cristiana e la fortezza serafica”.

Suor Colomba ricorda che Florenzia  usava dire frequentemente: “Quando un povero bussa alla nostra porta, bisogna accoglierlo ed aiutarlo, perché in lui c’è l’immagine di Gesù Cristo” E suor Gemma aggiungeva che “ I poveri bussavano con fiducia alla porta, non tollerava che se ne andassero a mani vuote e se qualcuno si mostrava avaro nei loro confronti, ne esigeva la riparazione. Anche alle ammalate andavano le sue attenzioni ed erano oggetto delle sue predilezioni. Non lasciava intentato alcun rimedio pur di ridare loro salute e vigore”.

 

La scuola dell’accoglienza

 

Questa scuola dell’accoglienza che per Florenzia cominciò a Pirrera accanto al letto del padre continuò nella esperienza negli Stati Uniti col viaggio in nave, la quarantena ad Ellis Island, le immagini di miseria e di emarginazione viste a New York a partire dai quartieri di Little Italy a poche centinaia di metri da Sullivan Street dove andò ad abitare con la madre ed i fratelli. La vocazione di Florenzia è vocazione di accoglienza che trova espressione nel francescanesimo che conobbe proprio a Sullivan Street dai francescani del distretto dell’Immacolata Concezione che gestivano la chiesa di Sant’Antonio da Padova.

Certamente la povertà c’era anche a Lipari, soprattutto negli ultimi decenni dell’800 e c’era anche la miseria dei bambini senza famiglia, delle donne abbandonate, dell’infame commercio di alcool e prostituzione che si alimentava grazie alla colonia coatta e ad una gioventù borghese che si credeva emancipata ma in realtà era solo dissoluta e priva di ideali. Si, tutto questo c’era anche a Lipari ma probabilmente Giovanna che viveva a Pirrera – nel tranquillo ritmo della vita contadina, a pochi chilometri dalla cittadina ma che allora volevano dire più di un’ora di cammino a piedi per viottoli impervi – non ne coglieva gli aspetti più crudi. Ora improvvisamente sono proprio questi aspetti che le si impongono, che la obbligano a considerarli da vicino e quasi dall’interno, sulla nave, a Ellis Island e per le strade di una New York caotica e violenta dove la gran parte della gente viveva nella sporcizia, nella sopraffazione, nel degrado. Ed è sicuramente di questo che parla con i frati francescani e soprattutto con padre Daniele che era divenuto il suo confessore e consigliere. Ed è proprio perché convinto che la sua vocazione all’accoglienza è forte e genuina che padre Daniela fa il nome di Giovanna, divenuta nel frattempo Florenzia, per l’esperienza a Pittsbourg dove si trattava di assistere i bambini dei lavoratori italiani immigrati in questa città industriale cresciuta in pochi anni fino a divenirne una della più importanti del mondo. L’esperienza di Pittsbourg fallirà, non certo per responsabilità di Florenzia. Ma con la chiusura della casa di Pittsbourg di fatto si conclude anche la sua esperienza americana e si apre la storia dell’Istituto delle suore francescane dell’Immacolata Concezione di Lipari che è, fin dall’inizio, una storia di accoglienza perché per questo era stata chiamata Florenzia a Lipari da Mons.Raiti, creare una casa di accoglienza per le i figli di nessuno e le donne abbandonate..

Di questa storia di accoglienza voglio ricordare quattro di questi momenti voluti e decisi da Florenzia.

 

L’accoglienza dei bambini abbandonati

 

Il primo è un episodio dei primi anni dell’Istituto, che è un po’ il simbolo della passione che Florenzia dedicò all’accoglienza dei bambini abbandonati. Siamo nel 1908 all’indomani del terribile terremoto di Messina  del 28 dicembre e molti scampati da quella tragedia furono portati a Lipari. Fra questi vi era pure una bimba di 5 anni rimasta sola che si chiamava Linuccia.  Madre Florenzia, saputo di  questa orfanella chiese alle autorità l’affidamento come Istituto e l’ottenne. Linuccia divenne la beniamina della casa circondata dall’affetto della Madre, delle suore, ma anche delle altre bambine che frequentavano la casa di via Diana. Era intelligente studiava con amore ed a scuola era fra le più brave. A 8 anni cominciava già a suonare il piano. Ma cresceva sempre  esile malaticcia e verso il 12 anno di età peggiorò in salute. Si ammalò di tisi  polmonare  e fu costretta dal medico ad essere abbandonata dalla comunità per non infettare gli altri bambini. Florenzia pensò di portarla a Pirrera, a casa sua, dove si respirava aria pura ed ossigenata. Lì, lei stessa, assieme ad un’altra suora, la serviva con affetto materno, senza paura del contagio. Ma un giorno purtroppo Linuccia morì. Sicuramente Florenzia fu affranta dal dolore ma capì anche che l’accoglienza mette in conto il distacco e non può essere un sentimento proprietario. E tornò alla sua missione curando la sua ferita con l’amore per gli altri bambini come Francesca  che nove anni dopo si trovò fra le braccia una notte, messagliela dalla madre morente e che accudì e seguì nella crescita fino a trovarle lei stressa una famiglia che poteva offrirle un avvenire che l’Istituto non poteva. E poi Angelino e poi tanti altri. I bambini di Lipari, i bambini dei paesi della Sicilia, i bambini di Palermo, di Catania e di Trapani terrorizzati dai bombardamenti che li costringevano a correre nei rifugi, i bambini di Roma traumatizzati da una guerra che si era conclusa ma che presentava ancora aperte tutte le ferite di miseria e di fame, i bambini infine del Brasile e poi del Perù alle prese con una povertà ancora più profonda di quelle che alla fine dell’800 c’era a New York.

“L’amore – scriverà nel messaggio di Natale del 1954 – deve essere il movente di ogni vostra aspirazione, di ogni opera intrapresa, l’amore che innalzi all’Onnipotente un cantico di gloria, di gratitudine e di riconoscenza nel trambusto di una vita sacrificata, francescanamente vissuta”.

L’accoglienza richiede amore ma anche accettazione del distacco. Distacco dalle persone ma anche distacco dalle esperienze: da quelle con i bambini, con le universitarie, con gli anziani con i derelitti dell’America Latina. Ed anche distacco dai luoghi Quella di vivere una vocazione di pellegrinaggio Florenzia la incarnò nella sua esistenza tanto da farne una costante della sua missione. Un andare da un posto ad un altro che non vuol dire sradicamento ma capacità di moltiplicare le radici.” Suscitare raggi di luce dovunque – scriveva nel messaggio natalizio del 1953 – come da una irradiazione del sole mille riflessi si sprigionano” Le radici di Lipari, degli Stati Uniti, di Acireale, di Palermo, di Roma, dell’America Latina.

L’accoglienza non è appartenenza a qualcuno ma capacità di essere tutto a tutti.

 

La povertà della borghesia di Palermo

 

Nel luglio del 1939 c’erano già le avvisaglie della prossima guerra mondiale. E quando Florenzia ed una suora partirono per Palermo, perché Florenzia riteneva che fosse giunto il tempo di una nuova esperienza per il suo istituto, uno stuolo di apparecchi volteggiava sulla stazione di Catania. Ma questi non preoccupavano la Madre che riteneva la tappa di Palermo una passo importante nel percorso che serbava nel suo cuore. Da qualche tempo infatti Florenzia andava  riflettendo sulle povertà che si sviluppavano soprattutto nelle grandi città. Che non erano quelle tradizionali di chi aveva problemi di sopravvivenza non sapendo come arrivare al giorno dopo, ma anche di chi viveva nell’agiatezza e qualche volta nella ricchezza ed era privo di valori che dessero significato all’esistenza. Era una povertà che colpiva in particolare i giovani delle famiglie borghesi. Sotto questo aspetto Palermo era il posto ideale giacchè sul finire dell’Ottocento ed i primi del novecento una nuova classe dirigente aveva fatto vivere alla città il sogno dell’industrializzazione e della rinascita commerciale ed era divenuta quindi un faro di sviluppo e di speranza di progresso per tutta la gente della Sicilia.. L’accoglienza questa volta era rivolta alle giovani ragazze che venivano a Palermo per studiare. Erano le figlie di una borghesia agiata ma anche di famiglie modeste che cercavano un riscatto sociale. Venivano dal circondario ma anche da tutta la Sicilia e qualcuna anche dalla Sardegna. Quando la casa aprì le sue porte il 1° settembre tutto era in ordine anche se le camerette riservate alle suore erano piuttosto spoglie, anzi, siccome arrivavano più pensionate di quante se ne aspettassero, si dovettero riservare anche i loro materassi e come altre volte era accaduto esse si adattarono, per qualche tempo, a dormire per terra in serena e francescana letizia. L’esperienza del pensionato andò avanti malgrado sul finire del 1940 scoppiasse la guerra ed era un continuo susseguirsi di bombardamenti, il razionamento dei generi alimentari di prima necessità e poi anche lo sfollamento quando le suore, con un buon numero di pensionanti, si rifugiarono a Petralia Sottana.

Ma anche la guerra passò senza gravi danni per l’Istituto e in seguito al Pensionato si aggiunse un asilo e la scuola elementare. Le suore erano divenute di pieno diritto cittadine palermitane e Florenzia decise che fosse giunto il momento di mettere mano ai risparmi delle varie case ed acquistare una sede propria anche a Palermo.

 

Il mendicicomio di Giarre

 

Nel 1954 Florenzia accetta di assistere gli anziani d un mendicicomio di Giarre. Tutto era nato per iniziativa di una dama di San Vincenzo che si era imbattuta un giorno in una capanna su un misero materasso giaceva un paralitico. Qualche passante gli portava un pezzo di pane ma nessuno s’interessava di sollevarlo dalle sue sofferenze giunte al punto che nell’immobilità a cui era sottoposto, oltre alle piaghe, i topi gli avevano rosicchiato le dita dei piedi. Nacque così l’idea di una casa di riposo per i vecchi abbandonati ed emarginati. Ci fu chi ci mise il terreno e chi si interessò ad avere i contributi dalla Regione. Si realizzò il pianterreno e poi anche il primo piano ed i poveri cominciavano ad abitarci. Era già meglio delle capanne ma c’era bisogno di chi si prendesse cura di questi derelitti e fu allora che si pensò alle suore francescane la cui fama cominciava  a circolare in quella parte della Sicilia. Per Florenzia questa era una nuova sfida e l’idea di  operare per l’accoglienza a poveri che languivano nella miseria in cui vedeva accumulato quanto di più penoso vi era sulla terra – dolori fisici e morali, povertà, amarezza, sconforto, abbandono – l’appassionava. Ci pensò su molto ma alla fine non seppe resistere alla richiesta e mandò le sue suore gratuitamente. Ci fu festa in questa casa di Giarre perché i vecchietti che vi erano ospitati avevano finalmente l’affetto di una famiglia. Grandi furono i disagi del primo anno perché nel reparto degli ospiti e delle suore mancava di tutto. Ma questa non era una esperienza nuova per Florenzia e le sue figlie, la povertà era stata loro compagna in tutte le iniziative. Le dame di San Vincenzo si misero a raccogliere fondi e Florenzia che aveva imparato a districarsi nei meandri della burocrazia pubblica ottenne dal ministero dell’interno materassi, biancheria per i letti, copette di lana, stoffe per i vestiti. E così passo dopo passo si avviò la casa. Prima  le vecchiette che occuparono il pianterreno mentre i muratori lavoravano al primo piano, poi quando questo fu abitabile le donne passarono sopra ed a pianterreno furono accolti i vecchietti. Nell’arco di qualche anno i lavori furono finiti e si arredarono decorosamente i locali e la chiesa che nelle case di accoglienza delle suore non mancava mai  ma aveva il posto più bello nella struttura.

 

Gli emarginati di Bosco di Rosarno

Nel maggio del 1942, in piena guerra, le suore vennero invitate ad occuparsi della direzione di un asilo infantile  in una frazione di Rosarno chiamata “Bosco”.

Rosarno, al tempo, era un comune di circa 10 mila abitanti della provincia di Reggio Calabria e della diocesi di Mileto, situato su una collina che si affaccia su una pianura ora ricca di aranceti ed uliveti ma oggetto, a partire dai primi anni dell’800, di una intensa opera di bonifica.

Bosco di Rosarno si stende, guardando il mare, ad est dell’abitato da cui dista poco più di sette chilometri. Nel passato era stata zona di caccia rinomata per l’abbondanza della selvaggina e per le sue erbe medicinali, poi, nell’800 vi trovarono rifugio, per diversi anni, alcune bande di briganti fedeli ai Borboni. Ora i briganti non c’erano più ma persisteva  una realtà  che aveva bisogno di una significativa opera di redenzione sociale, di bonifica umana perchè era abitata da una popolazione di agricoltori mezzo inselvatichiti dall’isolamento e dall’abbandono.

Florenzia volle accompagnare le suore nell’avvio del loro lavoro e rimase con loro circa un mese finchè non fu sicura che tutto procedeva come previsto. Malgrado l’isolamento della zona e la miseria di chi l’abitava, il centro era una vera “oasi di pace” immersa fra gli olivi. Era di recente costruzione e, sulla parte destra, vi era l’asilo, la casa delle suore e la cappella, mentre sul lato sinistro si trovava uno “stanzone” in cui veniva organizzata la mensa per i figli dei contadini; nell’atrio, invece, veniva attivato in alcuni giorni della settimana, il laboratorio di ricamo.

Quando si aprì l’Asilo, fin dal primo giorno, molti piccoli riempirono l’aula, lieti di trovarsi in ambiente nuovo, pulito e ordinato dove vi erano tanti giocattoli e materiali che non avevano mai visti e che guardavano con grande curiosità balbettando parole dialettali che la suora si sforzava di capire.

Nelle domeniche, festività e primi venerdì del mese vi era una lunga fila di ragazzi, padri e madri di famiglia, vecchi  che avanzavano poggiandosi al bastone,  che si snodava per i campi percorrendo tanta strada a piedi sfidando la polvere e il fango, sotto il sole cocente o la pioggia, per raggiungere la chiesetta improvvisata preso i locali dell’asilo e dell’istituto. Era gente che manifestava una grande fede ma anche una forte ignoranza religiosa perchè per molti era la prima volta che assistevano ad una funzione religiosa. Così le suore iniziarono la scuola di catechismo per i grandi e per i piccoli con una notevole partecipazione di gente desiderosa di ascoltare e di apprendere, anche perchè quello organizzato dalle suore era, nella zona, l’unico punto di aggregazione.

Oltre che all’apostolato le suore si dedicarono anche alla carità: visitavano ammalati, curavano piaghe, consolavano gli afflitti, si interessavano di ogni necessità, assistevano i moribondi. Con una cassetta di pronto soccorso offerta dall’ufficio dell’INAIL di Reggio Calabria,  si trasformavano in infermiere per medicare ferite e curare malattie ricevendo la gente all’asilo o girando per le loro abitazioni. Quante volte, anche di notte, con la pioggia ed il vento, venivano chiamate per recarsi al capezzale di qualche agonizzante. Già l’anno dopo, il primo maggio del 1943, si apriva la scuola di taglio e cucito per le ragazze e a distanza di poco tempo sorse anche la scuola rurale  frequentata da un buon numero di alunni.  Le ragazze del laboratorio, una cinquantina, insieme al taglio e al cucito e al ricamo imparavano ad affrontare anche i problemi della vita.

La popolazione, grazie all’operato delle suore, era cambiata, si notava una nuova consapevolezza non solo religiosa ma anche civile soprattutto fra le famiglie che più frequentavano le iniziative.

 

 

Le “favelas” del Mato Grosso in Brasile

 

Nel 1953 Florenzia ha ottant’anni ed è piena di acciacchi. Ma non si ripiega sui propri malanni. Pensa che ha ancora un importante passo da far fare al suo Istituto prima di chiudere gli occhi. Deve fargli vivere una nuova tappa nel percorso di accoglienza che ha segnato tutta la sua esperienza. Quello della missione verso i popoli che vivono una grave situazione di miseria e di emarginazione dove accoglienza vuol dire prima di ogni altra cosa sopravvivenza e promozione sociale. Alla missione Florenzia ci pensava da molti anni, dal 1937 quando voleva mandare le suore in Africa orientale. Ora è il Brasile ed in particolare il Mato Grosso che le schiude le porte attraverso le parole di un padre cappuccino missionario che le aveva parlato della drammatica situazione dei poveri e dei bambini in quelle terre. Una terra dove alla base della fame e della miseria c’erano soprattutto l’ignoranza e, per quanto riguardava gli indios, un’esistenza disumana e priva di ogni diritto civile.

Florenzia tutte le volte che le sue figlie partivano per dare vita ad una nuova esperienza le accompagnava per condividere con loro i disagi e le difficoltà degli inizi. Ma ormai da diversi anni aveva dovuto rinunciare a questo rituale perché la salute non glielo permetteva. Comunque è pienamente partecipe dell’avventura. Sceglie una ad una le suore da mandare affidando loro, in una funzione solenne, l’incarico formale. E così il 3’ giugno quattro suore – “nel nome del Signore” – partono per il Brasile. Non è facile l’insediamento a Jatai anche perché il loro compito è quello di realizzare l’accoglienza in un ospedale che prendeva le mosse proprio col loro arrivo. E dove il loro servizio – oltre che per i problemi di ambientamento in un altro emisfero, la lingua, le abitudini – era complicato dai rapporti con un’amministrazione che tendeva a scaricare sulle suore le difficoltà di gestione, con le infermiere dove molte erano protestanti e mal sopportavano la funzione di controllo che svolgevano le suore.

Florenzia seguiva le sue suore da Roma con partecipazione e apprensione. Attendeva le loro lettere, le consigliava, le stimolava, qualche volta non mancava di rimbrottarle quando le sembrava che si stessero lasciando sopraffare dalle difficoltà. L’esperienza nell’ospedale di Jatai  durerà solo tre anni ma l’esperienza brasiliana continua ancora oggi e si estesa anche al Perù dando vita a numerose opere di condivisione e quindi di promozione umana e di evangelizzazione.

La grande lezione umana di Florenzia era che nelle situazioni difficili, se si era convinti dell’obiettivo, bisognava avere pazienza e perseveranza. Alle suore in Brasile scriveva attingendo ad una saggezza contadina che aveva maturato, senza mai dimenticarla, nella sua giovinezza a Pirrera. “Il fico maturo si prende dall’albero e si mette in bocca, ma per le altre cose si richiede tempo e poi la tristezza sarà cambiata in gioia”.

Ecco che cosa era l’accoglienza per Florenzia: un filo dorato che univa fra di loro l’amore, la perseveranza, l’accettazione del distacco, la capacità di mettere radici dovunque, un animo missionario itinerante aperto a tutti con l’impegno di darsi “tutto a tutti”.

 

Michele Giacomantonio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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